| Pogliaghi, Verdi e il melodramma |
| Domenica 28 Dicembre 2008 17:33 | |
![]() I rapporti tra il grande musicista e l'artista che scelse di vivere a Santa Maria del Monte E’ il 27 gennaio 1901: Lodovico Pogliaghi fissa in un quadro le ultime ore di Giuseppe Verdi, morente, in un appartamento all’Hotel Milan (oggi Grand Hotel et de Milan, in via Manzoni). Il Maestro giace semiparalizzato a letto colpito da emorragia cerebrale. Ha 87 anni e da quasi trenta soggiornava d’inverno a Milano, alternando la vita cittadina di lavoro con quella tranquilla di Sant’Agata, la tenuta di campagna nel Piacentino.L’albergo è a due passi dal teatro alla Scala e proprio di fronte a via Bigli dove aveva abitato la contessa Clara Maffei, il cui salotto era frequentato anche da Manzoni e Cattaneo. Il 21 gennaio il Maestro ha perso i sensi mentre si vestiva. La notizia si è diffusa in città in un baleno e i milanesi si sono stretti al suo capezzale. Per non disturbare l’illustre infermo, i tram che passano sotto le finestre rallentano la corsa e qualcuno ha sparso paglia sulla strada per attutire il rumore dei carri. Verdi spirò dopo sei giorni d’agonia e le esequie si svolsero all’alba del 30 gennaio, quand’era ancora buio e i fanali accesi, com’era suo desiderio. Aveva chiesto “funerali modestissimi”, “allo spuntar del giorno o all’Ave Maria, di sera, senza canti né suoni”. Un corteo di non meno di centomila persone seguì in silenzio il feretro che, dalla chiesa di San Francesco di Paola fu portato per i bastioni fino al Cimitero Monumentale e qui sepolto accanto a quello della moglie Giuseppina Strepponi, morta nel 1897. ![]() I MOSAICI DEL POGLIAGHI Nemmeno un mese più tardi, il 27 febbraio, le salme dei due coniugi furono traslate nella Casa di Riposo per Musicisti, nell'attuale piazza Buonarroti, come Verdi aveva espressamente indicato nel testamento. Furono sepolte in una cripta sontuosamente decorata a mosaici da Lodovico Pogliaghi. La cripta fu inaugurata ufficialmente il 19 marzo 1903 e la Regina Margherita volle che fosse aggiunta una lapide commemorativa in memoria della prima moglie del Maestro, Margherita Barezzi. In una mattina d’ottobre di dodici anni prima - era il 1889 – l’editore Giulio Ricordi aveva ricevuto una lettera in cui Verdi gli comunicava di aver acquistato tremila metri di terreno fuori Porta Garibaldi, sul quale, fra il ‘96 e il ‘99, voleva che sorgesse una casa di riposo destinata ad accogliere un centinaio di vecchi musicisti. Verdi aveva poi contattato l'architetto Camillo Boito, fratello dell’amico librettista Arrigo e il trio aveva trascorso intere giornate a discutere il progetto: si era parlato di un edificio neogotico su due piani, pianterreno e “piano nobile” (intorno alla metà degli anni ‘30 ne verrà aggiunto un terzo). Nel testamento dettato nel mese di maggio del 1900, il musicista di Busseto aveva destinato i diritti d'autore delle sue opere e consistenti somme di denaro alla gestione della Casa di Riposo vincolandola ad aprire le porte solo dopo la sua morte. Non voleva che gli ospiti si sentissero obbligati a ringraziarlo. PITTORE, SCENOGRAFO, COLLEZIONISTA Il ritratto di Verdi in punto di morte, conservato nella sala del Novecento del Museo del Teatro alla Scala, è la commossa testimonianza della stima che Pogliaghi nutriva per il musicista e l’affetto restò immutato nel corso degli anni. Gli dedicò la sua ultima opera, tornando a effigiare Verdi, per l’ennesima volta, nel mese di giugno del 1950, in vista del cinquantenario della morte. Fu l’ultimo lavoro cui attese. Lodovico Pogliaghi (Milano 1857-Santa Maria del Monte 1950), scultore, pittore, scenografo, collezionista e gran viaggiatore, eclettico artista lombardo tra Otto e Novecento, aveva sempre avuto una passione per la musica e lo dimostrò concretamente . Nel 1910 abbozzò i costumi per la Medea di Cherubini e per la Sonnambula di Bellini. Nel 1911 fu consulente delle scene per il Cavaliere della Rosa di Richard Strauss e per anni seguì le sorti del Nerone, l’opera incompiuta di Arrigo Boito, di cui allestì la prima edizione il 1 maggio 1924 alla Scala. Sappiamo che, stabilitosi a Santa Maria del Monte, trasformò un casolare immerso tra i vigneti in una villa un po’ kitch ricca di capolavori raccolti viaggiando e di opere di sua mano, come la copia in gesso della porta centrale bronzea del Duomo di Milano (1908) che sistemò nello studio in grandezza naturale. Lavorò alla tomba di Ludovico Antonio Muratori a Modena, alla Cappella Cybo di Genova, alla basilica di Sant’Antonio a Padova e nella reggia dello Scià di Persia a Teheran, di cui riprodusse la preziosa stanza da letto nella villa al Sacro Monte. Altri suoi celebri lavori sono il monumento di Oropa a Quintino Sella (1892), il gruppo della Concordia per l’Altare della Patria a Roma, il monumento funebre a Camillo e Arrigo Boito (1927). IL TROVATORE E TOSCANINI Torniamo all’amore per Verdi e il melodramma. Nel libro "Lodovico Pogliaghi, l'accademia e l'invenzione" (Edizioni Lativa, 1997) Riccardo Prina racconta che già nel 1902 l'autore disegna alcuni costumi per il Trovatore, diretto in quell’edizione da Arturo Toscanini. La passione è tale da indurlo a collezionare perfino l’autografo del musicista (insieme a quelli di Canova, Pio IX, Pio XI, dei cardinali Maffi e Schuster, di Alessandro Manzoni e Gabriele D’Annunzio). Pochi giorni prima di morire, nel 1950, ricevendo un proprio biografo, confessa di non essere ancora soddisfatto dell’ennesimo rifacimento del medaglione di Verdi che doveva sostituire quello già esistente al Monumentale. E’ la prova di un tenace accanimento. Resterà la sua opera incompiuta. A Milano, Pogliaghi diede infine il proprio contributo per portare a compimento il Museo del Teatro alla Scala. Fu una lunga storia iniziata nel 1911, quando intorno a un tavolo si ritrovarono il duca Uberto Visconti di Modrone, lo stesso Pogliaghi, il compositore e librettista Arrigo Boito, il corrispondente de Il Secolo signor Borsa, il senatore Mangili, il conte Leopoldo Pullè e il dottor Gino Ettore Modigliani, direttore della Pinacoteca di Brera. Erano tutti personaggi in vista della Milano di quegli anni, influenti notabili del panorama culturale cittadino. La decisione da prendere riguardava l'acquisto della collezione teatrale dell'antiquario Giulio Sambon che a Parigi era stata messa all'asta nei primi giorni di maggio. Essa avrebbe potuto dare vita al nucleo originario di una vasta collezione teatrale. IL SOGNO DEL MUSEO DELLA SCALA L’asta era però imminente: come trovare i soldi in una sola settimana? Il sogno divenne realtà con l’aiuto del governo e di cinquanta facoltosi cittadini che sottoscrissero una quota di 5 mila lire ciascuno, grazie al quale fu possibile strappare la collezione al miliardario americano J.P. Morgan. La collezione fu dunque consegnata, con enorme soddisfazione, alla città di Milano. Il Museo della Scala fu ufficialmente aperto l'8 marzo 1913 con una solenne cerimonia nell’ex Casino Ricordi, annesso al teatro. Al nucleo iniziale, costituito dalla collezione Sambon, si aggiunsero negli anni numerose donazioni e acquisti che rendono tuttora la collezione del Museo tra le più invidiate del mondo. Tra i depositi vanno segnalati quello della Casa di Riposo per musicisti Giuseppe Verdi. Al Museo è annessa la biblioteca, fondata con i 40 mila volumi donati dall'autore e critico del Corriere della Sera, Renato Simoni, nel 1952. Sergio Redaelli
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E’ il 27 gennaio 1901: Lodovico Pogliaghi fissa in un quadro le ultime ore di Giuseppe Verdi, morente, in un appartamento all’Hotel Milan (oggi Grand Hotel et de Milan, in via Manzoni). Il Maestro giace semiparalizzato a letto colpito da emorragia cerebrale. Ha 87 anni e da quasi trenta soggiornava d’inverno a Milano, alternando la vita cittadina di lavoro con quella tranquilla di Sant’Agata, la tenuta di campagna nel Piacentino.
