Sabato 04 Settembre 2010
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Pogliaghi, Verdi e il melodramma
Domenica 28 Dicembre 2008 17:33
Lodovico Pogliaghi
I rapporti tra il grande musicista e l'artista che scelse di vivere a Santa Maria del Monte
G. Verdi (Giovanni Boldini)E’ il 27 gennaio 1901: Lodovico Pogliaghi fissa in un quadro le ultime ore di Giuseppe Verdi, morente, in un appartamento all’Hotel Milan (oggi Grand Hotel et de Milan, in via Manzoni). Il Maestro giace semiparalizzato a letto colpito da un'emorragia cerebrale. Ha 87 anni e da quasi trenta soggiornava d’inverno a Milano, alternando la vita cittadina di lavoro con quella tranquilla di Sant’Agata, la tenuta di campagna nel Piacentino.
L’albergo è a due passi dal teatro alla Scala e proprio di fronte a via Bigli dove aveva abitato la contessa Clara Maffei, il cui salotto era frequentato anche da Manzoni e Cattaneo. Il 21 gennaio il Maestro ha perso i sensi mentre si vestiva. La notizia si è diffusa in città in un baleno e i milanesi si sono stretti al suo capezzale. Per non disturbare l’illustre infermo, i tram che passano sotto le finestre rallentano la corsa e qualcuno ha sparso paglia sulla strada per attutire il rumore dei carri. Pogliaghi triste e premuroso è accanto al Maestro.
Verdi spirò dopo sei giorni d’agonia e le esequie si svolsero all’alba del 30 gennaio, quand’era ancora buio e i fanali accesi. Aveva chiesto “funerali modestissimi”, “allo spuntar del giorno o all’Ave Maria, di sera, senza canti né suoni”. Un corteo di non meno di centomila persone seguì in silenzio il feretro che, dalla chiesa di San Francesco di Paola fu portato per i bastioni fino al Cimitero Monumentale e qui sepolto accanto a quello della moglie Giuseppina Strepponi, morta nel 1897.
Foto Gian Luca Magretti per Corriere - Vivimilano

I MOSAICI DEL POGLIAGHI
Nemmeno un mese più tardi, il 27 febbraio, le salme dei due coniugi furono traslate nella Casa di riposo per musicisti (nell'attuale piazza Buonarroti) secondo le indicazioni che Verdi aveva aveva lasciato scritte nel testamento e sepolte in una cripta decorata a mosaici da Lodovico Pogliaghi. La cripta fu inaugurata ufficialmente il 19 marzo 1903 e la Regina Margherita volle che fosse aggiunta una lapide commemorativa in memoria della prima moglie del Maestro, Margherita Barezzi.
Lo stesso Verdi era stato l'artefice della nascita della Casa di riposo. Dodici anni prima - nel 1889 – aveva scritto all’editore Giulio Ricordi comunicandogli di aver acquistato tremila metri di terreno fuori Porta Garibaldi, sul quale voleva che sorgesse un "ospizio" in grado di accogliere un centinaio di musicisti in pensione. Verdi aveva contattato l'architetto Camillo Boito, suo fratello Arrigo, l’amico librettista e con loro aveva trascorso intere giornate a discutere del progetto: si era parlato di costruire un edificio neogotico su due piani, il pianterreno e il “piano nobile” a cui intorno alla metà degli anni ‘30 verrà aggiunto un terzo. E alla Casa di Riposo, nel testamento dettato nel mese di maggio del 1900, il musicista aveva destinato consistenti somme di denaro, stabilendo che avrebbe dovuto essere inaugurata solo dopo la sua morte. Non voleva che gli ospiti si sentissero in obbligo di ringraziarlo quand'era ancora in vita.

PITTORE, SCENOGRAFO, COLLEZIONISTA
Il ritratto di Verdi in punto di morte eseguito da Lodovico Pogliaghi, oggi conservato nella sala del Novecento del Museo del Teatro alla Scala, è la commossa testimonianza della stima che Pogliaghi nutriva per il musicista cui dedicò anche l'ultimo ritratto, nel giugno del 1950, in vista del cinquantenario della morte.
Lodovico Pogliaghi (Milano 1857-Santa Maria del Monte 1950), scultore, pittore, scenografo, collezionista, gran viaggiatore ed eclettico artista aveva sempre avuto una passione per la musica e lo dimostrò concretamente in tutta la sua vita. Nel 1910 abbozzò i costumi per la Medea di Cherubini e per la Sonnambula di Bellini. Nel 1911 fu consulente delle scene per il Cavaliere della Rosa di Richard Strauss e per anni seguì le sorti del Nerone, l’opera incompiuta di Arrigo Boito, di cui allestì la prima edizione il 1 maggio 1924 alla Scala.
Stabilitosi a Santa Maria del Monte sopra Varese, Pogliaghi trasformò un casolare immerso tra i vigneti in una villa un po’ kitch ricca di capolavori raccolti viaggiando per il mondo e di opere di sua mano, come la copia in gesso della porta centrale bronzea del Duomo di Milano (1908) che sistemò nello suo studio in grandezza naturale. Lavorò alla tomba di Ludovico Antonio Muratori a Modena, alla Cappella Cybo di Genova, alla basilica di Sant’Antonio a Padova e nella reggia dello Scià di Persia a Teheran, di cui riprodusse la preziosa stanza da letto nella villa al Sacro Monte. Altri suoi celebri lavori sono il monumento di Oropa a Quintino Sella (1892), il gruppo della Concordia per l’Altare della Patria a Roma, il monumento funebre a Camillo e Arrigo Boito (1927).

IL TROVATORE E TOSCANINI
Ma torniamo all’amore per Verdi e il melodramma. Nel libro "Lodovico Pogliaghi, l'accademia e l'invenzione" (Edizioni Lativa, 1997) Riccardo Prina racconta che già nel 1902 l'autore disegnò i costumi per il Trovatore diretto da Arturo Toscanini. La passione era tale da indurlo a chiedere perfino l’autografo di Verdi (che finì nella sua preziosa collezione insieme a quelli di Canova, Pio IX, Pio XI, dei cardinali Maffi e Schuster, di Alessandro Manzoni, Gabriele D’Annunzio ecc.). E ancora pochi giorni prima di morire, nel 1950, Pogliaghi confessava a un amico di non essere soddisfatto del medaglione che aveva eseguito per celebrare Verdi al cimitero Monumentale. E’ la prova di un tenace accanimento, quasi un'ossessione d'immortalare il Maestro.
A Milano Pogliaghi contribuì anche al compimento del Museo del Teatro alla Scala. Fin del 1911 aveva discusso del progetto con il duca Uberto Visconti di Modrone, con il compositore e librettista Arrigo Boito, il corrispondente del giornale Il Secolo signor Borsa, il senatore Mangili, il conte Leopoldo Pullè e Gino Ettore Modigliani, direttore della Pinacoteca di Brera, tutti personaggi in vista nella Milano d'inizio secolo, influenti notabili del panorama culturale cittadino. La decisione da prendere riguardava l'acquisto della collezione teatrale dell'antiquario Giulio Sambon che a Parigi era stata messa all'asta nei primi giorni di maggio e che poteva essere ill nucleo originario di un'esposizione permanente da allestire a Milano.

IL SOGNO DEL MUSEO DELLA SCALA
L’asta era imminente: come trovare i soldi in una sola settimana? Fu chiesto aiuto al governo e a cinquanta facoltosi cittadini che sottoscrissero una quota di 5 mila lire ciascuno e grazie al loro impegno fu possibile battere la concorrenza del miliardario americano J.P. Morgan. La collezione fu acquistata e infine consegnata, con enorme soddisfazione, alla città di Milano. Il Museo del Teatro alla Scala fu ufficialmente aperto l'8 marzo 1913 con una solenne cerimonia nell’ex Casino Ricordi annesso al teatro. Al nucleo iniziale costituito dalla collezione Sambon si aggiunsero via via nuovi acquisti e donazioni che rendono la collezione milanese tra le più pregiate del mondo. Al Museo è annessa la biblioteca fondata con i 40 mila volumi che lo scrittore e critico del Corriere della Sera, Renato Simoni, donò all'ente nel 1952.
Sergio Redaelli