| Guerra dell'acqua in Val Bevera |
| Venerdì 10 Febbraio 2012 18:08 |
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CANTELLO - I Nidoli, proprietari della collina e della società Italinerti, giurano che la cava ex Coppa non inquina le falde acquifere della Val Bevera, rivendicano il diritto d’estrazione sancito dal Piano regionale delle Cave e da una sentenza del Tar e hanno fretta di dare via libera alle ruspe. Tutti gli altri o quasi (il presidente della provincia Dario Galli e il comune di Varese con il sindaco Attilio Fontana in testa, l’assessore provinciale all’ambiente Luca Marsico, i comitati dei cittadini di Cantello, gli ambientalisti, le associazioni dei cacciatori, i produttori d’asparagi e perfino gli scout) sono contrari: la cava – dicono - è un delicato serbatoio d’acqua e preoccupa l'impatto che l'impianto può avere sui pozzi dell’Aspem, che servono anche una bella fetta di Varese. Per la cava ex Coppa è previsto un progetto di messa in sicurezza e di sistemazione ambientale che comprende, tuttavia, la possibilità di tornare a scavare fino a un massimo di un milione e mezzo di metri cubi di sabbia e ghiaia. Lo scontro va avanti da mesi a colpi di carte bollate e ognuno dei contendenti, è il caso di dire, porta acqua al suo mulino. “Non c’è alcun pericolo ambientale o idrogeologico – tuona l’imprenditore Antonio Nidoli - l'Arpa, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, ha escluso categoricamente il rischio d'inquinamento dei pozzi d'acqua gestiti dall’Aspem in Val Bevera e in Val Sorda. Siamo vittime di una campagna di disinformazione. La Provincia cavalca la mobilitazione popolare che nasce da presupposti errati, il presunto inquinamento della falda acquifera ma nessuno è stato in grado di provare alla Regione che la cava sia pericolosa, se mai soltanto che la gente non la vuole”. Villa Recalcati ribatte a muso duro, chiede lo stralcio della cava di Cantello dal piano regionale e impugna davanti al Consiglio di Stato il provvedimento del Tar che impone alla Provincia di rilasciare ai proprietari l’autorizzazione all’escavazione entro 30 giorni. “I volumi ipotizzati dell’attività estrattiva sono troppo grandi e Aspem dice che le falde vanno difese – spiega l’assessore Luca Marsico – Se c’è un minimo dubbio di danno ambientale, abbiamo il dovere di dire di no. Ci sembra che le ragioni portate avanti in questi anni dai comitati con una serie d’iniziative a favore del recupero dell’area abbiano elementi di fondatezza. Il ricorso al Consiglio di Stato è però l’ultima arma a nostra disposizione, abbiamo fatto tutto il possibile, ora tocca alla Regione Lombardia salvare la cava”. Si schierano anche il presidente Dario Galli (“Vogliamo garantire l’assoluta tutela dell’ambiente”) e il sindaco di Varese Attilio Fontana: “Come evidenzia l’Aspem, i rischi connessi all’intervento sono elevati e c’è la possibilità di contaminare la falda - dichiara alla stampa -senza dimenticare il valore paesaggistico e naturalistico dell’area che un’attività come quella di una cava mette in pericolo”.
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