| Tullio Dandolo, i mazziniani varesini, gli "albertisti" e il trionfo della scelta sabauda: il patriottismo a Varese durante il Risorgimento spiegato da Ivana Pederzani |
| Venerdì 30 Dicembre 2011 14:15 |
|
Varese e il Risorgimento: è un tema di cui non sappiamo molto nonostante le numerose iniziative di cui si è letto, parlato e scritto per il 150° della proclamazione del Regno d'Italia. Ivana Pederzani, ricercatrice e docente di storia moderna alla facoltà di scienze della formazione dell'Università Cattolica di Milano e prolifica autrice di libri, racconta ai nostri lettori come Varese aderì al movimento patriottico attraverso quattro focus: Il liberalesimo colto lombardo e la figura di Tullio Dandolo; I mazziniani varesini, la borghesia colta e la nobiltà borghesizzata; La corrente moderata e gli “albertisti”; Dal 48 alla scelta sabauda...
IL LIBERALESIMO COLTO LOMBARDO. TULLIO DANDOLO “Fu là in quel Caffè meglio ancora su nel casino, che già prima del ‘48 e poi per qualche anno dopo convennero i nostri avi a discutere (... ) di politica (…) ma così velatamente con gran circospezione, pigliandola alla lontana a sussurrarsi qualche novità, a scambiarsi qualche numero di giornale clandestinamente introdotto dalla Svizzera,(…) a complottare in segreto a marcio dispetto dell’Imperial Regio Governo”: così scriveva Federico della Chiesa anni dopo nelle sue Noterelle Varesine e spiegava che “accanto agli indolenti, amanti del quieto vivere” vi si radunavano “gli amanti dell’azione”[1]. Egli si riferiva alla società del casino, autentico cenacolo di iniziazione politica, la quale era stata costituita nel 1811 con sessanta soci - ad opera del dottor Luigi Grossi, cognato di Vincenzo Dandolo e del giudice Carlo Sala - nei locali del caffè di Attanasio Giannelli; era stata poi trasportata in casa Comolli, nell’attuale piazza Carducci, ed operava ancora nella sonnacchiosa età della Restaurazione. Certo con la Restaurazione e il ritorno degli Asburgo in Lombardia nel 1814 anche a Varese il clima politico era cambiato: ma sepolto Napoleone non si era semplicemente tornati alla situazione prerivoluzionaria. Varese, amena città di ville decantata pù riprese tra 1817 e 1838 dall’entusiastico Stendhal, fu da subito un ambiente particolarmente adatto alla diffusione di un comune sentimento antiaustriaco nelle modalità che erano allora quelle predicate dalle società segrete a partire dalla carboneria. In tutta la Lombardia, come è noto, queste traevano origine da una parte dalla tradizione massonica e dall’altra dall’esperienza politica dei clubs attivi durante la rivoluzione di cui abbiamo notizia anche per Varese: si fa riferimento al club rivoluzionario, aperto fin dal 1794 quale filiazione di un’associazione esistente nel capoluogo lombardo e che divenne ben presto un’ importante sede di propaganda giacobina[2]. Tra i carbonari varesini ricordiamo due uomini in particolare provenienti da diverse classi sociali - borghesia e nobiltà -: il borghese era il gallaratese Luigi Borghi,l’ingegnere ed industriale tessile che aderì poi anche alla Giovine Italia; il nobile era il varesino conte Tullio Dandolo, figlio di Vincenzo. In tale veste dopo i moti carbonari di Torino del 1821 il Dandolo era stato interrogato dallo stesso inquisitore che aveva irrorato pene severe nei processi ai carbonari della Lomellina e in quelli Pellico-Maroncelli e contro il Confalonieri, anche se era stato poi rilasciato[3]. Sembra infatti attestato dalla sua diretta testimonianza che aderì alla setta sospetta dei Federati, diffusa già negli anni tra 1818 e 1820 nell’Italia centro-settentrionale dal Piemonte alla Lombardia presso nobili e borghesi antiaustriaci e aperta a chiunque avesse per così dire “un animo italiano” - come dicevano i contemporanei - e volesse dar vita, previo allontanamento degli austriaci, ad un grande Regno costituzionale nell’Italia settentrionale sotto i Savoia ed esteso dal Piemonte all’Adriatico ed i ducati padani[4]. Certi sono i rapporti del Dandolo e del Borghi con Benigno Bossi, marchese milanese con beni stabili in città, il quale partecipò ai moti carbonari del 1821 e fu costretto poi a riparare all’estero in quanto figurò tra gli arrestati[5]: e occorre ricordare che costui a sua volta operò a stretto contatto con Federico Confalonieri e non a caso in qualità di capitano della guardia civica era figurato già accanto a lui nel 1814 nel tumulto milanese del 20 aprile che prese d’assalto il palazzo del senato subito dopo la caduta del regno napoleonico schierandosi dalla parte degli “italici puri”: in quell’occasione era emersa chiaramente l’idea di uno stato indipendente lombardo la quale era in realtà ispirata prevalentemente ancora ad un rilancio in chiave regionalistica dell’egemonia del patriziato milanese soffocata dalla politica centralizzatrice dello stato napoleonico accentrato e trans-regionale[6]. Contro il centralismo degli apparati statali che, dopo la parentesi napoleonica, si ripresentava anche nella forma della monarchia amministrativa istaurata dall’Austria in Lombardia, riprese vigore presso i carbonari il progetto politico che era stato funzionale agli aristocratico-liberali milanesi del 1814[7]. Ma esso presentava per così dire “un valore aggiunto” quello di coinvolgere i Savoia: nel clima febbrile precedente lo scoppio del moto in Piemonte del marzo 1821 dunque si era avuta la missione di molti lombardi come lo stesso Benigno Bossi a Torino per contattare Carlo Alberto, giovane principe di Carignano.
I MAZZINIANI VARESINI, BORGHESIA COLTA E NOBILTA' BORGHESIZZATA In realtà, tra anni venti e trenta, non si ebbero più in città clamorose manifestazioni patriottiche né tantomeno riferimenti ai Savoia ma l’ ambiente varesino fu certamente adatto per tenere desta nel cuore di alcuni “spiriti liberi” una certa intolleranza che sfociò poi nelle nuove aspirazioni patriottiche alla metà degli anni trenta con l’ampia adesione al mazzinianesimo[8]: si può sicuramente pensare che anche a Varese nel chiuso dei salotti dell’Adamoli o nelle sale del caffè di piazza Carducci o di casa Orrigoni si operò un lento distacco dal proto-nazionalismo di cui si è detto, da quello cioè che Luca Mannori ha chiamato un immaginario patriottico connotato dalla forte valenza pluralista tesa a proteggere comunque le piccole patrie locali (identità provinciali e/o cittadine), un immaginario con una caratura localistico- regionale dalle forti spinte centrifughe sconfinanti nel separatismo[9]- Nel 1833 pare addirittura fosse stato inviato a Varese un associato alla Giovine Italia per cercare proseliti[10]. Vi aderirono giovani colti delle classi professionali ed intellettuali animati da una generale insoddisfazione per la qualità della vita sotto l’Austria [11], studenti universitari, liberi professionisti, medici, avvocati e giovani laureati contrariati dagli scarsi spazi che la società del tempo offriva loro per favorirne l’ascesa professionale[12]. Tra i primi, oltre ad un membro della più importante famiglia industriale di Varese - Luigi Molina anche lui dottore fisico e membro dell’amministrazione ospedaliera- figurava il già citato medico Luigi Grossi, un altro laureato dell’Università di Pavia e fondatore della società del casino[13] Condivideva gli ideali filomazziani Domenico Adamoli: nella Milano della prima Restaurazione,dove si recò per continuare gli studi iniziati a Varese, egli entrò in contatto con i circoli patriottici Ma soprattutto egli incontrò la futura moglie Lucia Prinetti che si definiva ella stessa “esaltata mazziniana” e anni dopo riceveva a casa tra gli altri giornali anche quello di Mazzini dal titolo Pensiero e azione -[14]. Sembra certo che anche un altro eroe delle cinque giornate, il Daverio, fosse iscritto alla Giovine Italia. Si trattava di un borghese di modeste origini sociali che dopo aver studiato a Varese era poi partito da qui per raggiungere l’università di Pavia dove si laureò in scienze matematiche. L’adesione alle idee democratiche e unitarie di Mazzini riguardò infine anche a Varese la nobiltà, una nobiltà diversa per spirito oltre che per ragioni anagrafiche da quella più vecchia e contraddistinta da atteggiamento culturale che ne condizionò l’adesione ad una moda politica emozionante: cresciuta al culto di Alfieri e di Foscolo a motivo del suo orientamento liberale e romantico manifestò ben presto insofferenza e delusione nel regime restaurato[15]. Alcuni appartenevano alle tradizionali famiglie della nobiltà locale come i fratelli Mozzoni, figli di quel Celso che si era schierato in prima fila in età franco napoleonica a favore delle idee giacobine: Attilio nato nel 1830 aveva solo diciotto anni quando fu in prima linea nel '48 milanese insieme a Emilio Morosini i fratelli Dandolo e Luciano Manara. Di don Giulio Bossi, invece, nobile di Azzate laureato in legge sappiamo dei contatti con Francesco Daverio ma sappiamo anche da alcune lettere della profonda amicizia che lo legava a Domenico Adamoli, dal quale potrebbe avere derivato la sua adesione al mazzinianesimo[16]; Felice Orrigoni invece conobbe a Londra il Mazzini nel 1845. [17] Anche i fratelli di Felice - Angelo, Alessandro ed Eugenio - erano cospiratori e quest’ultimo in particolare fu colui che nel 1848 partì da Varese alla volta di Milano per portare aiuto all’insurrezione popolare con circa 800 uomini[18]. Cesare Parravicini, anch’egli nobile e mazziniano aveva studiato a Roma presso i gesuiti e poi visitato Vienna dove “preponderando in lui il desiderio della libertà della sua patria” si iscrisse alla Giovine Italia. Sembra certo anche il mazzinianesimo dei fratelli di Giuseppe Comolli, Giulio - ingegnere – e Paolo [19]. Altri patrioti invece erano esponenti di una nobiltà più recente usi a passare molto del loro tempo a Varese. Tra questi i giovanissimi figli di Tullio Dandolo a partire da Emilio che tra 1841 e 1843 aveva ricevuto nel collegio di Monza un’educazione patriottica da Angelo Fava, fervente patriota ed esperto educatore che di persona contattò segretamente in Milano gli stessi fratelli Dandolo, Emilio Morosini e Luciano Manara per dar vita all’insurrezione del 48[20] Entrambi i fratelli Dandolo fin dalla più tenera età avevano respirato aria liberale nella villa Morosini di Casbeno dove intorno al cuore dell’eroe polacco Kosciusko la contessa Emilia riuniva gli amici e compagni di studi del figlio Emilio. Tutti loro furono pronti ad andare a combattere sulle barricate milanesi nel marzo 1848 cementando uno spirito patriottico che li avrebbe portati alla morte nel 1849 nella difesa di Repubblica Romana. [21] Tra i nobili filoliberali repubblicani seguaci del credo mazziniano sono da annoverare ancora i fratelli De Cristoforis milanesi ma con stabile dimora anche a Varese e Carlo Carcano, divenuto poi ingegnere, il quale partecipò cogli studenti ai moti del 1848 e poi, come vedremo, anche a quelli mazziniani del 53 [22]: costui era l’esempio tipico di una nobiltà urbana assai vicina alla borghesia colta di formazione universitaria tanto da far pensare ad una vera e propria aristocrazia “borghesizzata” vale a dire imborghesita anche a seguito della trasformazione di alcune strutture giuridiche e di una mentalità nuova volta a investimenti produttivi e iniziative in campo economico.
LA CORRENTE MODERATA. GLI "ALBERTISTI" Il nome di Carlo Alberto tornò a circolare a Varese negli anni 40 tra patrioti di tendenza antiaustriacante ma moderata per i quali l’impegno ad operare scelte nette nei problemi di linea politica divenne più pressante a partire dal 1845 e poi via via mano mano che ci si avvicinava al 48: per costoro non è facile ricostruire il credo politico al di là di una generica insofferenza verso quella che più avanti nel 1863 Ezechiele Zanzi, segretario del comune varesino nell’ormai unificato Regno d’Italia, descriveva come “servitù” austriaca, una servitù capace di trasformare “ in rigidezza la serietà del nostro carattere settentrionale”[23]. Comune a tutti fu la crescente consapevolezza che per contrastare la linea rivoluzionarie e cospirativa di Mazzini era necessario coinvolgere i Savoia rispolverando il progetto di regno del nord voluto come si è visto già nel 1821 da Confalonieri e dai liberali lombardi: “là nel suo salotto a terreno convenivano Carlo Torelli….d’un patriottismo a tutta prova, il Berra, il Parravicini don Cesare, i Comolli, i Bizzozero, i Bolchini, l’Angiolino Orrigoni, fratello di Felice, capitano del mare intimo amico di Garibaldi” scriveva anni dopo Federico della Chiesa[24]. Costui ricordava dunque che al fianco dei piu accesi mazziniani varesini che si trovavano spesso nel salotto dell’Adamoli a discutere di politica c’erano anche nomi di gente nuova, avvocati e professionisti come l’avvocato Berra o i fratelli Giovanni e Francesco Bolchini, figli dell’avvocato Giuseppe, notaio che era stato viceprefetto di Varese in età napoleonica. Circa la posizione di questi liberal–moderati varesini non è facile sapere se già prima del 48 avevano precisi obiettivi politici e se già si erano posti il problema di un distacco dall’impero e di un’eventuale unione al costituzionalizzato Piemonte; anche a Varese però indubbiamente da qualche tempo alcuni avevano cominciato sempre più seriamente a pensare ad una maggiore au-tonomia per la Lombardia pur senza arrivare all’idea di una vera e propria rivolta e tale pensiero si era rinsaldato da quando nel 1846 si erano moltiplicati gli incontri a Milano sia con il Correnti che con il Tenca nel salotto della Maffei aperto in quell’anno: ritenendola possibile solo al di fuori dell’impero asburgico molti vennero via via sempre più a vagliare la possibilità dell’alternativa sabauda [25] e in tal modo finirono inevitabilmente per sostenere anche l’ideale dell’indipendenza dall’Austria come emerge chiaramente in un’ode improvvisata dall’avvocato varesino Rapazzini in occasione delle feste del 1847 in onore di Pio IX che inneggiava appunto “a l’expulsion de l’entranger”[26] ideale che portò poi all’adesione alla corona sarda. Certo essi suscitavano la netta opposizione dei mazziniani: così sembra provare anche una testimonianza di Massimilla Adamoli che rivolgendosi alla nuora - la fervente mazziniana Lucia Prinetti- nel gennaio 1847 scriveva: “se abbiamo che il Piemonte (è)in nostro soccorso non si può sperare molto” [27]. Nel 1847 si ebbe una svolta definitiva nel movimento patriottico locale e precisamente nell’autunno: come in tante altre città italiane infatti anche a Varese si arrivò ad una vera e propria manifestazione di piazza a sostegno per la politica di riforme del papa Pio IX. La guidavano alcuni mazziniani - i cosiddetti “Progressisti” come li chiamava anni dopo il Brambilla [28]- come il Bottelli proprietario del famoso caffè varesino, Cesare Parravicini e i due fratelli Giulio e Giuseppe Comolli ma anche professionisti di orientamento moderato quali l’avvocato Rapazzini ed il dottor Carlo Pellegrini Robbioni[29]: significativo il fatto che sui muri della città apparvero in quell’occasione scritte quali “Viva l’Italia e guerra all’Austria” scritte che potevano far pensare anche al programma moderato della guerra regia oltre che a Mazzini. Ma ne apparvero anche altre inneggianti a papa Pio IX, re d’Italia, cosa che fa pensare alla presenza anche a Varese di posizioni filo-unitarie di tipo neoguelfo ma comunque non allineate a quelle dei mazziniani e di Cesare Parravicini[30]: molteplici erano infatti a quel tempo le proposte che, pur da posizioni politiche diverse e con progetti istituzionali differenti, davano al problema dell’unità nazionale i liberali moderati ed i democratici cattaneiani rifiutando entrambi la realizzazione dell’unificazione del paese per via insurrezionale predicata da Mazzini. Quella moderata peraltro differiva certo da quella democratica (sia nella versione unitaria mazzianiana che in quella dei federalisti repubblicani) ma comprendeva a sua volta al suo interno due versioni – la neoguelfa e la filosabauda - assai diverse tra loro. E non è difficile pensare che anche a Varese ne giungesse l’eco attraverso i contatti coi salotti milanesi o con chi da questi apprendeva idee e programmi e li portava poi nella deliziosa villeggiatura varesina. Non a caso nel '48 si profilò decisamente anche a Varese all’interno del comitato di pubblica sicurezza lo schieramento politico dei cosiddetti “albertisti” che riproduceva il nome che era dato – nel quadro del pensiero politico risorgimentale alla vigilia delle guerre d’indipendenza - al pensiero moderato cresciuto nel solco di Cesare Balbo e delle sue Speranze d’Italia nonché di Massimo d’Azeglio: si trattava di un pensiero liberal- nobiliare- nettamente distinto sia dal neoguelfismo del Primato giobertiano che dal mazzinianesimo, un pensiero che mirava precisamente alla costituzionalizzazione del Regno sabaudo e al suo allargamento al Nord a spese dell’impero austriaco il quale doveva essere espulso dalla penisola a danno d ei popoli balcanici [31]. Stando alle testimonianze coeve, facevano capo al dottor Antonio Longhi medico milanese capitano della guardia nazionale - e che predicava decisamente l’unione al Piemonte onde costituire una “testa forte in Italia” vale a dire una monarchia costituzionale formata dagli stati nell’Italia settentrionale e riunita sotto al Savoia che poteva garantire libertà e indipendenza[32]. E fu proprio questa proposta politica a generare anche a Varese la stessa evidente spaccatura tra ideale democratico- repubblicano e ideale unionistico-sabaudo che fu comune anche ad altre città lombarde in quei difficili giorni di marzo in cui si aprì il dibattito sul futuro assetto da dare ai territori liberati dal dominio austriaco – un dibattito tanto più contrastato quanto più si legava alla questione dell’indipendenza nazionale - [33]. Anche Varese il comitato di sicurezza affrontò la questione della riforma istituzionale del nuovo stato e mentre il Parravicini nella sua qualità di mazziniano si oppose aspramente all’idea di una unione al Piemonte in nome dell’ideale unitario sacrificato dalla semplice costituzione di un Regno dell’alta Italia, Tullio Dandolo espresse addirittura il proposito di arrivare alle elezioni popolari per il voto di unione al regno sardo[34], posizione che si riconduceva a quella emersa in diversi governi provvisori di dare cioè attuazione alla soluzione annessionistica filosabauda legittimandola però col voto popolare espresso in forma palese vale a dire con una vera e proprio formula di adesione.
DAL '48 ALLA SCELTA SABAUDA Gli anni successivi al 48 infine videro anche a Varese la dissidenza di vari militanti della democrazia risorgimentale mazziniana che se ne staccarono proprio per il diverso peso che si voleva dare al problema sociale rispetto a quello della libertà: è il caso del De Cristoforis che negli anni 50 si pronunciò al fine di trasformare radicalmente l’assetto sociale molti di più di quanto avesse predicato il Mazzini[35]. E gli stessi anni videro anche a Varese l’assimilazione di personalità - Carlo Carcano, Andrea Cortelezzi - che avevano iniziato la loro milizia politica nel campo repubblicano nelle fila dei moderati. Varie le cause. Le rappresaglie condotte nel 1853, dopo il moto milanese dei barabba, e poi ancora nel 1854 durante il governo militare, con il conseguente inasprirsi della pressione fiscale ed il sequestro dei beni furono un errore contribuendo a rendere fu profondo il solco tra Austria e ceti nobiliari della Lombardia che non avevano avuto nessuna parte nei fatti del 53: determinarono probabilmente anche a Varese la consapevolezza che era ormai impossibile negoziare con Vienna nuovi assetti politico istituzionali capaci di garantire una maggiore autonomia decisionale ai ceti dirigenti. Non solo. Il sequestro dei beni diede a Cavour la possibilità di atteggiarsi a difensore dei diritti delle popolazioni italiane suddite dell’Austria e di attirare sempre più la componente moderata del movimento nazionale nell’orbita piemontese: mentre da una parte, al cospetto delle dolorose sconfitte subite, si accentuava la crisi del mazzinianesimo, dall’altro i moderati, trovato un valido punto di riferimento in Cavour, tra 1853 e 1856 cercarono in tutti i modi di assicurasi l’egemonia nella direzione del movimento nazionale approfittando anche dell’evoluzione dello scenario politico internazionale, della crisi d’oriente della guerra di Crimea e dell’inserimento del Piemonte nel conflitto e nelle trattative di pace: una fetta rilevante dei rivoluzionari del 48 che avevano fino allora oscillato tra esercito sabaudo e ideale rivoluzionario-popolare di Mazzini si andarono spostando sempre più verso il Piemonte. Contribuì a fomentare in Varese tale assimilazione il particolare clima politico degli anni cinquanta: “ Ogni domenica Il Crepuscolo ci portava gli scritti di Carlo tenca, di Cesare Correnti, di Carlo Cattaneo, dei fratelli Visconti Venosta di Emiliano Giudici, di Tullio Massarani e di Eugenio Camerini” scriveva anni dopo Felicita Morandi riferendosi al settimanale di letteratura arte e economia fondato nel 1850 da Carlo Tenca, guida morale e intellettuale nell’azione di resistenza all’Austria anche nella sua qualità di animatore dal 1846 del famoso salotto Maffei, divenuto proprio nella Milano del decennio preunitario riferimento prezioso per il patriottismo liberal-moderato non solo milanese e lombardo[36]. In tal contesto prese sempre più piede in Varese la fede in Vittorio Emanuele II e in Cavour la quale si fece piu intensa proprio con nel cruciale biennio 1857-1859. In tale quadro si collocano i ripetuti contatti con il Piemonte da parte di varesini come Antonio Bolchini, Giulio Carcano Orrigoni fino ad Emilio Dandolo e Domenico Adamoli [37]: fratello di Enrico morto a Roma, sopravvissuto a Luciano Manara e a Emilio Morosini, il Dandolo dopo il '48 si legò in sempre più stretta amicizia con Ludovico Trotti tanto che nel 1850- 51 i due compirono insieme un viaggio in Oriente. E come si sa il Trotti era un patrizio di tendenze liberali, uno degli esponenti più in vista, insieme a Giovanni Allievi al Giulini ed al Torelli, del moderatismo lombardo vale a dire di quel gruppo di liberali e uomini politici fautori dell’autonomia lombarda e per i quali però indipendenza e libertà erano essenziali per la soluzione del problema nazionale e dunque dovevano passare inevitabilmente per l’intervento sabaudo. Il Trotti in particolare fu autore di lunghe lettere inviate a Torino a Giuseppe Massari, direttore della Gazzetta piemontese e intimo collaboratore del Cavour, che più tardi contribuì insieme a Cesare Giulini alla formazione del mito cavouriano in area lombarda [38] Nel 1856 il Dandolo partecipò alla guerra di Crimea credendo proprio come Cavour che “ da quella impresa dovesse sorgere il diritto alla nuova liberazione d’Italia” e più in generale si avvicinò ai Savoia tanto che gli uomini del tempo lo definivano “gradito al Cavour e al Azeglio “[39]: “questa mattina è giunto da Milano il mio caro amico Emilio Dandolo. E’ stato a vedere il conte Cavour insieme col professor Allievi, uno dei compilatori del Crepuscolo, il quale ora come tanti altri è diventato amico della politica piemontese” scriveva il Massari riferendosi ad una visita del Dandolo a Torino del 4 agosto 1858[40] Non pochi patrioti varesini si orientarono in questa direzione, aderendo alla scelta sabauda che si concretizzò nel 1859 nella più generale accoglienza a Garibaldi da parte dei membri del ceto dirigente varesino: si trattava di un ceto dirigente moderato di ricchi borghesi che si era compattato dal 1856 intorno al podestà Carlo Carcano. Tale adesione nasceva anche dalle speranze nei concreti vantaggi e nelle effettive opportunità di crescita che sarebbero derivate loro dal nuovo corso politico: essa rispecchiava dunque l’insofferenza dell’ élite politica locale nei confronti di uno Stato - quello absurgico-, che tra l’altro da ultimo aveva negato la tanta agognata ferrovia Varese-Milano [41]: nasceva inoltre dal fatto che soprattutto negli anni cinquanta, tale ceto aveva visto seriamente compromesse le posizioni acquisite a causa di una politica fiscale non solo avversa alla proprietà fondiaria ma anche capace di porre forti limiti alla libertà d’impresa con un regime daziario e un sistema protezionistico assai opprimenti [42]. Motivi economici, finanziari e politico-amministrativi stavano anche a Varese alla base dell’insofferenza per una politica così contraria agli interessi locali, una politica che “ ci ferisce nell’intelligenza e nello spirito”, come scriveva l’Allievi nel quadro di quel liberalismo nobiliare borghese che in tutta la Lombardia traeva linfa anche dal confronto con la nuova situazione che si stava realizzando in Piemonte grazie al Cavour ed al suo intenso programma di riforme e di opere pubbliche[43]. In particolare il consolidamento del regime costituzionale, la modernizzazione socio-economica e la politica libero-scambista fecero in quegli anni del Piemonte un punto di riferimento per molti lombardi e nuovi consensi giunsero poi anche dopo il progressivo avvicinamento alla Francia avvenuto dopo il marzo del 1857 quando Cavour decise di rompere le relazione diplomatiche con l’Austria: di li a poco lo sfortunato epilogo della spedizione di Sapri e poi nel giugno le tragiche insurrezioni mazziniane di Genova e Livorno seguite nell’agosto dalla nascita a Torino della Società nazionale presieduta dall’eroe della Repubblica di San Marco Daniele Manin - società che organizzò il passaggio in Piemonte dei volontari del 1859 - rinsaldarono la convinzione di un assoluta necessità di una guerra nazionale diretta da Vittorio Emanale. Dall’altra parte stava casa d’Austria la quale dalla metà degli anni cinquanta mostrò chiaramente di voler attenuare la politica repressiva a favore di una politica di riconciliazione che passò anche attraverso l’appoggio della chiesa favorito dalla forma del concordato nel 1855. Fu però soprattutto a partire proprio dal 1857 che la visita di Francesco Giuseppe in Lombardia a scopo propagandistici aveva inaugurato una nuova stagione di dialogo e una politica conciliativa volta a chiudere l’emergenza propria della seconda Restaurazione[44]: tale politica, continuata poi nel biennio con l’armistia per i condannati politici e la riattivazione delle congregazioni centrali mirava ad un consolidamento del consenso. Ma la speranza che si potesse dare un vero e proprio colpo di spugna sul '48 fu in realtà un autentico errore di valutazione: il fantasma del passato oltre a diffondere in Lombardia un generale stato di insicurezza e allarme, rese impossibile il dialogo favorendo dal 1857 un clima di silenzioso boicottaggio contro la politica delle concessione e delle lusinghe, una politica che si fece più intensa durante il governatorato di Massimiliano per il suo sforzo di recuperare consensi. Nel clima di calma apparente che ne derivò si rinsaldarono nello spirito pubblico lombardo la fede nel Piemonte e il germe della diffidenza all’Austria, il quale nel 1859 si tradusse in aperta opposizione: dopo il grido “guerra” che si levò alla Scala di Milano alla prima della Norma del 10 gennaio essa culminò nel febbraio 1859 nel famoso affaire dandolo vale a dire i tumulti di chiara valenza patriottica scoppiati in piazza San Babila ai funerali del nostro eroe varesino Emilio- morto di tisi- con la partecipazione di migliaia di persone accorse la grido di Viva l’Unione intorno alla ghirlanda tricolore a manifestare ormai la portata del movimento politico antiaustriaco. Esso fu uno degli eventi più dirompenti nei complessi rapporti tra Vienna e la Lombardia nei mesi immediatamente precedenti la seconda guerra d’indipendenza.Anche a Varese se ne avvertirono immediati gli effetti: fin dal 1858 l’ambiente politico era tornato a vivacizzarsi alla notizia dei preparativi di guerra e dei contatti tra Garibaldi e i governo torinese; fu solo nel febbraio 1859 però che i primi volontari varesini passarono segretamente in Piemonte e ricordiamo che il centro di arruolamento fu proprio presso l’ Albergo del Leon d’Oro (la cui insegna è ben visibile ancora oggi nello stabile di Via Albuzzi 6) di proprietà di Luigi Cortelezzi, un altro militante mazziniano passato tra le fila sabaude[45]. Pochi mesi dopo nel maggio Garibaldi entrava a Varese accolto festosamente dalla folla. Il Risorgimento si concluse entro il quadro di un liberalismo moderato che contrario a radicali modifiche sociali non lo fu invece nei confronti dell’Unità, come dimostra la progressiva conversione di Cavour alla scelta unitaria nonché la costruzione istituzionale dello stato in senso unitario tra 1859 e 1865. Anche a Varese furono non solo le forze democratico-mazzinano-garibaldine (Cortelezzi, Parravicini, Adamoli, Bolchini) ma anche quelle moderate-già albertiste( Minola, Rapazzini, Morandi,) che, confluite già nel 1859 nella nuova classe dirigente, furono spinte poi ad accettare la soluzione unitaria e cioè quel centralismo che dopo essere stato a lungo la bestia nera di molti consorti moderati diveniva la base della loro strategia di occupazione del potere: nella presenza dell’istituto parlamentare e nei giochi della politica che questo rendeva possibile essi intravidero infatti la possibilità di mantenere quote di potere tramite le quali sostenere gli interessi locali soffocati dal centralismo della monarchia amministrativa ( previsto dalla legge Rattazzi del 1859 e poi da quella del 1865) e ciò favorì insieme alla simpatia per il Piemonte una transizione costituzionale indolore da un tradizionale municipalismo di impronta autoreferenziale allo stato liberal-rappresentativo basato su un raccordo al centro di istanze localistico federali le quali trovavano il loro canale di espr-essione nelle fazioni parlamentari regionali [46]. Non a caso, spente istanze federalistiche e regionalistiche alla Minghetti, Cattaneo incontrò scarsissima fortuna nella cultura civile dell’Italia unita. Oltre a far rivivere l’Italia dei municipalismi nella forma piu adeguata ai tempi, l’assetto unitario nella forma del cosiddetto “centralismo all’italiana” in cui fu realizzato permise al paese di entrare nella via dello sviluppo; a Varese fu una grossa occasione di crescita e modernizzazione. Lo fu anche in altre città del regno l’unità, e al sud ? è da verificare: ma come il caso di Varese da me studiato sembra indicare ovunque il grado di sviluppo o non sviluppo dipese dalle scelte dei vari ceti dirigenti, dalla loro lungimiranza e soprattutto dalle PREESISTENTI condizioni locali e NON DALL’UNITA’ e cioè da quel dirigismo romano che i ceti dirigenti, quando vollero, furono capaci di aggirare in nome delle esigenze locali. Ivana Pederzani
NOTE [1] Oltre a F. DELLA CHIESA, Noterelle varesine (1906),Varese 1990 vedi M. LODI,L’ avvocato in camicia rossa, ivi,pp.10 ss.. ma cfr. anche G. ZANINI, Lo spirito pubblico di Varese prima dei moti del 1848, in “R.S.S V”,2 (1964), pp. 99 ss. [2] F. CUSANI, Storia di Milano dall’origine ai nostri giorni,vol. IV, Milano 1867,p.327 Oltre a L. Brambilla, Varese e il suo circondario, 2 voll. Varese 1874, I,, pp.294 ss. si vedano dunque A. Adamollo, L. Grossi, Cronaca di Varese, memorie cronologiche, a cura di A. Mantegazza, Varese 1931 ma cfr. anche A. BURDET, Varese e la prima Repubblica Cisalpina, Varese 1913, p.27;per la citazione cfr. L.GIAMPAOLO, Varese dall’avvento della Repubblica Cisalpina alla fine del Regno Italico, Varese 1959, p. 78 [3] C. SPELLANZON,I primi anni della dominazione austriaca in Lombardia, in Storia di Milano XIV, Fondazione Treccani, Milano 1960,pp. 22: R. GIUSTI, Dandolo Tullio, in Dizionario biografico degli italiani,Roma XXXII, pp.507 ss.; M. MERIGGI, Il Regno Lombardo-Veneto, Torino 1987., pp.312 ss. Ma vedi anche F.DELLA PERUTA, Il mondo cospiratorio della Restaurazione in “Il Risorgimento”,2003, 3,pp.335 ss., [4] Vedi su questo periodo dell’esilio le lettere da lui scritte allo zio Luigi Grossi in ASCVa,Raccolta Museo,cart 36, fasc. 14/1. [5] Oltre a V. SPRETI, Enciclopedia storico-nobilaire italiana,8 voll., Bologna 1981, vol. II, p.156, vedasi F. CUSANI, Storia di Milano dall’origine a’nostri giorni, vol. VIII, Milano 1884,p.70 e per il Bossi cfr. S. MONTI, Pagine di storia comasca contemporanea (1821-1859), Como 1917,p.15 [6] Sull’attività politica e sociale di Federico Confalonieri si veda il saggio di C. Mozzarelli, Sulle opinioni politiche di Federico Confalonieri patrizio e gentiluomo in Federico Confalonieri aristocratico progressista nel bicentenario della nascita, a cura di Giorgio Rumi, Milano-Bari, Cariplo-Laterza, 1987, pp.48-67, ora in C. Mozzarelli, Antico regime e modernità, Roma, Bulzoni, 2008, pp.123-150. [7] Ibid p.137 ma vedi anche G.GALLAVRESI, La rivoluzione lombarda del 1814 e la politica inglese,in “Archivio Storico Lombardo”, 1909, vol 11, pp. 108 ss., M.MERIGGI, Liberalismo o libertà dei ceti ? Costituzionalismo lombardo agli albori della Restaurazione, in “Studi Storici” 1981,pp.315 ss. [8] Vedi anche le considerazioni sul periodo U. LEVRA,Malati,folli e criminali nella Torino carlo-albertina:Torino”città malata”? in “Rivista di storia contemporanea”,XI(1982),3,pp. 354 ss Per la citazione Cfr. E. DANDOLO, I Volontari ed i bersaglieri lombardi,Milano, 1860, Prefazione, p. V. [9] L.MANNORI, Alla periferia dell’impero. Egemonia austriaca e immagini dello spazio nazionale nell’Italia del primo Risorgimento (1814-1835) in AAVV.,Gli imperi dopo l’impero nell’Europa del XIX secolo, a cura di M.BELLABARBA-B.MAZOHL-R.STAUBER-M.VERGA, Bologna 2008, pp. 309 ss. [10] F. DELLA PERUTA,Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il partito d’azione 1830-1845,Milano 1974,pp.110 ss. [11] L. AMBROSOLI, Varese e il Risorgimento, Varese 1959, pp. 37-39; G.GRILLI, Como e Varese nella storia della Lombardia, Azzate,1968, 207 ss. [12] A.ARISI ROTA, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia(1833-1835),Milano 2003,p.17 [13] G.A.ADAMOLLO- L.GROSSI, Cronaca di Varese, cit., anno 1834 - Sull’elenco dei processati nel 1831-32-33-34 vedi ancora S.MONTI, Pagine di storia comasca contemporanea(1821-1859), cit.,p.16-17. [14] Su di lei vedi ora anche G.ARMOCIDA,Il Diario di Lucia Prinetti Adamoli,1858-1863,Varese 2009:ID. Lucia Prinetti Adamoli una patriota lombarda legata agli ideali mazziniani,in “Mazzini e la Lombardia. Lo sviluppo dell’ideale unitario(Aspetti inediti)”. Atti Convegno regionale di Pavia, 8 novembre 1997, Pavia 1998, pp.124 ss. [15] A. ARISI ROTA, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia(1833-1835), cit.,p.133. [16] Oltre alla Lettera del 3 novembre 1840 o quella del 29 dicembre 1842 vedi in generale le lettere di Giulio Bossi a Domenico Adamoli tra 1840 e 1862 in ASCVa,Raccolta Museo,cart 7, fasc. 54. [17] L.GIAMPAOLO, Nuove testimonianze sul passaggio di Garibaldi da Varese e zone circostanti nell’agosto 1848, in “RSSV”, XVI, 1983, p. 191. [18] M-SANVITO,Il diavolo rosso a Varese, 1932,pp.27-28; C.ORRIGONI,Felice Orrigoni e la sua cooperazione al Risorgimento italiano, in “Rassegna storica del Seprio”, IV, 1941 ma anche M.LODI- L.NEGRI,C’erano una volta. Novantun protagonisti della storia di Varese, Varese 1989,,cit., p.151. [19] L. GIAMPAOLO, Vicende varesine dal marzo 1849 alla proclamazione del Regno d'Italia e la seconda campagna di Garibaldi nel varesotto, cit., p.54. [20] G.PERNA,Echi risorgimentali: la famiglia di Tullio Dandolo,in”Lombardia Nord-Ovest”,1 2003, pp 59 ss [21] E.DANDOLO,I Volontari ed i bersaglieri lombardi, cit. [22] Sul Carcano cfr. In memoria di don Carlo Carcano, in ASCVa,I,cart.5,fasc.5; L.ZANZI, Un ventennio di vita varesina in “Manuale della Provincia di Como per il 1889”,Como 1889, pp.15 ss. Più in generale G.C.JOCTEAU, L’unificazione, in B.BOINGIOVANNI- N.TRANFAGLIA( a cura di ), Le classi dirigenti nella storia d’Italia, Bari 2006,pp.10 ss.; F.MAZZONIS, La monarchia e il Risorgimento, Bologna 2003.Ma anche N.RAPONI, Politica e amministrazione in Lombardia agli esordi dell’Unità, Milano 1967, p. 96. [23] E.ZANZI,Di alcune industrie ed arti nel circondario di Varese., Como 1863, p.17. [24] F. DELLA CHIESA, Noterelle varesine, cit.,p. 58. [25] M.MERIGGI, Il Regno Lombardo-Veneto, cit.,p. 338. [26] L. GIAMPAOLO, M-BERTOLONE, La prima campagna di Garibaldi in Italia e gli avvenimenti militari e politici nel Varesotto1848-1849, Varese 1969, p.12. [27] Lettera di Massimilla Adamoli a Lucia Adamoli,1 gennaio 1847 in ASCVa, Raccolta Museo, cart 7, fasc 2. [28] L. BRAMBILLA, Varese e il suo circondario 2 voll. Varese 1874, I, cit, p.300 [29] M.LODI- L.NEGRI,C’erano una volta. Novantun protagonisti della storia di Varese,cit., p. 176. [30] G. ZANINI, Lo spirito pubblico di Varese prima dei moti del 1848,cit., p.105. [31] L’altro Piemonte nell’età di Carlo Alberto, a cura di E.DEZZA-R.GHIRINGHELLI, G.RATTI, Alessandria 2009,pp.311 ss R.ROMEO,Cavour e il suo tempo,3 voll., Bari Roma 1969-1984, ID.,L’Italia liberale:sviluppo e contraddizioni, Milano 1987; L.CAFAGNA, Cavour, Bologna 1999. [32] A. LONGHI, Sulle attuali condizioni e speranze della Lombardia e della Venezia,Milano 1848 ( reperibile in ASCVa, Raccolta Museo, cart 42 fasc. 7) [33] G. GRILLI, Como e Varese nella storia della Lombardia,cit., A.SCIROCCO,L’Italia del Risorgimento 1800-1860,Bologna 1990;R.ROMANELLI,Nazione e costituzione nell’opinione liberale avanti il 48 in Aa.Vv, La rivoluzione liberale e le nazioni divise,a cura di P.BALLINI, Venezia 2000, pp. 271 ss. [34] ASCVa, AMV, cart Varese 3. [35] F.DELLA PERUTA, Giuseppe Mazzini e i democratici,Milano 1969, pp. XI.ss ma anche p. 1064- [36] Oltre a F.MORANDI, Ricordi postumi di Felicita Morandi, cit., pp. 29 ss, vedi D. MALDINI CHIARITO, Due salotti del Risorgimento in Aa.Vv, Salotti e ruolo femminile in Italia tra fine Seicento e primo Novecento, a cura di M.L.BETRI- E.BRAMBILLA, Padova 2004 p.297 ma anche L.JANNUZZI,Carrara Spinelli Elena Clara in Maffei, in Dizionario biografico delle donne lombarde,Milano 1995, pp.269 ss. [37] L.GIAMPAOLO, Vicende varesine dal marzo 1849 alla proclamazione del Regno d'Italia e la seconda campagna di Garibaldi nel varesotto, Varese 1969, p.70. [38] N.RAPONI, Politica e amministrazione in Lombardia agli esordi dell’Unità, cit.,p.205 e p. 243. [39] E.DANDOLO,I Volontari ed i bersaglieri lombardi, Prefazione, cit,p. XI. [40] G.MASSARI, Diario, p.2 in N.RAPONI,Politica e amministrazione in Lombardia agli esordi dell’Unità,cit [41] Sulla battaglia localistica delle aristocrazie regionali e dei gruppi egemoni nella penisola nei decenni preunitari vedi tra l’altro. MERIGGI,, Amministrazione e classi sociali nel Lombardo-Veneto(1818-1848), Bologna 1983;ID,Centralismo e federalismo in Italia.Le aspettative preunitarie, in O.JANZ-P.SCHIERA-H.SIEGRIST ( a cura di ), Centralismo e federalismo tra Otto e Novecento in Italia e Germania a confronto,Bologna 1997, pp.49 ss. [42] Oltre G.CHIERCHINI, “Le cariatidi del ministero”:rappresentanza nazionale e vita politica in Lombardia agli esordi dell’Unità, in “Nuova Rivista Storica”, LXI(1978),pp.82-83, sulla politica asburgica vedasi G.GRILLI, Como e Varese nella storia della Lombardia, cit., pp.193 ss.; N.RAPONI,Politica e amministrazione in Lombardia agli esordi dell’Unità,cit. [43] A.ALLIEVI,Amministrazione finanziaria del Lombardo-Veneto dal 1848 al 1858,in “Rivista contemporanea”, 7 (1859), XVII, p. 33. [44] Da qui in poi vedi A. ARISI ROTA,Il linguaggio del controllo e della crisi: lo spirito pubblico lombardo nei rapporti dei delegati provinciali (1857-59), in “Nuova Rivista Storica” 119( 2007), I, pp. 112 ss. [45] Per gli elenchi completi dei varesini che parteciparono alla campagna del 1859 vedi L. GIAMPAOLO,Vicende varesine dal marzo 1849 alla proclamazione del Regno d’Italia e la seconda campagna di Garibaldi nel varesotto,cit.,pp.345 ss. [46] M. MERIGGI, Centralismo e federalismo in Italia. Le aspettative preunitarie, cit., ma vedi anche le considerazioni di R. ROMANELLI,Nazione e costituzione nell’opinione liberale avanti il’48 ,cit., pp.271 ss. nonchè E. RAGIONIERI, Politica e amministrazione nell’Italia unita, Roma 1967 pp. 81 ss. |


