Martedì 22 Maggio 2012
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Spigolature post-unitarie: donne e madri varesine, la "repugnante" sudditanza amministrativa da Como, la Banca Popolare e i Liberi Pensatori della massoneria
Venerdì 13 Gennaio 2012 09:36

All'appuntamento con l'Unità la popolazione di Varese giungeva col ricordo ancora vivo del bacio che le donne del posto avevano lanciato trepide ai garibaldini giunti in città nel maggio del 1859. Proprio nel maggio infatti, all’avvicinarsi delle truppe che varcavano il Ticino, Varese insorse cogliendo l’occasione per liberarsi dall’austriaco e il podestà Carlo Carcano inviò l’ assessore Cesare Piccinelli incontro a Garibaldi per comunicargli la benevola accoglienza della gente. Tale evento ci mette subito di fronte al cosiddetto garibaldinismo varesino, così vivo che Varese ne derivò addirittura l'epiteto di "città garibaldina" [1]. Esso era in buona parte frutto di un vivo sentimento popolare che alimentò a lungo anche negli anni successivi la tradizione patriottica locale ed una serie di generosi atti di amore patrio, come spiegava nelle sue Noterelle Varesine "l'avvocato in camicia rossa" Federico della Chiesa, figlio dell’altrettanto noto Emanuele [2]: insieme ad Emilio e Enrico Dandolo e il padre di quest’ultimo Tullio e insieme anche ad Emilio Morosini, Alessandro Righini e a Eugenio Orrigoni, Emanuele diresse infatti il moto del 1848 in stretto contatto con gli ambienti milanesi e fu inoltre anche più avanti l’ispiratore sia dei volontari varesini che si arruolarono nel 1861 nella spedizione dei Mille sia di quelli che nel 1866 risposero al grido di guerra contro l'Austria [3]. E sicuramente quando nel 1870 il figlio Federico partì a sua volta per sostenere la causa di Roma capitale, egli aveva ancora assai vivo il ricordo di suo padre e degli amici più cari di quest’ultimo, come Domenico Adamoli, Cesare Parravicini, Angelo Orrigoni, Luigi Cortelezzi, nonché di sua madre, "fiera garibaldina" la quale fu da subito dedita alla causa dell'indipendenza nazionale al pari di numerose altre donne e madri varesine, come la Rezia, la Prinetti Adamoli, la Zeltner –Morosini, madre d Emilio eroe delle cinque giornate, morto come è noto a Roma nel difendere la repubblica nel 1849 insieme a Enrico Dandolo .

Ma l’adesione dei membri del ceto dirigente varesino alla scelta sabauda nasceva anche dalle speranze nei concreti vantaggi e nelle effettive opportunità di crescita che sarebbero derivate loro dal nuovo corso politico. E’ vero infatti che il Comune notabilare della età della Restaurazione dal punto di vista amministrativo si ispirava anche nel Lombardo -Veneto, come in altri stati della penisola, ad un modello che consisteva in una sorta di ‘miscelazione’ tra sistema accentrato francese e sistema indigeno tardo- settecentesco e pertanto poteva lasciare una certa libertà di manovra alle forze locali, ma è anche vero che tale modello era stato interpretato in maniera assai autoritaria da Vienna negli ultimi anni cinquanta proprio a seguito dei moti quarantotteschi [4]. In tal senso l'abbraccio del 1859 tra Garibaldi e l’ ingegner Carlo Carcano, nobile di origine -comasca designato podestà nel 1856 dal governatore del Lombardo-Veneto e riconfermato nella carica di sindaco il successivo 12 febbraio 1860, simboleggiava assai bene l’adesione allo spirito innovatore dei nuovi tempi, per quanto da posizioni estremamente moderate, da parte di certa nobiltà urbana di più recente origine: si trattava di una nobiltà che si era sentita erosa nei propri privilegi di ceto dall’avanzare dell’accentramento amministrativo nella prima metà dell’Ottocento tanto da aprirsi notevolmente nei confronti della grande borghesia liberale lombarda del tempo e far pensare in tal senso a vere e proprie aristocrazie “borghesizzate”. Per tale ragione alcuni membri di questa nobiltà furono attivi nelle fila del liberalismo della Restaurazione che come è noto, univa ad un anima cetuale, vale a dire la variante patrizio cittadina della classica ideologia delle libertà corporative, un’anima più propriamente liberale che fondava il suo progetto politico su conseguimento di una costituzione liberale fino a farne il mito aggregante per una serie di altri disagi sociali[5] .

In generale l’adesione del ceto dirigente varesino nel 1859 alla scelta cavouriana, vale a dire all’Unità d’Italia nel segno della monarchia, rispecchiava l’insofferenza dell’ élite politica locale nei confronti di uno Stato - quello absurgico- , che nell’organizzazione dei pubblici poteri aveva puntato su un processo di definzione istituzionale diretto da fuori [6]: nasceva inoltre dal fatto che soprattutto negli anni cinquanta , tale ceto aveva visto seriamente compromesse le posizioni acquisite a causa di una politica fiscale non solo avversa alla proprietà fondiaria ma anche capace di porre forti limiti posti alla libertà d’impresa con un regime daziario e un sistema protezionistico assai opprimenti [7]. Non a caso tra gli "urgentissimi provvedimenti economici" richiesti al governo torinese dal podestà Carcano nella seduta consiliare del 27 agosto 1859,subito dopo il passaggio della città allo Stato sabaudo, provvedimenti capaci di “conquistar(le) tutta l’importanza materiale non solo, ma anche morale che le compete”, c’era in primo luogo la costituzione della provincia di Varese e abolendo la mai accetta sudditanza amministrativa da Como : questa tanto “repugna(va) al pubblico e privato interesse non meno che ai rapporti morali, economici, commerciali e politici” poiché, come avevano scritto alcuni varesini fin dal 1802 in una famosa supplica all’allora vicepresidente della I Repubblica Italiana Francesco Melzi d’Eril, Como era “lontana mille miglia da Varese”.[8]. Il riconoscimento di Varese quale città, infatti, pur valendole fin dal 1816 una Congregazione municipale e un Consiglio comunale, fu ben poca cosa rispetto a quanto desiderato fin da allora dai varesini a livello locale e ribadito poi da loro ancora più avanti nel 1848 quando fu costituito a Milano il governo provvisorio della Lombardia ; e fu ben poca cosa anche il rango di città regià che, ottenuto nel 1857, pur permise a Varese di venire rappresentata alla Congregazione centrale di Milano e a quella provinciale di Como.

Tra i provvedimenti richiesti a Torino nel 1859 c’era anche la costituzione di un tribunale, una dogana, una Camera di Commercio, nonché la realizzazione di nuovi collegamenti sia con la Svizzera che con il Piemonte collegamenti richiesti anche dalla Società dei Vapori elvetica dopo che già negli anni cinquanta del secolo XIX furono istituiti regolari servizi di diligenza da Varese - prima con Laveno poi anche con Luino ed il confine svizzero - [9]. Già nell’agosto 1859 infine l’amministrazione cittadina si rivolgeva al presidente del Consiglio dei ministri dello Stato sabaudo per propugnare la realizzazione della ferrovia Gallarate–Varese, obiettivo che come vedremo fu perseguito ostinatamente anche negli anni successivi sia con petizioni al parlamento ed alla Società delle ferrovie , sia con missioni speciali del sindaco varesino nella capitale sabauda . [10]Come altre città lombarde infatti anche Varese era stata penalizzata a lungo dall’Austria rispetto ad altre località dell’impero favorite in vista dei grandi collegamenti internazionali. Neppure nel corso degli anni cinquanta, però, quando in tutto il Regno Lombardo-Veneto fu realizzata una nuova rete di vie di comunicazione in funzione del sistema ferroviario imperiale, il ceto dirigente varesino vide accolta la richiesta della ferrovia Milano -Varese che esso considerava l’unico vero mezzo valido per una ripresa dell’industria manifatturiera, proprio allora danneggiata dall’atrofia del baco da seta [11] .

Guidava il Consiglio dal 1856 in qualità di podestà il già nominato ingegnere Carlo Carcano, figlio di quel Carlo Barnaba che fu ripetutamente membro della rappresentanza civica tra gli anni trenta e quaranta del secolo e che aveva ottenuto conferma della nobiltà dagli austriaci fin dal 1817, traendo come molti altri nobili del tempo la propria legittimazione politica dalle forme dell’autogoverno urbano[12]. Intorno al Carcano si era compattato negli anni cinquanta un ceto dirigente assai variegato al suo interno, ma accomunato da una generale propensione all’investimento immobiliare. Ciò valeva per gli imprenditori e valeva anche per la cerchia dei ricchi borghesi professionisti presenti in Consiglio in gran numero. La grossa novità del 1860 riguardava però essenzialmente la connotazione politica del nuovo ceto dirigente uscito dalle elezioni di quell’anno. I più ampi criteri di partecipazione legati al meccanismo del doppio canale censitario-capacitario, previsto dalla legge Rattazzi, portarono infatti per la prima volta a Varese in Consiglio, accanto ad una maggioranza moderata e di fede monarchica, alcuni esponenti di indirizzo ‘liberale’: così gli uomini del tempo definivano ancora dopo l’Unità la sinistra risorgimentale, usando un termine che in seguito fu adottato dai moderati per connotare le proprie idee mentre intorno al 1880 i partiti riuniti sotto le insegne della sinistra (liberali e repubblicani) assunsero più propriamente quello di democratici, con il quale anche noi preferiamo qui chiamarli per evitare fraintendimenti [13].

A parte i casi di Adamoli, Mozzoni e Parravicini, la componente democratica del Consiglio comunale varesino al momento dell’Unità era costituita perlopiù da elementi nuovi nella via politica locale e che avevano una concezione del governo municipale opposta al personalismo notabilare manifestatosi a lungo nei decenni precedenti nella gestione degli affari comuni. Al di là di questo è difficile ricostruire in modo chiaro le linee del loro programma d’azione; quel che è certo che già nel novembre 1860 un giornale democratico cittadino , “L’eco di Varese”, arrivava addirittura ad auspicare una legge elettorale che per gli eleggibili “richiedesse il talento,gli studi fatti e non il censo” e per gli elettori il suffragio universale poteva evitare ingiustizie legate alla ricchezza [14]. In materia finanziaria i democratici erano certo favorevoli all’imposta sulla ricchezza mobile ovvero sulla rendita che ritenevano la più conforme a equità e giustizia purchè non colpisse anche gli impiegati comunali con scarsi stipendi come prova tra l’altro l’esplicita dichiarazione del dottor Giuseppe Comolli incaricato di stendere un piano finanziario per il Comune nell’aprile 1861 [15].

Dal punto di vista amministrativo sembra certo che anche i democratici varesini condividessero già nei primi anni sessanta la generale opposizione delle forze di sinistra alla forte integrazione tra centro e periferia che si realizzava con l’accentramento : in tal senso essi si allineavano con lo schieramento politico e parlamentare e con la ripulsa dell’ordinamento accentrato divenuto caro ai moderati ai vari governi di destra dopo l’ insabbiamento dei disegni leggi Minghetti e Farini sul regionalismo e l’arroccamento su posizioni propriamente conservatrici favorito dal Sella “idealizzatore dell’onnipotenza dello Stato “[16]. Già nel 1861 infatti il democratico dottor Giuseppe Comolli auspicava la realizzazione di un “discentramento amministrativo” che egli riteneva l’invitabile esito del principi del liberalismo [17] e che come vedremo costituì poi nel 1876 un punto essenziale del programma politico dei più accesi democratici varesini con in testa Giacomo Bizzozzero o il comasco Paolo Carcano [18]. Il tutto coronato da un forte anticlericalismo che talora i democratici condivisero perfino coi moderati del fronte laico come avvenne quando, capeggiati da don Emilio Mozzoni, essi parteciparono insieme a Cesare Veratti, Carlo Carcano, Domenico De Bernardi ed Ezechiele Zanzi ad un comitato per la soppressione delle corporazioni religiose. Fin dai primi anni sessanta inoltre essi si pronunciarono decisamente contro tutto “l’edificio temporal della corte di Roma” e qualche anno dopo, nel febbraio 1878, Ugo Scuri giunse addirittura a dare le dimissioni perche era stata dichiarata la vacanza delle scuole comunali nel giorno dei funerali di Pio IX[19].

Quanto più propriamente allo scontro dei due schieramenti sul piano della lotta politica, esso si ricollegava in gran parte alla polemica delle correnti democratiche repubblicane e federaliste contro l’impostazione liberal-moderata e monarchica al problema dell’Unità nazionale risalente al tempo delle lotte risorgimentali [20]. Sul piano locale furono proprio il nobile ex-mazziniano Cesare Parravicini ed il democratico Cortelezzi che ostacolarono nel 1861 il programma di rinnovamento edilizio e urbanistico promosso dal moderato sindaco Carcano. Le cose cambiarono però dopo la crisi del 1861- 1863 quando entrarono in Consiglio giovani professionisti democratici nati intorno agli anni quaranta e dunque alcuni anni dopo i vari Parravicini, Cortelezzi, Adamoli: si trattava del dottor Francesco Bolchini, notaio in Tradate, figlio a sua volta del primo viceprefetto di Varese del 1805 e dell’ avvocato Ugo Scuri collaboratore de “La Libertà”, foglio di idee repubblicane anche se talora non radicalmente mazziniane come quelle del Parravicini [21].

Pur sempre in netta polemica rispetto all’impostazione data dal gruppo moderato al problema nazionale propugnando l’Unità d’Italia sotto il segno della monarchia, le idee politiche di costoro rimanevano perlopiù contenute entro i confini di un programma differente da quello dei mazziniani più accesi della prima ora [22]: inoltre , ad attestare l’estrema varietà del fronte democratico del tempo, come alcuni garibaldini che avevano accettato di realizzare l’Unità in nome e per il tramite di Vittorio Emanuele II, grazie alla loro sensibilità alla questione sociale anche questi democratici la ritenevano la prima indispensabile tappa per un completo rinnovamento sociale del paese [23] . Non a caso furono proprio uomini come il Bolchini e lo Scuri a riunirsi fin dal 1863 intorno alla Società operaia di mutuo soccorso aperta in città a operai ,artigiani e commercianti e finalizzata a risolvere il problema dell’assistenza di caso di malattia e vecchiaia nonché quello dell’impiego di donne e bambini nelle fabbriche ; per favorire l’istruzione di operai-fanciulli e contadini al fine che “li rischiari di nuova luce” l’anno dopo essi aprivano le prime scuole serali e domenicali scuole frequentate già all'inizio da quasi 400 iscritti e destinate negli anni a sempre maggiori sviluppi [24].

Grazie alla presenza di questi democratici in Consiglio, già negli anni sessanta i moderati riuscirono dunque ad avviare una politica di reciproca intesa che fu assai importante per la prima modernizzazione della città e la realizzazione di una parte dei progetti che stavano più a cuore al partito moderato a partire dalla ferrovia per Milano : già in occasione delle elezioni amministrative del luglio 1863, ad esempio, oltre a uomini come Adamoli, Orrigoni e Cortelezzi il giornale democratico “La Libertà”ne sostenne anche altri dell’ala moderata purché già esperti nell’ amministrare il Comune come gli industriali Alessandro Macchi e Luigi Molina e l’ingegner Amabile Morandi . Il che si ripetè anche negli anni successivi in occasione delle elezioni amministrative per il rinnovo di un quinto del Consiglio, quando la stampa democratica invitò più volte gli elettori a scegliere uomini “per capacità ed attitudine nel discernere e promuovere il buono e l’utile”[25]. Non si può dimenticare a questo proposito che la stessa Camera di Commercio presieduta da Luigi Molina già nel 1862 non solo era costituita anche da individui come il Cortelezzi che ne assicuravano la componente democratica, ma era stata specificamente richiesta proprio dai democratici per arginare le nefaste conseguenze della misera e dell’emigrazione e quindi per venire incontro alle più elementari esigenze dei ceti popolari [26] ; oltre alla Camera di Commercio un'altra importante istituzione economica fondata in quegli anni, il Comizio Agrario, era formato anch’esso da membri dell’élite politica ed economica varesina di diverso colore politico come Luigi Molina, e Carlo Carcano ma anche dal democratico Giuseppe Comolli [27].

Anche la Banca Popolare varesina, infine, nata nel 1865 nello stesso anno in cui si apriva un analogo istituto in Como e in molte altre città del Regno nella forma societaria di anonima cooperativa per “il miglioramento economico della parte numerosa del popolo ciòè la classe operaia”, derivò dall’iniziativa congiunta degli interessi imprenditoriali locali e dell’ala democratica del Consiglio varesino che sosteneva sulle pagine de “La Libertà” l’accessibilità del credito per tutti .I principali esponenti democratici - Domenico Adamoli, Emanuele Della Chiesa, Angelo Orrigoni, Luigi Cortelezzi, Ugo Scuri- sedevano tutti nel Consiglio di amministrazione della banca insieme a membri del notabilato locale come Carlo Carcano, Cesare Veratti, Luigi Molina e Alessandro Macchi che avevano bisogno per le loro imprese di un sostegno finanziario più affidabile di quello che poteva offrire loro la Cassa di Risparmio .

Ben presto però si manifestarono le prime tensioni tra i due schieramenti .Nel 1866 inoltre si spezzò anche il fronte dei democratici varesini per lo spostamento di alcuni di estrazione borghese verso forme più accese di estremismo e di anticlericalismo favorite proprio in quegli anni dalla promulgazione papale del ‘Sillabo ‘: Ugo Scuri e Giuseppe Bolchini si distaccavano infatti dagli antichi amici quali il Lanzavecchia ed il Prestini già collaboratore de “La Libertà” e , insieme a Giuseppe Comolli, Angelo Orrigoni e Domenico Adamoli, nell ‘aprile essi diedero vita alla “Società dei liberi pensatori” ,una loggia massonica che predicava l’autonomia di pensiero da ogni vincolo anche di confessionismo religioso [28]. Costituita, in linea con quanto avveniva nel resto del paese, anche da elementi dello schieramento moderato la loggia massonica varesina confermò subito il ruolo dell’associazionismo postunitario quale strumento di coesione della classe dirigente locale : lo avrebbe dimostrato anche ancora vent anni dopo, nel vivo del trasformismo politico locale, la fondazione nel 1882 della Società per la cremazione di ispirazione massonica di cui fu presidente il banchiere Cesare Veratti e cui aderirono oltre ai democratici anche l’industriale della birra Angelo Poretti e altri esponenti moderati del ceto dirigente varesino . [29]

Come è ampiamente spiegato nel volume negli anni successivi la situazione del ceto dirigente locale andò ulteriormente a mutare alla luce anche delle importanti trasformazioni del quadro politico nazionale : proprio tra 1879 e 1882 infatti ando’ affiorando sempre più decisamente a Roma una tendenza che ebbe poi grande fortuna per tutti gli anni ottanta anche a livello locale, vale a dire la capacità del Depretis di abbandonare il confronto tra maggioranze e opposizioni definite e riconoscibili in nome di una prassi compromissoria capace di alleanze ora coi dissidenti di sinistra ora coi moderati. La conseguente formazione di una maggioranza parlamentare fu esito sempre più evidente di un trasformismo che si identificava anche con l’ unificazione della borghesia italiana a livello nazionale e che si perpetuò nel corso del decennio nel sempre più complesso quadro politico nazionale, divenendo la regola del sistema politico anche in varie città d’Italia[30]: esso infatti costituì per certi versi la risposta stabilizzante della classe politica nazionale al timore di nuove forze politiche emerse dalla riforma elettorale del 1882 ma anche delle prime rivendicazioni operaie legate agli sviluppi industriali della penisola

Fu questo un momento centrale della modernizzazione varesina nel quarantennio postunitario, una modernizzazione per certi versi più precoce che in altre città del regno, favorita da un ceto dirigente liberal-moderato - i ‘consorti’ moderati appunto - vale a dire una sorta di governo di centro-sinistra di cultura e di estrazione borghese , in cui confluì anche parte della vecchia guardia democratica come Ugo Scuri. In tale contesto, complice un certo municipalismo di antica memoria, il Comune varesino riuscì a lungo a condizionare la prassi del centralismo statale e dei controlli imposti da Roma: ciò permise al ceto dirigente di riaffermare la sua autonomia in materia di spesa pubblica e di reperimento delle risorse con una capacità proporzionale allo stesso progresso socio economico della realtà locale. Insomma il caso di Varese ci pone davanti ad una sorta di “decentramento moderato” entro il quale i limiti all’autonomia comunale erano assai elastici e dunque permettevano al ceto dirigente della seconda metà dell’Ottocento di muoversi sfruttando fino in fondo tutta l‘ampia libertà di azione offerte dalla legge superandone talora anche i confini. In realtà come è dimostrato nel volume  tale “centralismo all’italiana” a maglie assai larghe fu favorito anche dal forte clientelismo che si insinuò nel sistema dei controlli dell’autorità tutoria provinciale sui comuni-: in ogni caso esso portò enormi vantaggi sul piano della modernizzazione della società civile varesina e in tal modo anche a Varese i ceti dirigenti locali riuscirono ancora a lungo a garantire la perduranze di policentrismi e particolarismo riconfermandoli al di là dello spartiacque costituito dall’unificazione del Paese [31]: da questo punto di vista il volume conferma dunque quanto hanno scritto alcuni studiosi interrogandosi sulle scelte di alcune forze nobiliar-borghesi che in varie parti della penisola erano state attive nel prospettare soluzioni politiche al problema dell’unità nazionale nella fase prequarantottesca [32].

Ebbene dopo essere stata a lungo la bestia nera di molti consorti moderati la soluzione unitaria fu accetta nel 1861 da queste stesse forze socio-politiche insieme al centralismo burocratico che essa comportava per un motivo ben preciso in quanto diveniva la base di una nuova strategia di occupazione del potere: nella presenza dell’istituto parlamentare introdotto dai Savoia infatti tali forze - che in precedenza si erano arroccate a lungo nella difesa delle “piccole patrie”locali - intravidero la possibilità di mantenere quote di potere a livello parlamentare e di riuscire e in tal modo sostenere gli interessi locali più di quanto avesse permesso loro il centralismo della monarchia amministrativa dell età della Restaurazione. Ciò favorì insieme alla simpatia per il Piemonte una transizione costituzionale indolore da un tradizionale municipalismo di impronta autoreferenziale allo stato liberal-rappresentativo basato infatti su un raccordo al centro di istanze localistico federali le quali trovavano il loro canale di espressione nelle fazioni parlamentari regionali [33].    Ivana Pederzani



[1] Sul Risorgimento varesino si rimanda a G.DELLA VALLE,Varese,Garibaldi ed Urban,Varese 1863 ;L.GIAMPAOLO-M.BERTOLONE,La prima campagna di Garibaldi in Italia,Varese 1950 ; L.GIAMPAOLO , Vicende varesine dal marzo 1849 alla proclamazione del Regno d’Italia e la seconda campagna di Garibaldi nel varesotto,, Varese 1969. Per un inquadramento storico generale cfr. anche L.AMBROSOLI, Varese e il Risorgimento nazionale,Varese 1959.

[2] M.LODI,L’ avvocato in camicia rossa, in F.DELLA CHIESA, Noterelle varesine Varese 1990 .

[3] Sulla presenza di alcuni patrioti che soggiornarono a Varese nel 1863 prendendo contatti con democratici locali come Domenico Adamoli si veda L.GIAMPAOLO, Lettere di Giuseppe Mazzini,Addeodato Franceschi,Ergisto Bezzi,Domenico Adamoli e Carlo Torelli, in “Rivista Società Storica Varesina “,X(1962),VII,pp.105 ss.

[4] Oltre E.ROTELLI, Gli ordinamenti locali della Lombardia preunitaria,ora in ID., L’alternativa delle autonomie: istituzioni locali e tendenze politiche nell’Italia moderna,Milano 1978 , pp.29 ss.vedi P.AIMO, Stato e poteri locali 1848-1995 Roma 1998 , pp. 29 ss.; E.COLOMBO, I controlli amministrativi nella Lombardia austriaca, in “Storia Amministrazione,Costituzione.Annale Isap “, 4(1996), pp.175 ss.

[5] Sul Carcano cfr. In memoria di don Carlo Carcano, in Archivio Storico Civico di Varese ( d’ora in poi ASCVa), I,cart.5,fasc.5 ; L.ZANZI, Un ventennio di vita varesina in “Manuale della Provincia di Como per il 1889”,Como 1889, pp.15 ss. Ma vedi anche Elenco dei primi 100 estimati della R. Città di Varese per la proposta dei consiglieri comunali in rimpiazzo di quelli che per turno cessarono,1858 allegato a Verbale della seduta del Consiglio comunale 12 ottobre 1858, in ASCVa, I, cart. 110, fasc. 1 . Più in generale cfr. F.MAZZONIS, La monarchia e il Risorgimento, Bologna 2003 ; G.C.JOCTEAU, L’unificazione, in B.BOINGIOVANNI- N.TRANFAGLIA( a cura di ) , Le classi dirigenti nella storia d’Italia , Bari 2006,pp.10 ss.

[6] Sulla battaglia localistica delle aristocrazie regionali e dei gruppi egemoni nella penisola nei decenni preunitari vedi tra l’altro M.MERIGGI, Amministrazione e classi sociali nel Lombardo-Veneto(1814-1848), Bologna 1983 ;ID,Centralismo e federalismo in Italia .Le aspettative preunitarie, in O.JANZ-P.SCHIERA-H.SIEGRIST ( a cura di ), Centralismo e federalismo tra Otto e Novecento in Italia e Germania a confronto,Bologna 1997, pp.49 ss .

[7] Oltre G.CHIERCHINI, “Le cariatidi del ministero” :rappresentanza nazionale e vita politica in Lombardia agli esordi dell’Unità, in “Nuova Rivista Storica”, LXI(1978),pp.82-83, sulla politica asburgica vedasi G.GRILLI, Como e Varese nella storia della Lombardia,Azzate,1968,pp.193 ss. ; N.RAPONI,Politica e amministrazione in Lombardia agli esordi dell’Unità,Milano 1967 .

[8] Relazione del podestà Carcano ai Signori consiglieri, allegata a Verbale della seduta del Consiglio comunale del 27 agosto 1859,Varese 27 agosto 1859, in ASCVa, I, cart. 110,fasc. 2 ; per la citazione nel testo cfr. invece I Cittadini infrascritti al Vicepresidente della repubblica italiana, Varese 20 luglio 1802,in Archivio di Stato di Milano (d’ora in poi ASMi), Censo,p.m., cart. 731.

[9] A.CARERA, Le accelerazioni e le continuità del tempo. Sistemi e mezzi di comunicazione nel comasco tra Otto e Novecento,in S.ZANINELLI, (a cura di), Politica, economia e società: la provincia di Como dal 1861 al 1914, Milano 1986, pp.179 ss. Per i collegamenti di Varese con Laveno e Luino oltre a L. GIAMPAOLO, Vicende varesine dal marzo 1849 alla proclamazione del Regno d'Italia e la seconda campagna di Garibaldi nel varesotto, cit, p.53, cfr. Comunicazione della R. Delegazione al Commissario distrettuale, Como 12 dicembre 1845, in ASCVa, X,cart. 221; quanto ai collegamenti con Porto Ceresio ed il confine svizzero si veda la documentazione in ASCVa, X,cart.221.

[10] Verbale della seduta del Consiglio comunale del 27 agosto 1859, cit.; Verbale della seduta del Consiglio comunale del 31 dicembre 1859 ,in ASCVa, I,cart. 110 fasc. 2

[11] In particolare tra 1857 e 1858, il Comune di Varese aveva presentato al governo asburgico istanze per la costruzione di almeno tre linee ferroviarie - la Varese- Como, la Varese -Tradate - Saronno, la Varese - Gallarate ; in quell’occasione il progetto della Tradate -Saronno-Milano - anche se poi abbandonato come gli altri - era stato quello preferito almeno sulla carta dalle autorità asburgiche in quanto largamente sostenuto da imprenditori di Tradate o di paesi vicini come Giovanni Schoch, di origine zurighese ma proprietario anche di un filatoio di cotone a Castiglione Olona . Oltre a M. MERIGGI, Il Regno Lombardo-Veneto, Torino 1987; N. RAPONI, Politica e amministrazione in Lombardia agli esordi dell’Unità,cit.,pp.45ss e p.303, cfr. dunque L. GIAMPAOLO, Varese.Sintesi storica,Varese 1977, p.55; P. MACCHIONE, Una provincia industriale, Miti e storia dello sviluppo economico tra Varesotto e Altomilanese ,I,Varese 1989 , pp.97 ss.

[12] V. SPRETI,Enciclopedia storico-nobiliare italiana, 8 voll.,Bologna 1981,vol. II,p.320.

[13] L.GIAMPAOLO, Le elezioni poltiche in Varese fino alla prima guerra mondiale”,in R.S. S.V. “,n.5, 1956, p.181 ;V. BERNARDI, Le elezioni politiche a Varese(1861-1976), in R. GHIRINGHELLI ( a cura di ), Momenti di storia sociale dell’Italia tra Ottocento e Novecento:Varese e Malnate, Varese 1984. Per la denominazione di ‘liberali’ data ai democratici varesini si veda L. GIAMPAOLO,Vicende varesine dal marzo 1849 alla proclamazione del Regno d’Italia e la seconda campagna di Garibaldi nel varesotto,cit., p. 497.

[14] “L’eco di Varese,” 26 novembre 1860 .

[15] Vedi i successivi articoli su La Libertà”, 19 luglio 1863 e 10 agosto 1865.

[16] Anche per la citazione tratta dal periodico “Il Diritto” del 1876 cfr. A.BERSELLI, La destra storica dopo l’Unita 2 voll., Bologna 1965 ,II, p.80

[17]Per la citazione riferita al Comolli cfr.Proposta per avocare al Comune la nomina futura del personale del civico ospedale, in Verbale della seduta del Consiglio comunale del 22 novembre 1861, in ASCVa, I, cart. 111.

[18] Oltre a E.RAGIONIERI, Politica e amministrazione nella storia dell’Italia unita, Bari 1967, pp.156 ss.

[19] Vedi anche per la notizia sulle corporazioni rispettivamente “La Libertà “, 5 gennaio 1865 e 24 settembre 1865 nonché “L’Indicatore Varesino”, 21 febbraio 1878 .

[20] Cfr. tra l’altro E.GALLI DELLA LOGGiA,La conquista regia, in AAVV, Miti e storia dell’Italia unita, Bologna 1999, p.21.

[21] F. DELLA CHIESA, Notarelle varesine,cit.,pp.85 ss. Anche sull’avvocato Bolchini, figlio del notaio Francesco, si veda M.LODI- L.NEGRI, C’erano una volta. Novantun protagonisti della storia di Varese,Varese 1989 e L.GIÀMPAOLO, Il diario di Giuseppe Bolchini volontario dei cacciatori delle Alpi1859, in “R. S .S. V.”,VI, 1960,pp.50 ss.

[22] E.GALLI DELLA LOGGIA,La conquista regia ,cit., p.21.

[23] Su questi schieramenti vedi tra l’altro A.CANAVERO,Tendenze elettorali in provincia di Como, in S.ZANINELLI (a cura di ) Politica, economia ,società, cit., pp.11ss. Ma sull ‘apertura al socialismo di Garibaldi cfr. A. SCIROCCO, Garibaldi.Battaglie ,amori, ideali di un cittadino del mondo,Bari 2001, pp. 360 ss .

[24] A.BERNARD, La scuola dei nostri nonni, Como 1995,p. 178; P.MACCHIONE,Una provincia industriale Miti e storia dello sviluppo economico tra Varesotto e Altomilanese,cit,pp.332 ss., ma vedi anche T.COLOMBO,Le società operaie di mutuo soccorso nel Varesotto,in “R. S. S.V.”, 8 (1964),2,pp.144 ss. ;A.DISTEFANO-F.SALANGA, La formazione del movimento sindacale a Varese(1860-1902),Busto Arsizio, 1974, p.3; A.BIANCHI, La cooperazione a Varese attraverso i giornali democratici. Dalle origini ai primi anni Settanta, in R.GHIRINGHELLI(a cura di),Il movimento cooperativo nel Varesotto (1886-1986) .Aspetti e vicende, Varese 1987,pp .3 ss. Per la citazione cfr.“ La Libertà”, 11 giugno 1863 .

[25] Cfr .rispettivamente “La Libertà”, 19 luglio 1863 ,supplemento; “ La Libertà”, 20 luglio 1865.

[26] Oltre a P.MACCHIONE,Una provincia industriale Miti e storia dello sviluppo economico tra Varesotto e Altomilanese, I, cit., pp.91-92;ID.,Premiata Ditta.Breve storia del commercio varesino,Varese 1992.pp.23 ss., cfr. “Rassegna della Camera di Commercio “, 17 febbraio 1865 , e l’intero numero di “Quaderni Storici” dedicato a Élites e associazioni nell’Italia dell’Ottocento, n. 26 (1991) .

[27] Vedi documentazione in ASCVa, XI,cart. 9.

[28] “La Libertà “,22 aprile 1866 .

[29] Oltre a A. MOLA,Storia della massoneria in Italia dal’Unità alla Repubblica,Milano 1976 vedi S.DANESI, Liberi muratori in Lombardia. La massoneria lombarda dal 1700 ad oggi, Roma 1995.

[30] Vedi tra l’altro M.TESORO, La vita politica a Pavia(1870-1900), in G.DE MARTINI-S.NEGRUZZO ( a cura di ) ,Pietà dei defunti. Storia della cremazione a Pavia tra ‘800 e ‘900 , Pavia 2000,pp.160 ss ma cfr. anche per la posizione di un democratico comasco A.DE SERVI, ‘Mimetismo politico ‘ e trasformismo :Paolo Carcano e le sue prime ‘avventure ‘ elettorali, in “ Annali dell’istituto di storia moderna e contemporanea”,13 (2007 ),pp. 91 ss.

[31] Vedi il caso studiato da I.PEDERZANI, “IL carro del progresso”.Spesa pubblica,politica e società a Varese in età liberale (1859-1898), Milano 2009.

[32] L. MANNORI, Le Consulte di stato in Le riforme del 1847negli Stati italiani in “Rassegna storica toscana”, XLV(1992)/2,pp. 347

[33] M. MERIGGI, Centralismo e federalismo in Italia. Le aspettative preunitarie, cit., ma vedi anche le considerazioni di R. ROMANELLI,Nazione e costituzione nell’opinione liberale avanti il’48 in P.L.BALLINI, ( a cura di ) , La rivoluzione liberale e le nazioni divise, Venezia 2000,pp.271 ss ma vedi anche E. RAGIONIERI, Politica e amministrazione nella storia dell’Italia unita, cit., pp. 81 ss