Martedì 22 Maggio 2012
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Un giudizio controcorrente sul sermone di Celentano: e se il "re degli ignoranti" avesse ragione? L'uomo non è nato solo per morire e nessuno parla più del paradiso
Venerdì 17 Febbraio 2012 17:59

Celentano non si smentisce. Grandissimo cantante, autore, attore, intrattenitore, fustigatore. Ricordo che mio padre non amava i cantanti degli anni sessanta, che pure erano bravissimi, però impazziva per Claudio Villa, il reuccio incontrastato della canzone italiana e amava moltissimo Adriano Celentano, forse colpito dalla dinoccolata scioltezza di quel giovanotto spuntato dalla povertà milanese, semplice, pieno di energia, dotato di una verve assolutamente unica e di una voce straordinariamente bella. Con lui sullo schermo la televisione rimaneva sempre accesa. Adesso capisco; capisco perché quel vecchietto quasi ottantenne e con idee tutte sue potesse simpatizzare per il “molleggiato”.

Celentano è unico: lo è per la sua personalità forte e decisa, per quel suo richiamare la gente alla bellezza di un paese messo sotto pressione dalle colate di cemento, dai problemi degli operai, da qualche prete o frate che ha un pochino perso di vista la gioia di vivere, da una pressione mediatica che in qualche caso si occupa molto di più di pettegolezzi che di cose utili. E’ amato ovunque, perché sa creare un rapporto comunicativo diretto con la gente, attirandola a sé con quelle pause cariche di suspence, con quello sguardo indagatore e un po’ provocatorio, tipico di chi è nato dove tutto assume un significato unico e preciso, dove non si butta via niente e dove le “piccole” cose diventano importanti, fondamentali, il sostegno di una vita.

Lui ha conservato tutto, nonostante abbia vissuto in un mondo a tratti virtuale, spregiudicato, dominato dal dio denaro, dai piaceri della vita, quelli che non lasciano spazio all’etica, alla religione, all’interiorità. Ma Adriano non ha mai rinnegato o cancellato un passato fatto di sacrifici, di grosse difficoltà, di attese e di speranze, ha continuato a credere nella forza dei valori che ha ereditato respirando la modestia artigianale della gente comune, abituata all’amicizia, alla vita della famiglia, al prete, alla solidarietà. Da sempre i suoi valori sono quelli della sua vita e da sempre ama lanciare i suoi messaggi, convinto che l’essere pubblico offra tra le tante cose anche quella di scuotere le coscienze, di far riflettere, di riportare i sogni e le illusioni alla realtà, quella che si lega soprattutto all’amore e alla speranza.

Celentano non è uno sprovveduto. Può anche cadere nell’errore, come è successo, ma anche in questo caso vale la pena pensare bene a quello che ha detto, prima di rispondere ai colpi di mortaio con gli obici da centoventi. Chi vive il cattolicesimo oggi, con tutte le difficoltà del caso, non può non sentirsi in parte rappresentato dal tribuno Adriano, che sfida il potere sul suo terreno preferito, quello delle “verità” consolidate, che nessuno ardirebbe toccare per motivi vari, in parte legati a quella stratificata ipocrisia che accompagna da tempo la gente italica. Come mai ha scelto Sanremo? Forse per essere più vicino all’Europa, quell’Europa che qualche volta costringe i suoi “alleati” al patire le pene dell’inferno, che rispolvera un’autorità sospetta, quell’Europa che spesso si fa forte con i deboli, che parla di collaborazione per poi affondare chi magari ha commesso degli errori che andrebbero amorevolmente corretti.

Di solito il bravo insegnante è colui il quale utilizza il suo carisma per aiutare chi si trova in difficoltà e non colui che gode delle fragilità altrui. E poi è stupendo sentirsi dire che abbiamo dimenticato la nostra bellezza, dove per bellezza s’intende il nostro inestimabile patrimonio di valori, una bellezza che si rivolge a noi per essere di nuovo osservata, capita, amata, una bellezza che incontriamo tutti i giorni, ma che non abbiamo più il tempo necessario per apprezzarla, per permetterle di consegnarci momenti di gioia vera, di armonia, di equilibrio interiore, di serenità. Stupenda l’immagine del treno ad alta velocità e il richiamo ad uno lento che consenta all’uomo di godere realmente quella bellezza che ci è stata offerta in modo del tutto gratuito.

Ecco il senso delle parole del “molleggiato”: riattivare il gusto del bello, stimolare l’attenzione nei confronti dell’ambiente che ci circonda, fare in modo che il progresso sia al servizio dell’uomo e non viceversa. Sappiamo quanto Adriano Celentano tenga alla conservazione dell’ambiente e sappiamo pure quanto in questi anni l’ambiente sia stato massacrato dalla speculazione, dall’interesse privato, dai poteri mafiosi, dalla delinquenza comune e organizzata. Sappiamo tutti, ma ce ne dimentichiamo velocemente, quanto la bellezza italica abbia dovuto piegarsi al cipiglio di gente senza scrupoli, assetata soltanto di denaro e di ricchezza, di piacere e di potere. Sappiamo tutti, perché il nostro cuore batte sempre per l’Italia, che il nostro paese è il più bello del mondo, ma stranamente cerchiamo la bellezza altrove, come se all’improvviso i nostri mari, i nostri laghi, le nostre montagne, fossero diventati un impedimento ripetitivo e noioso per meritare la nostra attenzione.

Ben venga la predica del “molleggiato”, se contribuisce a far aprire gli occhi a qualcuno che li tiene chiusi per non pagare dazio, per continuare a inseguire il proprio interesse. Ben venga tutto ciò che spacca forme di perbenismo interessato, di personalismi e ipocrisie, di stupidità vendute per “dogmi”, di gente che prende in giro il prossimo prospettandogli l’eroismo della povertà o la bellezza della morte. Ben venga la trasformazione della speranza in sorriso. La forza delle religioni è anche questa, quella di operare perché la gente trovi motivi di ottimismo nella vita presente e quindi possa migliorare la propria condizione morale e sociale. Ben vengano le prediche se hanno la capacità di smascherare il potere della casta restituendo alla persone la propria anima, la propria autenticità, la propria vocazione alla trascendenza.

In un mondo che parla troppo poco di anima e di paradiso, che si concentra sulla morte come “spada di Damocle” per regalare paura e incertezza a chi già vive condizioni di vita difficili, c’è bisogno di speranza e di chi la rappresenti con l’esempio della propria vita. “L’uomo non è nato solo per morire”, ma per vivere la vita nella sua pienezza, nella collaborazione comune. In questi anni di prediche opache, di mancanza di fantasia comunicativa, di regressione educativa, di comodità esibite come conquista culturale, di solitudini esistenziali estreme e di povertà conclamate, forse è necessario richiamare l’attesa del cuore sul tema della bellezza rivisitata nelle sue forme etiche, sociali, artistiche, politiche. C’è una grande necessità di quei valori semplici che molti di noi hanno appreso dalla famiglia, imparando a gioire, a obbedire, a vivere con rispetto il tempo terreno, proprio come Adriano. Per troppo tempo istituzioni hanno funzionato più da reperti storici di antichi poteri, esibendo simboli obsoleti, alimentando contraddizioni e conflitti d’interessi, interrogativi e inquietudini.

Qualcuno critica la pubblicizzazione della carità del “molleggiato”, come se si trattasse di un atto di superbia. Siamo alle solite, quando in questo paese qualcuno afferma con chiarezza il proprio pensiero viene “scomunicato”, perché ruba il mestiere a chi non lo sa più fare. Quanto all’invito di chiusura dei giornali cattolici, Avvenire e Famiglia Cristiana, è un'evidente provocazione per invitare gli organi d'informazione cattolici a essere meno politici e più dispensatori di umanità. D’altro canto quante volte i giornali disattendono le attese della gente comune, spettegolando ed esasperando la “verità”, riempiendo i fogli di foto, interviste e commenti a gente che vive sui giornali come se li avessero presi in affitto, o come se fossero loro proprietà. Chi ha collaborato, anche sotto forma di volontariato, sa quanto sia difficile farsi capire, quanto sia difficile poter parlare, cercare di capire da che parte stiano l’onestà, il rispetto, la rettitudine.

I giornali devono imparare a fare l’esame di coscienza, devono imparare a trattare le persone con coerenza, perché le persone non sono carta straccia che si può usare e buttare quando e come si vuole. Forse anche i media, cattolici o no, dovrebbero fare un esame di coscienza per capire se quello che dicono va realmente incontro alle aspettative della gente. Credo che Adriano Celentano abbia lanciato una sfida a chi si sente arbitro delle condizioni umane, senza magari pensare che l’arbitrarietà non giova a nessuno, tanto meno a chi la subisce. Forse abbiamo tutti bisogno di un bagno di umiltà, di sentirci fratelli fuori dalle convenzioni di comodo, dalla protezione delle lobby e delle caste, perché il Vangelo è ben altro, è la storia di un Dio fatto uomo che muore e risorge per dare la possibilità a tutti di poterlo incontrare nella gioia dell’eternità. Felice Magnani