Martedì 22 Maggio 2012
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In strada c'è un esercito di "nuovi poveri" tra i padri separati e divorziati che non riescono a fare fronte alle spese personali e di mantenimento della famiglia
Giovedì 12 Gennaio 2012 08:28

Stiamo vivendo un momento difficile non solo di natura economica e le difficoltà sono legate al fatto che ci allontaniamo sempre più dalle cose che contano davvero e che sono, prima di tutto, di natura umana. Il problema dei separati e dei divorziati, per esempio, è sociale e legislativo ma è la conseguenza dello sfacelo della famiglia e di quei valori che, un tempo, la Chiesa sosteneva a spada tratta. A Milano sono cinquantamila i nuovi poveri e sette su dieci sono papà separati: operai, impiegati e professionisti vittime, in qualche modo, di una legislazione incapace di tutelare la dignità dei componenti il nucleo familiare. Esiste, infatti, un problema legislativo vincolato alla giustizia e ai suoi percorsi, ma ce n’è un altro ancora più ampio, legato all’educazione, su cui si innesta il complesso e variegato equilibrio delle relazioni umane.

Come si diceva, la famiglia è andata via via disgregandosi in questi ultimi anni, venendo meno quei valori della cultura cattolica sui quali aveva costruito la sua forza e la sua unità. Se per anni il matrimonio religioso è stato un vincolo strettamente correlato alla cultura italiana, improvvisamente ci si è accorti che la componente religiosa non era più così determinante nell’evoluzione delle nuove dinamiche sociali. La spinta della legge Fortuna-Baslini che introdusse il divorzio nel 1970 ha innescato un’infinita serie di nuovi elementi valutativi che, in molti casi, hanno preso in contropiede la famiglia stessa, spesso impreparata a gestire autonomamente i propri valori, a dare risposte immediate ed esaurienti ai nuovi modelli di comportamento.

Uno stato di generale insicurezza (o di eccessiva sicurezza nelle proprie scelte) ha investito il mondo dei giovani, la parte forse più esposta alle difficoltà di confrontarsi con un impegno così importante come l’unione coniugale. Si è pensato molto di più alla forma che alla sostanza. Ci si è arroccati più intorno al “come” che al “perché”. E’ venuta a mancare l’educazione al matrimonio che si è via via “materializzato” inducendo molti coniugi ad adottare morali personalizzate o di comodo. Separarsi è diventato uno strumento di fuga e per qualcuno un’arma a doppio taglio.

La legge prende (giustamente) le difese della donna come principale soggetto educativo dei figli, tutelandola sul piano del sostegno finanziario. Se questa situazione si è dimostrata valida nelle famiglie a reddito medio alto, dove non esistono problemi di natura economica, ha creato drammatici effetti nelle famiglie con redditi bassi. A farne le spese sono i padri separati e divoriziati che devono contribuire per legge al mantenimento della moglie e dei figli e che non riescono a fare fronte anche alle spese personali: così si trovano soli e senza soldi, emarginati, praticamente in mezzo a una strada.

Una lunga schiera di papà frequenta sistematicamente le mense dei poveri, vive in dormitori pubblici o dorme in macchina. In molti di questi casi c’è il rischio che subentri un lento ma inesorabile distacco dalla vita, il pericolo dell’alcolismo, della delinquenza e di altre forme di disagio e di emarginazione. Si calcola che circa cinquecentomila papà separati, in questi ultimi dieci anni, siano tornati a vivere con i propri genitori. Ci si domanda come sia possibile che, in un Paese civile come l’Italia, possano crearsi situazioni di questo tipo.

Al di là delle carenze legislative, sociali e umanitarie c’è dunque un problema educativo che riguarda coloro che si orientano verso il vincolo nuziale. Manca una cultura seria di preparazione che sappia condurre i futuri coniugi ad affrontare le responsabilità che esso richiede. Il corso prematrimoniale della parrocchie è spesso un palliativo, non è in grado di focalizzare le variabili economiche, umane, sociali e morali. Da una parte bisogna mettere in campo strumenti d’attenzione umanitaria nei confronti dei papà, potenziando l’azione dei servizi sociali, attuando processi veloci e creando funzioni di supplenza adeguate.

Dall’altra occorre riaccendere, soprattutto, la legge dell’amore e quella del cuore per restituire alla famiglia quella dignità che le compete per diritto naturale, prima ancora che per diritto costituzionale. Mai come oggi diventa fondamentale parlarne, in una società che vive con sempre maggiore superficialità i propri diritti e i propri doveri. Riscoprire la forza della famiglia significa guarire buona parte delle malattie che affliggono la nostra nazione, significa ricreare la capacità di mettere ordine nelle cose umane attraverso il senso di responsabilità. Felice Magnani