Mercoledì 08 Settembre 2010
Home > CULTURA > Giornata della memoria: l'incubo di Francine, la sorellina di Anna Frank, a Bergen-Belsen
Giornata della memoria: l'incubo di Francine, la sorellina di Anna Frank, a Bergen-Belsen
Mercoledì 27 Gennaio 2010 08:30
INDUNO OLONA - La chiamano la "sorellina di Anna Frank" perchè dopo un lungo peregrinare nei campi d'internamento della Francia occupata, Francine Christophe arrivò a Bergen-Belsen il 7 maggio 1944, tre mesi prima della sfortunata autrice, come lei ebrea, del diario più commovente del '900. Probabilmente si videro qualche volta, certo Francine non poteva riconoscere Anna che sarebbe diventata tragicamente famosa solo dopo la morte, che avvenne a Bergen-Belsen nel marzo 1945. Lo ha raccontato in presa diretta la stessa Francine davanti a un folto pubblico, composto in gran parte da ragazzi in età scolare, accorso il 26 gennaio a Villa Pirelli per la Giornata della Memoria, organizzata dall'assessorato alla cultura del Comune di Induno. Presenti il sindaco Maria Angela Bianchi e la giunta al completo.

SFUGGITA AL "CAMINO"

Alta, elegante, i capelli candidi e l'aria di una benevola nonna pronta al dialogo e alle spiegazioni con tutti i nipotini del mondo, la Cristophe ha presentato il libro "Non sono passata per il camino" ristampato nel 2007 da Macchione Editore (prima edizione a Parigi nel 1996 per i tipi della Harmattan) e tradotto dal francese da Manuela Vasconi che l'assisteva anche in questa circostanza. 

Un drammatico racconto che ha suscitato una raffica di domande, al termine della conferenza, dei giovani ansiosi di conoscere altri aspetti di una delle pagine più buie della storia recente, il razzismo, l'orrore dei campi di concentramento e dei forni crematori, il disperato destino di migliaia di famiglie sottoposte alle più crudeli mortificazioni, agli esperimenti genetici e mandate a morire nelle camere a gas, madri separate dai figli, neonati uccisi all'arrivo nella baracche perchè inutili pesi da mantenere. 

"Un incubo che bisogna fare in modo che non si ripeta, anche se la mia - ci ha tenuto a precisare l'autrice - è la storia di una bambina privilegiata sopravvissuta ai campi di sterminio perchè, come tutti i figli delle moglie dei soldati francesi prigionieri di guerra, non fu separata dalla madre per rispetto della Convenzione di Ginevra e oggi è qui e può raccontare".

IL TIFO E I MORTI SUL TRENO

Ecco dunque la cruda cronaca del racconto di Francine. "Vivevo a Parigi con la mamma, un'esistenza misera e precaria comune a tutti gli ebrei perseguitati a cui era vietato l'uso di oggetti quotidiani come la radio, la bicicletta, il telefono, di frequentare i caffè, i bar  e i ristoranti e perfino di sedersi sull'autobus, obbligati a restare in piedi tanto che molti parigini, per solidarietò, si mettevano al nostro fianco, rifiutando il sedile. Obbligati a non uscire la sera dopo le venti, costretti a girare con la stella gialla appuntata sul bavero perchè fossimo immediatamente riconoscibili e a produrre la carta d'identità bucata perchè non potessimo cancellare il timbro che indicava l'identità di figli d'Isreaele. Ricordo che quando indossai la stella ebrea a scuola per la prima volta, la direttrice mi abbracciò e pianse perchè intuiva il drammatico destino che mi aspettava. Molte compagne capirono e mi sorrisero, altre alla prima occasione mi pizzicarono a sangue. Seppi poi che erano figlie di collaborazionisti. Io e la mamma fummo arrestate mentre tentavamo di espatriare, dopo l'interrogatorio della Wehrmacht finimmo in prigione a Parigi poi in un campo a Poitiers che ospitava ebrei e zingari, quindi iniziammmo una lunga odissea da un campo all'altro, recluse, terrorizzate dall'idea che ci separassero. Poi il terribile viaggio in treno a Bergen-Belsen, l'orrore della deportazione, quindici giorni stipati uno sull'altro con un'epidemia di tifo nei vagoni di legno, l'aria irrespirabile e i morti gettati in corsa dal treno. E all'arrivo a destinazione in qualche modo, l'incubo della prigionia, la fame, la paura, le malattie, ortiche da mangiare e acqua piovana da bere, tante e tali privazioni, crudeltà e degrado umano che ci furono episodi di cannibalismo".

PERDONARE? NO, E' IMPOSSIBILE

La povera Anna Frank non sopravvisse, Francine e la madre furono invece alla fine liberate dalle truppe sovietiche a cavallo, dopo tre anni di spaventosa prigionia. Oggi si coglie in lei la forza d'animo e la volontà di raccontare, di far sapere, di non permettere che si possa dimenticare e si concede un'amara, sarcastica riflessione: "Un proverbio francese dice che viaggiare è formativo per i giovani, bene, io non posso negare che quel terribile viaggio fu per me altamente istruttivo, ma oggi non posso dimenticare, non riesco a perdonare. Il rischio del razzismo è sempre latente. Ciò che è già successo può ripetersi. Bisogna stare in guardia". Francine non lo dice, ma gli esempi di Rosarno e dei disperati delle "boat people" sul mar Mediterraneo insegnano. E conclude: "Ai negazionisti che non credono alla Shoah, a quelli che respingono l'idea che ciò possa essere realmente accaduto, dico solo di andare ad Auschwitz a vedere coi loro occhi, a sentire con il loro cuore".

                                                                                                                                     Sergio Redaelli