Venerdì 24 Maggio 2013
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Il Sacromonte in "Terra e gente"
Lunedì 09 Gennaio 2012 11:48

VARESE – C’è anche un po’ di Sacro Monte nel numero del 2011 di “Terra e gente – Appunti e storie di lago e di montagna”, la rivista storico-letteraria della Comunità Montana Valli del Verbano curata da Serena Contini. E’ un volume monografico dedicato al 150° anniversario dell’Unità d’Italia e spazia dalla ricostruzione della battaglia di Luino il 15 agosto 1848 (articolo a cura di Federico Crimi) alla figura di Giuseppe Della Valle e dei sacerdoti risorgimentali varesini (Francesca Boldrini), dai primi cospiratori verbanesi (Ivana Pederzani) al deputato Giuseppe Ferrari che fu avverso all’Unità d’Italia (Giuseppe Armocida). E poi ecco la storia poco nota di Pietro Pirinoli, lo studente di Cunardo che cadde alle Cinque Giornate di Milano (articolo di Ilaria Gorini e Gabriele Polita), il ritratto di Francesco Branca che nel 1879 fondò a Luino Il Corriere del Verbano (articolo di Emilio Rossi), la bibliografia dei personaggi illustri di Montegrino (Carolina De Vittori), le vicende del "pionieristico" stabilimento fotografico di Eugenio e Francesco Fidanza a Varese (Daniele Cassinelli) e tanto altro ancora.

Restiamo al Sacro Monte. Nell’articolo “150 anni fa, i primi sindaci delle nostre valli”, Gianni Pozzi delinea i cambiamenti amministrativi che avvennero con l’unità d’Italia nei Comuni dell’allora provincia di Como, spiega l’evoluzione dei nomi dei paesi, cita sindaci, assessori e pubblica tabelle con il numero degli abitanti nei centri dei vari mandamenti. Si apprende così che nel 1861, l’anno in cui fu proclamato il Regno d’Italia, S.Maria del Monte contava 340 abitanti, vale a dire quasi il triplo degli attuali 130, S.Ambrogio 640 e il “residenziale” rione di Velate contava già 1.357 abitanti.

Il ritratto del sacerdote sacromontino Giuseppe Della Valle, nell’insolita veste di organista e compositore di musica sacra, è messo a fuoco da Francesca Boldrini nell’articolo “Amor di Dio e amor di patria: timori e ardori del clero nell’Alto Varesotto nelle lotte risorgimentali”. Il sacerdote è soprattutto noto per aver scritto il libro “Varese, Garibaldi e Urban nel 1859”, di recente ripubblicato da Arterigere per conto del comitato provinciale dell’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia. Ma svolgeva molto bene anche altri lavori.

Figlio di Pietro organista, clavicembalista e maestro di Cappella, dal 1806, nella basilica di San Vittore e di Emilia Zanzi, sposata in seconde nozze, il futuro prete nacque il 15 febbraio 1823 e “palesò subito passione per la musica. Consacrato sacerdote nel 1844, fu nominato organista a Desio, nel 1847 si trasferì al Sacro Monte di Varese dove rimase fino al 1851 quando tornò in città per collaborare con l’anziano padre, cui successe nell’incarico il 28 aprile 1858, data della sua nomina a maestro di Cappella nella basilica di San Vittore. Il 26 maggio 1859 fu lui a chiamare a raccolta i varesini per dare manforte ai garibaldini nell’attacco alle forze austriache, suonando le campane a distesa”.

Non meno importante fu il suo impegno come collaudatore di organi - prosegue la Boldrini - Molti archivi delle Fabbricerie del Varesotto e del Milanese conservano suoi certificati di collaudo d’organi nuovi o rifatti che contengono osservazioni sempre precise, attente e puntigliose. E non mancò di dedicarsi alla composizione di musica sacra e al giornalismo, fece parte della redazione del periodico La Libertà, nato nel 1863 e nell’ottobre del 1866 diede vita a un nuovo giornale, La Cronaca Varesina, che fu attivo fino al 1873. Ricoprì anche il ruolo di cappellano nelle carceri cittadine e diresse le scuole serali della Società di Mutuo Soccorso nel 1864”.

A proposito del Sacro Monte, vengono in mente le parole, vagamente manzoniane, con cui il sacerdote tratteggiò il mesto pellegrinaggio dei varesini verso la montagna sacra il 31 maggio 1859 al ritorno degli Austriaci, assetati di vendetta, nella città che pochi giorni prima si era schierata con Garibaldi. Il brano è tratto dal già citato "Varese, Garibaldi e Urban nel 1859": “…i varesini lasciavano la propria città senza affrettarsi a salvar cosa alcuna delle loro proprietà sia col nasconderle, sia col trasportarle, senza nemmeno pensare a provvedersi d’abiti, di denaro, di vettovaglie, di quanto avrebbe loro potuto abbisognare durante la peregrinazione…. Chi senza saperne il reale motivo avesse assistito a quella scena e vedute le colline, gli aperti monti, le valli pittoresche, i paeselli sparsi qua e là su per le coste e giù pei declivi, animarsi, popolarsi, affollarsi da tanta gente, avrebbe pensato essere quello piuttosto un giorno di festa e di sollazzo, che non un tristissimo giorno di sacrifizio e di dolore. I fuggitivi dirigevansi specialmente sul vicino santuario della Madonna del Monte, da dove potevano osservare ciò che succedeva nella sottostante loro povera città ed essere pronti a ritornarvi, appena fosse passato il pericolo. Altri invece s’inoltravano nelle vallate di Cuvio, di Valgana, di Marchirolo o guadagnavano il terreno libero del prossimo Cantone Ticino…”.   Sergio Redaelli