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"No, un po' lugubre e dispersivo ma bravi gli attori che hanno dato voce a Renzo e Lucia. Il panorama... ha rubato la scena"

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di ROSALBA FRANCHI      Dopo il bagno di folla dello spettacolo con Albertazzi, il pubblico, stregato dalla serata della scorsa   settimana, è accorso numeroso sulla terrazza del Mosè al Sacro Monte di Varese. In scena pagine scelte di un romanzo che tutti conosciamo: letto per obbligo o per piacere sui banchi di scuola, visto in una delle tante riduzioni cinematografiche o televisive più o meno fedeli. I “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni restano un testo fondamentale per la storia della letteratura italiana, un modello di narrazione e scrittura in cui storia ed immaginazione si uniscono in un originale e fecondo connubio.

Cinque attori della Compagnia teatrale Proxima Res di Milano interpretano pagine che risuonano familiari forse grazie anche alla pazienza ed alla passione di innumerevoli insegnanti che, nella scuola tecnologica del terzo millennio, non hanno mai smesso di proporre ai propri allievi la lettura del romanzo. La scena è spoglia, direi anche un po' lugubre con le cinque postazioni nere sopraelevate per gli attori - lettori. Al di là della balconata, a rubare la scena, è il panorama mozzafiato al calar della sera con il cielo di Lombardia “così bello quand'è bello....”.

Non appena inizia la lettura dell'incontro tra Don Abbondio e i bravi, da lontano, immaginiamo il profilo irregolare del Resegone e le sponde lecchesi del Lago di Como punteggiate da innumerevoli paesi. L'interpretazione è vivace e briosa e mette in evidenza il carattere debole e titubante di don Abbondio sopraffatto dalla protervia dei due sgherri. Ad uno ad uno avanzano i personaggi più importanti del romanzo: Renzo, baldanzoso e pieno di entusiasmo, Lucia composta e di “modesta bellezza”, colta nella gioia e nello smarrimento di una donna in procinto di sposarsi, padre Cristoforo e don Rodrigo opposti l'uno all'altro nello scontro tra giustizia e violenza, tra bene e male.

Le voci narranti sono intercalate da brevi momenti musicali interpretati da un ensemble di fiati: la musica è sommessa, una sorta di nenia che si sostituisce alle parole. Scorre l'Addio ai monti di Lucia. Ogni volta che leggo o ascolto questo brano mi chiedo come potesse una ragazza come lei che quasi certamente non sapeva né leggere né scrivere avere quei pensieri ed esprimersi in quel modo. Come riusciva a riconoscere tutti quei particolari del paesaggio durante la notte seppur illuminata dalla luna?

In un angolo del palco sarebbe stato bello far comparire Alessandro Manzoni per porgli qualche domanda. Me ne vengono in mente tante, soprattutto proprio a proposito di Lucia. Perché insistere sulla sua “modesta” bellezza e perché non darle l'importanza che le spetta nell'incontro con l'Innominato? Siamo a Santa Maria del Monte e, questo luogo “speciale” per le donne, inviterebbe ad una riflessione tutta al femminile. La scena del colloquio tra Lucia e l'Innominato e dell'incontro di quest'ultimo con il Cardinale Federico Borromeo è una delle più intense e coinvolgenti. Il potente, l'intoccabile che si lascia toccare dal “belar “ di una donna indifesa e sola!

Il suono della banda crea l'atmosfera della festa che l'Innominato sente in lontananza all'arrivo di Federigo nel paese. Nuoce alla scena il riempirsi delle figure estranee dei suonatori; meglio sarebbe stato lasciarle in disparte approfittando della scenografia naturale del borgo e ricreare i suoni ed il vocio degli abitanti del villaggio che accorrono festosi alla chiesa al suono delle campane. Difficile ricreare la tensione giusta per continuare con la lettura del testo: il tragico passaggio della descrizione della peste a Milano, l'incedere lento e grave della mamma di Cecilia, l'incontro tra Renzo e Padre Cristoforo al lazzaretto, il ritrovamento di Lucia, la chiusura con “il sugo della storia”.

Il finale si allunga di molto e qualche spettatore, complice il fresco della serata, lascia il proprio posto sulle gradinate. Forse lo zelo di voler portare in scena una così ampia selezione del testo ha appesantito lo spettacolo creando una sorta di “saturazione” che rischia di scoraggiare lo spettatore dalla lettura personale dei testi proposti. Scopo che, per la rassegna in corso, non riterrei di secondaria importanza.

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