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Amica, educatrice e insegnante: quando la mamma c'era sempre

Il tempo vola, a volte non lascia neppure il tempo per pensare. Ecco il vero, grande problema, quello di non pensare più o troppo poco, come se il mondo fosse soltanto quello dei video, che appare e scompare, con tanti maghi sempre pronti a giocare con la tua prontezza emotiva. Si tratta di maghi pagati profumatamente, che non fanno nulla per nulla, messi in scena per dare una parvenza di verità a chi è a casa solo e sconsolato, in cerca di una compagnia per trascorrere la giornata. Il tempo vola, te ne accorgi solo quando sei fermo immobile, condannato a letto da una malattia o quando sono passati tanti anni e cerchi di mettere insieme un bilancio della tua vita, per vedere se è tutto a posto o se c’è qualcosa da rivedere, da mettere in ordine, prima del grande salto.

Chi conosce alla perfezione i bilanci sono le donne di casa, addette all’amministrazione casalinga da sempre, fin da quando il maschio dominante era fuori a intraprendere. Le donne sono sempre state il perno della casa: madri, educatrici, insegnanti, commercianti, compagne di viaggio, capaci sempre di mettere la parola giusta al posto giusto, al momento giusto. Era il tempo in cui la famiglia viaggiava a cento all’ora. La mamma c’era sempre, nel bene e nel male, era sempre pronta a stirare, a lavare, a mettere una parola buona, a sgridare con molta fermezza quando era necessario, a costruire fondamenta stabili. Aveva un ruolo preciso e cercava di portarlo fino in fondo, soprattutto quando il marito era, quasi sempre, fuori casa per lavoro.

Era l’inappuntabile compagna di viaggio di tanti figli bisognosi di cure e attenzioni. Oggi tutto questo sembra assurdo e in molti casi la donna critica aspramente quella sorta di schiavitù familiare, quel suo ruolo subalterno, quei silenzi non riconosciuti, quel suo sacrificarsi fino in fondo per il bene della famiglia. Critica e prende le distanze, ma quel mondo apparentemente irriconoscente manca moltissimo. Mancano la disponibilità, la partecipazione, la capacità di condurre, di dare un senso compiuto alla vita e alle sue sfaccettature, la voglia di essere presente anche solo per un semplicissimo atto d’amore. L’amore. Oggi si pensa che l’amore sia comprare, stupire, proteggere ad oltranza, negare la verità, anche quando è palese sotto gli occhi di tutti.

Si pensa all’amore come a una libertà estrema. Libertà di fare tutto quello che si vuole in nome di un’effimera emancipazione conquistata sul campo. Molti genitori non sanno più vivere la libertà, ne sono soggiogati, schiacciati e per uscirne delegano alla libertà ogni senso di responsabilità, come se non esistessero limiti alla natura umana, come se tutto fosse lecito. E guai sorprenderli a sbagliare, richiamarli a un ordine che hanno perduto per strada, si sentono offesi, prevaricati e ricorrono alla reazione violenta, quella che dà al figlio la sensazione di possederli, di averli come protettori sempre, di poter giocare la loro partita. Una volta l’amore era una cosa seria, era un composto di affetti profondi e di regole molto precise, regole familiari dettate prima di tutto dal buon senso. Non c’è mai stata un’età dell’oro, ma c’è stato un momento in cui la famiglia era compatta, coesa, era il perno attorno a cui girava la società civile.

Autorità e autorevolezza e poche regole, ma dettate da tanta saggezza, univano le persone. Ci si sentiva parte di un tutto e le responsabilità bisognava gestirle con cura. Le forme di buonismo appartenevano al buon senso, ma la loro applicazione era ponderata, ben distribuita, l’obiettivo te lo dovevi conquistare con fatica. La famiglia era sempre pronta a intervenire, ma senza confondere le idee, il rispetto era la base di tutto e i figli dovevano mettere in pratica la lezione. Oggi i figli sono lasciati allo sbando, possono fare tutto quello che vogliono, perché in molti casi la famiglia è diventata un centro di smistamento del malessere, non è più in grado di essere ferma e obiettiva nella conduzione dell’esercizio educativo. E in questo marasma si consuma l’unità di una nazione che aveva fatto dell’educazione il perno della sua natura democratica.

Felice Magnani

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