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Tra migrazioni, nuove povertà e una disperata ricerca di vita

Da dove ricominciare? Difficile dirlo. In molti ci provano, ma nella maggior parte dei casi i tentativi si perdono in una guerra di parole. Si respira il vuoto esistenziale, un acuto senso di inadeguatezza, è come se vivessimo incapaci di dare un fine e uno scopo alla nostra presenza qui, su questo straordinario pianeta dove, un giorno, abbiamo avuto la fortuna di capitare. Le bombe uccidono, le teste vengono mozzate, i retaggi della storia si abbattono come tornado su certezze apparentemente consolidate. La vita ha perso il suo valore, ognuno rivendica il diritto a un’autorità, a una legge, a un potere non importa quale. Si respira l’umore della disperazione. L’essere umano si aggrappa agli ultimi brandelli di verità, mentre intorno il caos ingoia con la sistemica voracità di un pitone.

Il particolare perde la sua identità, come se la storia avesse decretato l’inizio di un nuovo mondo più grande. Non siamo più un popolo di poeti. Il verso ha lasciato il posto ad una prosa pesante, ruvida, graffiante. Abbiamo dimenticato l’odore acre della carta di un libro antico, la generosa bellezza di un racconto, il gusto della contemplazione visiva, la bellezza di un’alba e di un tramonto, l’amorevole fraternità dell’amicizia, la luce e il tepore di un camino acceso. Lo sguardo si è fatto cupo, sfuggente, la mano ha perso il suo calore, è quasi sempre fredda e il sorriso della gioia ha lasciato il posto alla paura. I poveri si fanno la guerra mentre i ricchi sfoderano i loro richiami per continuare a governare.

La natura si ribella, non accetta più le prepotenze umane e il mondo delle colonizzazioni selvagge si dibatte tra migrazioni, nuove povertà e disperata ricerca di una ragione economica di vita. Anche la trascendenza è stata piegata alla volontà individuale, come se il cielo fosse solo un’occasione meteorologica, l’ansia di un giorno senza pioggia. La vita ha perso il suo diritto divino al rispetto, alla difesa, alla protezione, si consuma ai bordi delle strade, in luoghi e filosofie che di umano hanno poco o nulla. E’ in questo labirinto che l’uomo deve ritrovare se stesso, gli altri, quel principio vitale che gli ha permesso di attraversare indenne i tunnel della storia, ritrovando la sua umanità, la voglia di ristabilire un’armonia, mettendo da parte il pensiero del male. E’ nello sguardo luminoso di una mamma che aspetta un bambino che, forse, riusciremo di nuovo a capire l’origine dell’umore acqueo della nostra esistenza.

Felice Magnani

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