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L’INQUIETUDINE: una forza o una debolezza? Anche il Natale ci richiama all’inquietudine

Capita spesso di essere felici e inquieti, gioiosi e melanconici, come se ogni condizione avesse sempre il suo rovescio, come se la colpa dell’uomo fosse quella di non poter gustare fino in fondo la straordinaria bellezza di quei doni che gli sono stati concessi. Ci si domanda spesso se quell’inquietudine che ci accompagna sia una forza o una debolezza, una misura o una possibilità, una condanna o un’ opportunità. In molti casi ci hanno fatto credere  che l’inquietudine fosse  una malattia, una discrasia, una colpa, l’incapacità di saper affrontare con la giusta predisposizione la vita con i suoi imprevisti e le sue sorprese. Una cosa è certa: l’uomo non si accontenta, vuole sempre qualcosa di più, qualcosa che lo faccia sentire amato e realizzato, sempre più capace di mettersi in relazione con se stesso e con il mondo che lo circonda. Nella sua natura umana c’è qualcosa che lo spinge ad andare oltre, a definire e a ridefinire tutto quello che ha avuto, la necessità di trovare gli spazi giusti, quelli che gli consentono di capire un pochino di più chi è e qual è il suo ruolo primario sul pianeta. Nell’essere umano c’è un’inquietudine che diventa stimolo, ricerca, voglia di conoscere e di stupirsi, ma anche paura di non essere capace di affrontare la vita. Si dice che l’uomo inquieto nasconda uno spirito positivo, la voglia di approfondire, di ricercare, di darsi delle risposte, di rinnovarsi continuamente, togliendosi di dosso l’ansia dell’impossibilità. E’ in questa turbativa esistenziale che si mescolano gl’interrogativi di una natura proiettata alla conoscenza di sé. E’ dentro questa condizione apparentemente ristretta e limitata che si costruisce l’inquietudine della specie umana, divisa tra finito e infinito, tra coscienza e incoscienza, tra fede e ragione, illusione e disillusione. Forse neppure i grandi saggi della storia erano appagati, chiusi in una forma autocratica della coscienza, dove spesso spirito e materia entrano in collisione per affermare ora l’uno ora l’altro il proprio primato. Qualcuno afferma che l’inquietudine è l’anticamera del rinnovamento, il luogo fisico dove la mente avvia quel processo di revisione che sta alla base di nuove e più importanti acquisizioni. Qualcun altro rivela nell’inquietudine il limite di uno stato che non trova risposte, che si abbandona alla sua dimensione terrena, costretto a essere quello che è: una forma di vita che aspira alla perfezione senza riuscire a trovarla. Eppure anche i santi hanno attraversato il deserto dell’inquietudine alla ricerca di quella perfezione che traspare ma non appare, che sembra essere a portata di mano per poi sfuggire all’interno di un’ esistenza naturalmente limitata e imperfetta. Ma è nell’inquietudine che hanno avuto la possibilità di modificare una vita troppo terrena per ambire alla completezza, giungendo a rimpiazzare il male con il bene, il dubbio con la consapevolezza, la dissolutezza con un’idea prammatica di bene. E’ soprattutto nella vita dei santi che l’inquietudine si trasforma, dà origine a quel cambiamento radicale della vita umana che si sublima nella più alta forma dell’amore, dove la passione diventa rinuncia consapevole, contemplazione di verità che va oltre le barriere dell’egoismo. Anche nel Natale c’è l’inquietudine, inquietudine di un’attesa che cambia radicalmente il mondo, restituendogli la voglia di lottare per la giustizia e la legalità, il desiderio di vedere di nuovo un sorriso di speranza negli occhi e nello sguardo di uomini, donne e bambini costretti a vivere troppo a lungo nel deserto dell’indifferenza. E’ in questo spirito che l’inquietudine del mondo trova di nuovo una risposta ai suoi  mille problemi, è nella dolce e solenne inquietudine di una Famiglia Santa che i dissidi si ricompongono e l’uomo guarda al futuro con la certezza di non essere solo.

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