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RIVISITAZIONI

Le riforme postgentiliane sono state in parte dei fallimenti, perché sono state realizzate in fretta e con il solo scopo di dimostrare un certo tipo di efficienza “politica”. Sappiamo benissimo, però, che se la politica è troppo di parte, deve dimostrare innanzitutto l’efficienza di quella parte. La scuola è un patrimonio italiano e non di una maggioranza. Una buona riforma richiede tempo, sia nella fase ideativa, elaborativa, sia in quella applicativa. Le cose fatte in fretta, per compiacere, producono cattivi risultati. Molte riforme hanno privilegiato i contenuti e le strategie invece del docente, perno del sistema scolastico. In questo modo si è venuta a creare una situazione insostenibile, che ha visto penalizzati gl’insegnanti. I nostri politici non hanno capito che se un insegnante è valido e ben motivato, risolve il novanta per cento dei problemi, con buona armonia di tutti: alunni, famiglie, società e stato. Se si mantiene costante il livello di frustrazione non c’è riforma che tenga, tutto va a farsi benedire. Il docente italiano è diventato oggetto di una satira impietosa. La cultura italiana non ha mai fatto nulla di veramente autorevole per valorizzare la figura dell’insegnante. In molti casi il docente è rimasto e rimane solo con le sue aspirazioni represse. Se è fortunato sopravvive, altrimenti tira la cinghia e cade la sua base vocazionale e missionaria, l’unica che possa fare di un laureato un bravo insegnante. Viviamo in una società che ha posto al vertice della piramide i pallonari miliardari. La letteratura editoriale è schiava del successo e della fama. Le riforme tendono a voler dimostrare che libertà e democrazia non hanno confini, che l’impegno conta più del salario mensile, che la telematica risolve tutti i problemi e regala la felicità. L’utopia imprenditoriale del terzo millennio è che l’alfabetizzazione del mondo passi solo attraverso il computer. Il profitto ha lanciato la sua sfida, creando le condizioni di una pianificazione assolutoria che mette d’accordo tutti, bravi e cattivi, letterati e illetterati. Uno straordinario patrimonio di fantasia creativa, di manualità e di abilità motoria sta per essere sepolto per sempre da incredibili forme di dipendenza. I soloni della politica e della sanità sbraitano contro il fenomeno delle dipendenze e poi sono i primi a crearle e a imporle. Credo che le riforme postgentiliane abbiano completamente dimenticato l’educazione, la disciplina, la meritocrazia, la forza creativa della cultura italiana e soprattutto l’importanza della nostra lingua in ambito nazionale ed europeo. Hanno trascurato la ricerca, la vocazione all’approfondimento educativo, il profilo lavorativo, l’energia di una cultura che sa essere particolare e universale, che sa aprirsi alla vita senza preconcetti e pregiudizi, che sa diventare creativa e propositiva, offrendo agli studenti la possibilità di diventare essi stessi protagonisti del sapere, coscienti del ruolo che dovranno sostenere, di come una società civile possa cambiare per essere sempre un pochino più civile. La storia del docente è sempre stata ed è priva di gratificazioni morali e materiali. Le riforme sono state specchi per le allodole e il docente ne è uscito quasi sempre con le ossa rotte. Una riforma vera andrebbe fatta partendo dal ministero. C’è un grande bisogno di pulizia, di aria fresca, di gente onesta, di persone meritevoli, di una scuola che sappia interpretare il senso di una storia che muta rapidamente e che chiede di rinnovarsi, di mettere da parte stili e modalità che non trovano più corrispondenze nella vita di oggi, in una cultura che si apra al richiamo di un mondo in costante evoluzione. Non ho mai creduto e continuo a non credere che la soddisfazione di un insegnante dipenda da un ordine gerarchico. Essere insegnanti significa dedicarsi con passione ai giovani, ai loro bisogni umani e culturali, al loro desiderio di apprendere e di sentirsi parte viva e attiva di una società. L’insegnante  si batte con generosità e professionalità per il benessere dei suoi alunni, indipendentemente dalla loro età e da tutte quelle sovrastrutture di carattere pregiudiziale che penalizzano l’essenza stessa dell’attività lavorativa. Diceva M. L. King, l’indimenticabile eroe dell’emancipazione dei neri d’America, che tutti i lavori hanno pari dignità sociale e che la differenza sta nell’impegno e nella dedizione con cui si compie il proprio dovere. Sono felice di aver insegnato nelle scuole medie inferiori. Inferiore non significa minor capacità culturale, non è un’appartenenza sociale, una forma di catalogazione discriminatoria, è l’esplicitazione di una fondamentale fase di transizione che ne precede altre. Ogni passaggio ha bisogno di specialisti di settore, ogni età ha peculiarità che richiedono specificità di ordine pedagogico, psicologico e culturale. Noi italiani siamo ancorati a modi di pensare assolutamente assurdi. E’ tempo che abbandoniamo tutti quei pregiudizi che hanno contribuito a determinare la divisione della nostra società in caste. Non è assolutamente vero che chi insegna alle superiori o all’università è più in gamba di un docente che insegna alle elementari o alle scuole medie inferiori, è solo una questione di scelta, di vocazione, di responsabilità individuali, di inclinazioni verso questa o quella costruzione educativa. Fondamentale è essere professionalmente preparati, adatti a svolgere i propri compiti con la dedizione necessaria, consapevoli che siamo tutti indispensabili, nessuno escluso. Per questa ragione non dovrebbero esistere discriminazioni economiche o di altro genere. Il lavoro è unione di energie che si collegano in una solidale complementarietà. Ogni lavoro è importante, non esistono lavori di serie A e di serie B. Sarebbe veramente assurdo discriminare i cittadini per quello che fanno, semmai per come lo fanno. La scuola era e resta il trampolino di lancio per una società nuova, più aggiornata, più attenta e capace di cogliere e orientare le aspirazioni di un mondo che non è più solo quello delle identità ristrette, delle piccole corazze nostrane, ma che ambisce a entrare in una positiva rete di relazioni e di confronti, di collaborazioni e di aiuti nazionali, europei e internazionali.

 

 

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