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LA POLITICA NON E’ PIU’ UN SERVIZIO

La politica non è più un servizio, ha cessato di essere il centro delle grandi trasformazioni sociali del paese, è diventata il salotto dove s’incontrano e si scontrano gl’interessi di potere dei nostri rappresentanti o presunti tali. Il popolo non ha più voce in capitolo, è diventato un soggetto passivo. I politici sono diventati abilissimi nel fargli credere di essere ancora lui l’artefice della democrazia, chiamandolo continuamente in causa, ma solo per una questione di facciata. La tecnica del gratta e vinci (grattare è sinonimo di rubare e rubare è sinonimo di vittoria del potere sull’ingenuità) ha ormai contagiato non solo la grande politica, quella nazionale ed europea, ma anche quella periferica. L’imperativo categorico è quello di essere bravi nel far credere una cosa e pensare di realizzare il contrario. Il popolo è ancora troppo fragile, inesperto, bisognoso di protezione e i nostri rappresentanti sanno benissimo che la protezione è la strada maestra della perpetuazione del potere fondato sulle parole. Non siamo lontani dai vincoli feudali anzi, per certi aspetti, oggi è ancora peggio, perché si presume che, a distanza di secoli, un briciolo d’informazione possa far aprire gli occhi anche a chi è abituato a tenerli sempre chiusi, per non inimicarsi il padrone. Oggi tutti hanno un protettore e il vincolo feudale è rappresentato in molti casi da una tessera. Ci sono tessere di tutti i colori e di tutti i prezzi, cambia l’aspetto cromatico ed economico, ma non il significato del pezzo di carta. Avere una tessera vuol dire aver conquistato la certezza di una protezione. Chi sono i protettori? I potenti. Chi sono i potenti? Sono i sindacati, i partiti, le lobby, le oligarchie finanziarie, tutti coloro che hanno interesse a tenere sotto controllo i propri manipoli. A cosa servono i manipoli? A mantenere intatto il potere personale del signore, a elargire favori in cambio di benefici e a scatenarli contro chi avesse l’ardire di mettere in discussione il potere del padrone. Ogni potente dispone di un piccolo esercito personale che orienta secondo le proprie esigenze. Il popolo crede di vivere in uno stato democratico ma, in realtà, vive una dipendenza assoluta che, nella maggior parte dei casi, si trasforma in schiavitù. In realtà il popolo ha paura di perdere il proprio protettore. Cosa significa perdere il proprio protettore? Significa rimanere soli nel grande deserto della vita. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e i giudici palermitani, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, per citare nomi noti, sono una dimostrazione lampante di che cosa significhi fare l’interesse del popolo e rimanere soli. Il generale dell’Arma e i due giudici hanno abbandonato comode protezioni per combattere a fianco della gente comune, contro gli attentatori della libertà popolare. Per questo sono stati uccisi. Il popolo ha bisogno di educatori che lo aiutino a ritrovare la strada della democrazia vera, quella fondata sui diritti e sui doveri, sul rispetto della dignità umana e sullo spirito di servizio. Qual è dunque la grande missione pedagogica del terzo millennio? Affrancare il popolo dal potere per il potere, da forme di totalitarismo, fare in modo che prenda le distanze dalle tirannie di uomini completamente privi di senso dello stato e di umanità. E’ un compito straordinariamente difficile, perché i vincoli sono diventati catene e le catene non si spezzano facilmente. Una cosa è certa, anche il potere feudale è crollato, non ha retto la presa di coscienza di una nuova civiltà, fondata sulle libertà comunali. Chi fa politica deve essere al servizio del popolo, deve rispondere del proprio operato, deve possedere una grande moralità e, soprattutto, deve fare sempre l’interesse della collettività. Credo che il popolo debba fare proprio l’insegnamento gandiano della storia, fondato sulla non collaborazione con chi calpesta le nostre libertà. La pedagogia ha sempre avuto un’importante azione educativa, il problema vero è che l’educazione è stata cancellata dal manuale della politica, perché ritenuta troppo pericolosa e invadente, tanto è vero che di educazione se ne parla pochissimo e i risultati sono davanti agli occhi di tutti : politici che si insultano, che vengono alle mani, che si offendono nei modi più irriguardosi, che dimostrano il loro disprezzo per il mondo esterno, quello che ha permesso loro di guadagnare cifre astronomiche in cambio di indecenti rappresentazioni teatrali. Il politico in molti casi non parla per il popolo, ma per se stesso. La sua più grande ambizione è quella di distruggere l’avversario, per dimostrare la propria forza. La pedagogia insegna che la forza è una virtù e che, come tale, va coltivata con grande saggezza, perché possa diventare strumento di redenzione morale, sociale, economica ed educativa. La politica ha perso di vista l’uomo, gli ha anteposto il successo, il prestigio, la fama, la gloria, il potere, la guerra, la violenza, pseudo-valori destinati a svuotare l’essere umano della sua più nobiltà umana. Lancia anatemi a destra e a sinistra, ma non costruisce nulla di solido e di duraturo nel tempo, regala illusioni, ma ricama le sue utopie sulla sabbia. L’educazione richiama l’uomo all’assunzione di stili e comportamenti di vita rispettosi delle creature, pone al centro il tema della ricerca interiore come momento di riflessione e di verifica, stimola la critica e l’autocritica, determina l’evoluzione di dinamiche introspettive, il tema dell’interazione e dei rapporti interpersonali, propone la ricerca e la sperimentazione come momenti di approfondimento educativo, studia strategie compatibili, cause ed effetti, crea le condizioni di un ripensamento di sistemi dati per scontati. Una democrazia matura dovrebbe avere dentro di sé una forte vocazione pedagogica, cioè la volontà di sottoporsi a giudizio educativo, di verificare costantemente i propri metodi, i propri sistemi, le proprie certezze. L’educazione è un processo dinamico e come tale soggetto a strategie e soluzioni che richiedono lo spazio del confronto, del dialogo e della discussione costruttiva. La politica è, per sua natura, un grandissimo strumento educativo, forse il più nobile e il più grande, perché riassume in sé i bisogni e le necessità dell’essere umano, ma sembra che sia diventato più facile far finta che non esista, per dare il via libera all’egoismo umano, intollerante di ogni forma di controllo. I grandi politici sono stati dei grandi educatori, hanno insegnato ad amare l’impegno, la fatica, la patria, la scuola, la famiglia, la fede, l’onestà. Gran parte della storia e della politica risorgimentale e quindi dell’unità nazionale è fondata sui grandi temi e valori dell’educazione. Poeti, scrittori, patrioti, politici e religiosi si sono sentiti responsabili di un profondo rinnovamento morale del nostro paese, adottando la funzione educativa come unica e vera risorsa del cambiamento. E’ in questa direzione che occorre fare uno sforzo di ridimensionamento e di pulizia, aprendo la via all’impegno e al servizio, veri pilastri di una democrazia veramente affidabile e matura.

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