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SIAMO TUTTI NELLA STESSA BARCA

Chi è nato subito dopo la seconda guerra mondiale è stato un privilegiato, ha potuto contare su una generazione attenta e piena di energie, capace di rimboccarsi le maniche per rimettere in ordine paesi e città con il pensiero rivolto al futuro. Noi ragazzini abbiamo respirato un clima accogliente, generoso, prodigo di consigli, abbiamo imparato ad avere un rapporto chiaro con i più grandi, basato soprattutto sul rispetto reciproco. Si respiravano fiducia e speranza. Tutti si sentivano impegnati nel riconoscimento e nella difesa di valori fondamentali, al di sopra dei quali c’era una famiglia coesa, solidale, capace di seminare rispetto e attenzione, capace soprattutto di far passare principi e valori che diventavano il perno su cui avvitare l’esistenza. Ci si sentiva sicuri, protetti e il mondo che ci ruotava attorno cercava di gettare le basi per una solerte crescita civile. La qualità consisteva proprio nella capacità di mettere in pratica regole che i grandi ci inculcavano e di cui pretendevano il rispetto. I problemi esistevano anche allora, ma il clima generale era di condivisione. La stessa politica, molto variegata e ideologicamente preparata, dava l’impressione di sviluppare una proficua dialettica filosofale, cercando di realizzare quei principi costituzionali di cui la società italiana era espressione. E’ sulla qualità della presenza civile che si giocavano le risorse umane, per realizzare quella speranza di libertà che era costata milioni di vittime e sacrifici ingenti. Rispolverare la nostra storia unitaria significa ripercorrere le tappe di un cammino sul quale abbiamo costruito la nostra civiltà. Si tratta di una storia alla quale tutti indistintamente hanno dato il loro contributo e nella quale si sono distinti uomini di cultura, politici, religiosi, letterati e poeti, artigiani e semplici operai. Si è verificato il grande miracolo della italianità, nato da anni di grandissimi sacrifici, dalla volontà di dare una risposta costruttiva a varie forme di subalternità e schiavitù subite nel corso del tempo. Si è cercato di costruire un’ identità vera e forte, capace di infondere fiducia e speranza nei cittadini. Per molti anni il cuore e la mente degl’italiani hanno lavorato per costruire un paese che fosse finalmente in grado di dimostrare al mondo di che pasta eravamo fatti. Sono rinate città e paesi distrutti dalla guerra, i monumenti sono diventati la bandiera sulla quale rifondare l’amore per una nazione per troppo tempo vilipesa dalle tirannie europee. Sembrava tutto definito, sembrava che nella nuova rinascita ci fosse il segreto di un’ identità riconquistata, ma il tempo ha dimostrato ancora una volta la fragilità della natura umana. E’ finita l’epoca dei nazionalismi? Oggi si parla e si ragiona in grande, come se le piccole cose fossero diventate troppo piccole per poter disporre di un loro spazio vitale. Mentre la forza di coesione sociale perde via via il suo potere contrattuale, ci si trova immersi in situazioni paradossali, che non hanno nulla o quasi di umanamente e politicamente corretto. La grande oligarchia finanziaria annulla la forza costituzionale degli stati, riduce il loro livello culturale, la loro spinta umanitaria, costringendoli ad essere sudditi di un materialismo economico senza eguali, dove comandano sempre i più forti, quelli che non hanno perso il vizio di dominare la scena, privando una parte del mondo della sua vocazione alla libertà e all’indipendenza. Alla subalternità militare si è così sostituita quella delle grandi lobby finanziarie, assolutamente prive di quell’umore etico che è la struttura portante di una democrazia. I valori ai quali siamo stati educati stanno perdendo il loro spazio vitale e la costrizione ha preso il posto della programmazione. Varie forme di dispotismo stanno cambiando il volto di una civiltà e in molti casi si tenta di dimostrare che l’accoglienza sia il valore universale. Nella maggior parte dei casi si tratta di un’accoglienza che fa comodo ad alcuni, non preparata, generatrice di interessi e di profitti, un mondo insomma che non è quello che la gente si aspettava. Basta scorrere i media per capire che ci troviamo in mezzo al guado e che l’unica arma che possediamo è quella di remare con forza, per evitare di essere travolti. Viviamo di nuovo una condizione di subalternità, di un paese che deve chiedere ad altri se la sua libertà è ancora il valore portante, se quelle tradizioni per le quali i nostri nonni hanno dato la vita hanno ancora un valore o se non resta che chiudere bottega e volare altrove. L’Italia di oggi resta il paese della genialità e della creatività, quello amato da tutto il mondo per la sua bellezza, ma stenta a reggere un’invasione che si allarga a macchia d’olio, mettendo a repentaglio quell’unità che è stata uno dei punti di forza della nostra rinascita.

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