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UN "TU" PERICOLOSO

Mentre una certa informazione si diverte a riempire le pagine dei giornali, le televisioni pubbliche e private e i social network, ci si dimentica di tutta quella parte che riguarda il sistema delle relazioni sociali, su cui si dovrebbe costruire una società veramente democratica, capace di riconoscere ruoli, competenze, spazi, figure e rapporti. Ci siamo dimenticati che ogni persona è tale in quanto portatrice di una dignità che va salvaguardata sempre. Quando eravamo ragazzini i genitori ci insegnavano che bisognava rispettare le persone, tutte indistintamente. Alle persone dovevamo dare del <lei>, dare del <tu> era mancanza di rispetto, significava entrare in uno spazio privato che non era di nostra competenza. Dunque i ragazzi crescevano educati alla scuola del <lei>, imparavano da subito che l’approccio doveva essere attento e rispettoso, che la persona era importante anche per questo. A scuola i nostri insegnanti ci insegnavano il rispetto dei ruoli e dell’età, ci facevano capire che bisognava conquistarsi l’amicizia, la stima, la simpatia, l’amore degli altri camminando con discrezione e con garbo, apponendo un sigillo di correttezza sulla conoscenza reciproca. Avevano creato un semplicissimo ma efficacissimo sistema di conoscenze che partiva dal buon senso comune, dalla necessità di sviluppare rapporti corretti. Il sistema era molto efficace anche all’esterno, nei rapporti con le persone che incontravamo e che erano altro da noi, meritevoli di essere conosciute, stimate, apprezzate anche per il ruolo sociale che ricoprivano. Quel <lei>, che varie forme di populismo ideologico hanno tacciato di essere una categoria classista, era semplicemente una “serratura” che ci imponeva di pensare a chi c’era dall’altra parte. Non c’era proprio nulla di classista, rispecchiava la dignità che ciascuno aveva e che si era conquistato sul campo sviluppando a pieno i propri talenti e le proprie risorse: l’ identità. Oggi danno tutti o quasi, del <tu>, come se fossimo parte della loro sfera d’influenza. Il <tu>, un modo per sottomettere, per spogliare, per ridurre, per dimostrare che tutte le persone sono uguali a te e che quindi puoi dominare senza problemi, imponendo in tal modo la tua personalità anche a chi è più anziano di te, a chi con gli anni ha acquisito una conoscenza più approfondita della vita in generale, conquistandosi varie forme di rispetto. Il <tu> ha tutta l’aria di un éscamotage creato apposta per definire una uguaglianza che non ci sarà mai per ragioni di natura soggettiva e oggettiva. Con il <tu> si tende ad accalappiare la benevolenza, a farsi amico qualcuno, a dimostrare che non si teme il confronto, che ci si sente forti al punto di cancellare ogni tipo di distanza. Spesso anche gl’insegnanti sono stati complici di questa forma di apparentamento sociale. E’ così che appena ti vedono ti dicono <ciao> come se ti conoscessero da sempre, come se tu fossi il loro compagno di giochi, uno così, che si può tranquillamente considerare di famiglia, alla stregua di un fratello o di una sorella. Queste nuove convenzioni hanno contribuito a frantumare i ruoli sociali, creando un clima di sottovalutazione dell’autorevolezza, con una conseguente caduta di varie forme di rispetto. Dal <tu> si è passati al <ciao>, dal <ciao> si è passati al “non mi rompere…” e via via al <vaffan …”. Oggi siamo intrappolati in una sorta di prigione del falso buonismo, succubi di un sistema assolutamente ipocrita dei rapporti umani, da cui occorre uscire per restaurare un po’ di stima reciproca, quella vera, che si fonda sulla coscienza della identità pubblica e privata. A furia di restringere le distanze e a generare confidenze abbiamo creato una società senza autorità, dove omologazione e appiattimento generano commistioni di vario tipo e dove l’uomo perde sistematicamente quella unicità del ruolo che gli compete per diritto. La cultura del “siamo tutti uguali”, propinata in abbondanza da educatori privi di consapevolezza critica, conduce inevitabilmente a cancellare quella nostra rappresentatività sociale che ci qualifica, che dà tono e credibilità al nostro essere, che ci fa sentire sempre un pochino più grandi e quindi anche più responsabili. Ripristinare un’etica delle persone e dei ruoli significa ridare vigore ad un sistema di relazioni che è fondamentale per restituire all’essere umano quella dignità che gli compete per diritto naturale.

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