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LA FAMIGLIA CONTADINA ERA UNA PICCOLA AZIENDA

Il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale ha imposto profondi mutamenti di costume. La famiglia contadina era una piccola azienda fondata sulla mutua assistenza. I vecchi avevano un ruolo dominante e lo esercitavano alla luce del loro senso pratico, del vissuto personale, di un pragmatismo nato e cresciuto nel sudore e nella fatica quotidiana. Non c’era confine tra tempo e lavoro, le regole erano poche e ben chiare a tutti: sostenere la famiglia, crescerla solida, unita, consapevole della propria forza e della propria identità. I figli erano un patrimonio inestimabile: l’unica, vera, grande risorsa su cui la famiglia costruiva il suo futuro. Il valore per eccellenza era l’unità, lo era nella filosofia familiare e in quella lavorativa. La cooperazione era il simbolo della solidarietà economica e sociale. L’ultima fase è stata caratterizzata dal graduale superamento dello status padronale e ci si è avviati verso forme di indipendenza e di autonomia che hanno permesso di allargare la sfera del benessere individuale e collettivo. Il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale ha comportato un profondo mutamento d’immagine, di ruoli, di competenze, di tempi, di modelli di comportamento, di livelli relazionali. La famiglia ha così iniziato a sperimentare assetti aggregativi, determinati dalle nuove condizioni lavorative e dalla graduale acquisizione di una funzionale indipendenza dei componenti. La donna, che ha sempre condiviso con l’uomo il lavoro della terra e la cura degli animali domestici, mantenendo intatta la propria centralità famigliare, ha assunto un ruolo meno vincolante, proiettando verso l’esterno il suo naturale desiderio di affermazione di proprie risorse umane e intellettuali. Prende così coscienza della propria dimensione sociale, politica, religiosa, culturale e istituzionale. La famiglia non è più l’unico ambito in cui giocare il proprio livello costituzionale. Parole come diritto e dovere si alternano in una dimensione nuova e impongono un riassetto istituzionale della famiglia stessa. La sistematica trasformazione dei modelli economici determina un costante adeguamento da parte dei componenti, in particolare dei figli, costretti a vivere la maggior parte del loro tempo con i nonni o con personale sostitutivo. Viene a cadere l’immagine dei figli come potenzialità economica o forza lavoro, grazie anche all’obbligo scolastico, che muta radicalmente l’indirizzo socio-culturale, riconoscendo il primato della cultura del diritto su quella della sudditanza al vincolo paterno e materno. La democrazia si allarga e comporta un adeguamento di rotta da parte dei componenti della famiglia. Fa la sua comparsa la televisione, strumento d’ informazione e fenomeno socializzante. Nelle case arriva il benessere economico, sotto forma di oggetti di consumo popolare. La parità costituzionale dei membri determina una paritaria suddivisione dei diritti e dei doveri e, di conseguenza, il riconoscimento e la fruizione di spazi personali conformi al nuovo modello istituzionale. In molti casi ne fanno le spese i figli, costretti alla gestione autonoma e diretta della propria condizione societaria. L’autonomia sollecita una suddivisione di ruoli e competenze, rilancia la dimensione individuale, determina una rivisitazione abbastanza radicale dell’unità com’era stata concepita nella vecchia società rurale. Il passaggio non è indolore, perché in qualche caso si tratta di riordinare, ricostruire, riproporre, ridisegnare una convivenza legata ai vincoli comunitari dei componenti. La donna non è più soltanto la mamma a tempo pieno, ha un suo ruolo lavorativo anche fuori dalla famiglia e in molti casi si trova a svolgere due lavori contemporaneamente. L’assenza richiede una presa di coscienza comune: i ruoli mutano, ciascuno deve condividere, deve cercare di posizionare al meglio il proprio ruolo all’interno del nucleo. Viene un pochino a mancare la grande tavolata, la presenza costante e in particolare i figli devono imparare a gestire la propria vita anche fuori da un controllo affettivo preordinato. Inizialmente le problematiche riguardano la ricomposizione del quadro famigliare in una visione più moderna e avanzata. Si allentano i vincoli, viene a cadere il concetto di sacralità come impegno etico preconfigurato e tutto si allinea sulla base di un sistema democratico in relazione a una repentina evoluzione. Cadono vincoli di natura ancestrale, legati in gran parte a regole e decisioni definite sulla base di esperienze di vita vissuta e secondo indicazioni e scelte di ordine autarchico. Gli adulti non sono più l’ esempio, si appellano a varie forme di compromesso. La famiglia di stampo tradizionale cede sempre un pochino di più alle lusinghe del benessere, alle modalità di affermazione del proprio status, cerca una sua identità che le permetta di mantenere comunque un assetto generale costante. Naturalmente anche l’intero sistema sociale risente dei mutamenti e si trasforma, cercando di essere adeguato alle nuove richieste. Nella scuola si fanno largo gli organi collegiali, che prevedono l’ingresso delle famiglie nell’area gestionale. L’ingresso non è indolore, perché la scuola si trova nella condizione di non essere più unica e autonoma nel giudizio e nell’ organizzazione. Non sempre tra genitori e corpo docente i punti di partenza e quelli di arrivo collimano, in molti casi si creano divergenze e incomprensioni abbastanza radicali. Per molti genitori la riforma degli organi collegiali è stata una sorta di rivincita di chi in qualche caso si è ritenuto vittima di una classe insegnante e dirigente troppo vincolata a regole e imposizioni di vertice. Il potere contrattuale dei docenti in ambito educativo e organizzativo diminuisce enormemente, scontrandosi spesso con punti di vista genitoriali molto diversi. In molti casi le due principali agenzie educative italiane si trovano prive di un codice d’azione convergente. La collaborazione si trasforma in una lunga serie di conflitti. A distanza di anni scuola e famiglia stanno pagando a caro prezzo la commistione dei ruoli all’interno degli organi collegiali. Si è passati da un eccesso di verticismo decisionista ad un eccesso di individualismo periferico. Da più parti si sostiene che la scuola deve tornare ad essere della scuola e che il docente deve essere sovrano nell’esercizio della sua funzione, con un tangibile riconoscimento umano, etico e finanziario. La scuola deve poter contare su regole molto chiare sul piano della giustizia e della legalità, in modo che chiunque compia atti o azioni illeciti, prevaricazioni e trasgressioni, sia sottoposto a percorsi educativi e a sanzioni disciplinari adeguate. La condotta deve avere quindi uno spazio fondamentale, perché l’educazione è il perno attorno al quale gravitano la società civile e lo stato. La famiglia deve tornare a educare, a sviluppare forme di attenzione adeguate e mirate. Lo stato a sua volta ha il dovere di proteggere la famiglia, di responsabilizzarla con l’assunzione di precisi impegni e responsabilità, soprattutto nell’esercizio della sua missione. Scuola e famiglia devono mantenere un dialogo aperto, dialettico, possibilmente convergente, ma autonomo nell’esercizio della propria funzione e della propria identità. Lo stato ha il compito di garantire l’autonomia di queste due fondamentali agenzie, fornendo loro tutta l’attenzione necessaria perché possano esercitare al meglio la loro vocazione. Viviamo in una società che ha polverizzato tutti i freni inibitori, istituzionalizzando il malessere, cancellando ogni forma di autorevolezza e teorizzando l’impulso alla libertà come soluzione di tutti i mali. La diffusione della tolleranza etica da parte di una classe politica confusa e priva di solidi principi ispiratori, ha creato un grave malessere soprattutto nei giovani. Il mondo giovanile vive una perenne sperimentazione esistenziale, privo di certezze, legato ad una sostanziale inquietudine, mancante di quella condizione necessaria a garantire un ordine ed una credibilità stabili alla propria vita.

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