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UN MOMENTO DIFFICILE

L’Italia di oggi è un paese che sopravvive e lo fa in molti casi cercando di non dare nell’occhio, come se tutto fosse ancora come prima, come se il vicino di casa fosse ancora il signor Rossi, cortese, rispettoso e disponibile, come se fosse ancora possibile lasciare la porta aperta o ospitare il viandante diretto verso una meta turistica. Era così negli anni cinquanta e agli inizi degli anni sessanta, quando i nostri papà facevano salire sul sellino posteriore della vespa o della lambretta autostoppisti provenienti da vari paesi europei, giunti da noi a scoprire il paese di Vacanze Italiane e quello della Dolce Vita. Quante volte ho visto mio padre arrivare a casa dei nonni con qualche autostoppista raccolto per strada. L’ospite era sacro, trovava sempre una tavola apparecchiata, pane e salame, con un buon bicchiere di vino. Gli si approntava un catino pieno d’acqua, un sapone e un asciugamano ricamato dalla nonna. L’ospite restava a pranzo o a cena, si sentiva subito parte della famiglia. Dopo anni di guerre e di paure la gente voleva riconquistare quel sentimento di fraternità che aveva dovuto nascondere per troppo tempo. Guardava avanti: immaginava, sognava, imparava a sorridere su tutto e il prossimo era la persona da conoscere, da aiutare e da condividere. Anni di grande slancio e vitalità, in cui bastava molto poco per gridare al miracolo. Anni nei quali due campioni fatti in casa come Bartali e Coppi mandavano in visibilio uomini, donne e bambini assiepati ad applaudirli lungo le strade e i tornanti del Giro d’Italia. Erano tempi in cui giocavi in mezzo a una strada aspettando il rombo di un motore per capire se era o no il caso di correre sul marciapiede. Guardavi l’adulto con riverenza e rispetto. Non ti saresti mai permesso di dare del tu a gente più grande di te. Le regole te le insegnavano prima papà e mamma. Te le insegnavano e non le dimenticavi più. Quando un genitore parlava dovevi stare zitto, lo ascoltavi con riverenza, guai intromettersi o interrompere. Imparavi quello che era giusto e quello che non lo era. L’educazione era rigida, non si prestava al gioco della furbizia. I rapporti erano chiari e distinti, ciascuno era investito di un ruolo e di responsabilità, aveva il suo tratto di strada da compiere e doveva percorrerlo bene, senza creare problemi. Se ti prendevano a lavorare in una falegnameria o in un laboratorio di meccanica toccavi il cielo con un dito, anche se era più il tempo che trascorrevi con la scopa in mano a spazzare la segatura e i trucioli sparsi un po’ dappertutto. Le ferie e lo stipendio iniziale erano una conquista planetaria. All’inizio era così, poi se dimostravi di essere obbediente, rispettoso e bravo nel fare le cose comandate ti facevano fare qualche passo in più. Se tutto filava per il meglio potevi aspirare a diventare l’aiutante di campo del capo. Non esistevano il quanto mi dai, quanti giorni di vacanze o voglio essere messo in regola, la regola era innanzitutto dimostrare di essere all’altezza della situazione. Il capo insegnava a fare bella figura e, soprattutto, il mestiere. Se passavi indenne il campo di battaglia avevi un futuro assicurato. Tutti gli artigiani più bravi, quelli che poi si sono messi in proprio e hanno fatto fortuna, hanno sofferto in silenzio, imparando strada facendo senza opporre resistenza. Lo hanno fatto con caparbietà e determinazione, perché il loro scopo era quello di mettere in piedi la tanto sospirata bottega, a costo di qualsiasi sacrificio. Non c’era spazio per i fannulloni, i perditempo, quelli che potevano tutto subito perché avevano le spalle coperte da una tessera. Ognuno metteva in campo la sua dose di amor proprio. Non c’erano alberghi a quattro o cinque stelle ad accogliere gente proveniente dalle periferie esistenziali, dovevi accettare quello che passava il convento e soprattutto dovevi meritarti la fiducia della gente, dire signorsì sempre, anche quando avresti voluto dire signor no. Abbiamo preso calci nel sedere, ma ce l’abbiamo fatta. Anche per questo amiamo le persone che si danno da fare, che lavorano con l’intento di migliorare la loro condizione sociale e quella del paese in cui vogliono vivere. Essere migranti non vuol dire aspettarsi lasagne al forno, quattrini, creme idratanti, computer portatili o beni di consumo, vuol dire mettersi a disposizione della comunità ospitante e lavorare con grande impegno e determinazione per farsi amare e apprezzare. Il mondo globale è questo: tutti per uno uno per tutti. Nella logica di una comunitaria costruzione educativa non esistono sfaccendati che giocano a pallone tutto il giorno o che si dedicano all’accattonaggio o a varie forme di sopravvivenza para delinquenziale, il motto è: darsi da fare, non sprecare il tempo, mettersi a disposizione e lavorare con molto impegno e determinazione. E’ necessario ricreare il senso di quello che si fa, ridare fiato alla giustizia, alla legalità, e soprattutto restituire alle persone la loro dignità. Essere accoglienti non vuol dire lasciarsi massacrare, la democrazia passa anche attraverso il decisionismo, alla capacità di saper dire no con fermezza quando è necessario. Viviamo in un paese che ha perso di vista il no, che continua a far finta di niente per non pagare dazio, ma avanti di questo passo c’è solo un grande vuoto e il pericolo è quello di esserne risucchiati. E’ solo riassumendoci in pieno le nostre responsabilità e trasferendole ad altri, che sarà possibile restituire una dignità al paese Italia, noto al mondo per la sua bellezza e per la genialità dei suoi abitanti, capaci sempre di tornare a galla, anche quando le difficoltà appaiono insormontabili.

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