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LA FAMIGLIA? UN BEL PROBLEMA

La famiglia sta perdendo il suo patrimonio culturale, il suo essere erede di informazioni, storie, racconti, episodi, usi, costumi e tradizioni, la sua naturale vocazione alla comunicazione, il suo essere prima comunità educante. Il suo budget umano e culturale sta diventando sempre più esiguo e in molti casi viene delegato alla televisione, al computer o ad altri congegni elettronici. L’informazione telematica ha via via sostituito il dialogo famigliare, lasciando dietro di sé vuoti di umanità che hanno ricadute forti sulla crescita dei giovani. Spesso i figli soffrono di solitudine e di abbandono, di mancanza di controparti con le quali avviare un maturo confronto generazionale. In molti casi i genitori non hanno la voglia o la capacità di affrontare i problemi per quelli che sono, per varie ragioni: carenze culturali, sottovalutazione, pressapochismo, per mancanza di tempo, ma quello che è più grave è che nella loro ingenuità pensano ai figli come a un possesso da difendere sempre. Cercano di coprire le loro distanze materiali e morali con un’apparente apertura mentale, che distrugge la rete relazionale. Spesso proteggono i figli sull’onda di una libertà repressa, affidandosi a una sorta di delirio di onnipotenza che annulla la rete dei rapporti sociali. Succede sempre più di frequente che ci siano genitori che difendono l’operato dei propri figli sempre, anche quando commettono imprudenze e violazioni che hanno ricadute pesanti sulla comunità. Si tratta di una sorta di bullismo alla rovescia che incide negativamente sui figli stessi e sul sistema delle relazioni interpersonali. La famiglia deve reintrodurre la propria autorevolezza genitoriale, deve educare alla convivenza civile, deve soprattutto ridefinire il proprio mandato istituzionale e costituzionale, alla luce dei grandi cambiamenti che si sono verificati in questi ultimi anni. Il primo passo è quello di imparare a riconoscere le proprie responsabilità, avere ben chiari i diritti e i doveri che regolano le dinamiche comportamentali ed essere quindi nella condizione di saperli esercitare, nell’interesse dei singoli componenti, e dei suoi rapporti con la società civile. Oggi assistiamo purtroppo ad una progressiva deresponsabilizzazione. La famiglia sta perdendo infatti la sua vocazione educativa, orientativa e formativa, tende sempre più a delegare le proprie responsabilità alla scuola, a persone, ad agenzie, ad enti pubblici e difende sempre a spada tratta le inadempienze dei propri figli. In questo modo perde di vista una delle sue funzioni fondamentali, quella di essere la prima società educante, tende ad assolvere ogni tipo di prevaricazione o di trasgressione onde evitare di prendere posizione ed inimicarsi i suoi componenti. La paura di essere se stessa, di essere educante fino al rispetto delle regole che la governano, la relega a un ruolo di subalternità e di fragilità sociale, che si ripercuote sulla sua forza organizzativa, sulla sua capacità di essere convincente, autorevole e propositiva. Le regole e la loro osservanza sono fondamentali ai fini di uno sviluppo armonico e lineare della famiglia stessa. E’ vero che molte famiglie mancano della giusta tranquillità economica per affrontare i problemi esistenziali che le riguardano e lo stato fa troppo poco per risolvere questo problema, ma non è una buona ragione per abdicare alla funzione educativa. Le difficoltà economiche la costringono in molti casi a impegnare tutti i suoi sforzi sull’unico fronte che le permetta di sopravvivere, il lavoro. In tal modo non ha più il tempo e la tranquillità necessari per assolvere alle responsabilità che le competono. Compito della politica è quello di dare molto più spazio alla famiglia, di rigenerarla nella sua fiducia, in quello che rappresenta per l’unità della nazione. Un tempo i figli erano l’unica vera ricchezza della famiglia. Rappresentavano la continuità, il fine e lo scopo, la forza e il collante della famiglia stessa. La società civile e lo stato proiettavano le loro speranze sulle famiglie e sui figli, anche con iniziative di sostegno e di incentivazione. Oggi il paese soffre la mancanza d’incremento demografico a causa di un eccesso di calcolo matematico nell’investimento sulla vita. In molti casi non è più in grado di motivare un no deciso ed è sempre più vittima delle richieste dei figli. Così facendo perde di credibilità e di autorità, diventando incapace di orientare la propria azione educativa. Un eccesso di laicizzazione della condizione umana ha generato varie forme di disorientamento nei giovani che vorrebbero avviarsi al matrimonio. Gli effetti collaterali si possono leggere in una fuga verso situazioni che possono essere gestite senza un preciso impegno giuridico, umano e costituzionale. La politica ha cercato ancora una volta di difendere disperatamente i propri interessi, barattando il principio della “sacralità” dell’impegno umano impegno con quello dell’interesse di parte. In molti casi chi parla della famiglia è chi ha alle spalle situazioni poco chiare in merito. Si parla spesso di famiglia, ma  in una condizione di sudditanza materiale e psicologica. Si è molto parlato, in passato, del ruolo della donna all’interno del nucleo familiare, ma per la donna che sceglie la casa, come realizzazione sociale, non è stato fatto niente. Pur essendo ormai universalmente riconosciuto il ruolo della donna nella famiglia, non si fa nulla per permetterle di poterlo esercitare in modo pieno e completo, investendola di quella dignità che le compete per diritto umano e costituzionale. Lavorare al servizio della famiglia è un investimento di straordinaria importanza etica, morale e sociale, soprattutto oggi, in una società che sta perdendo i suoi valori. Si è parlato spesso di un salario che supportasse la donna che avesse scelto di lavorare in famiglia, per la famiglia, ma i buoni propositi non sono mai stati realizzati. La politica ha dimostrato e dimostra ancora una volta la sua incapacità e la sua mancanza di volontà. E’ sempre più difficile gestire la libertà personale. I ragazzi di oggi sono più liberi, ma godono di una libertà forzata. Non avendo più punti di riferimento stabili e interlocutori presenti, in alcuni casi diventano schiavi della dispersione, della frustrazione, delle dinamiche di gruppo, della dipendenza e della trasgressione. Nella vecchia famiglia patriarcale esistevano più punti di riferimento, i figli si sentivano ascoltati, aiutati e protetti, respiravano il calore umano di un dialogo, di una conversazione o di un racconto. I nonni erano un punto fermo di straordinaria importanza affettiva. Erano molto vicini ai ragazzi e soprattutto creavano il giusto equilibrio tra le generazioni, erano il ponte tra il passato e il presente, tra l’esperienza e la conoscenza. Oggi la maggior parte degli anziani finisce nelle case di riposo, che crescono un po’ dappertutto, oppure vengono lasciati in balia di persone provenienti da altri paesi. La solitudine esistenziale creata dalla famiglia genera frustrazioni che generano a loro volta reazioni di diverso ordine e natura. In molti casi i figli non sanno con chi confidarsi, dove trovare appoggio e comprensione. La conseguenza di questo stato di abbandono favorisce la ricerca del gruppo come soluzione estrema alla solitudine. Il gruppo può essere un elemento di copertura socializzante, ma può anche accentuare la dipendenza dei soggetti deboli. Visti i grandi problemi che investono il mondo giovanile, da ultimo il drammatico fenomeno del bullismo, si rende assolutamente necessario che la famiglia si riappropri del suo ruolo educante, perché è nella famiglia che il giovane si forma, è nella famiglia che acquisisce quei valori base che lo accompagneranno per tutta la vita. Dunque il grande problema di oggi è di natura fortemente educativa e quindi esige che lo Stato si faccia carico di una rigenerazione etica, morale, sociale e culturale della società italiana, partendo da un mondo adulto disorientato e privo degli strumenti necessari per ricreare fiducia e speranza nelle nuove generazioni. Certo non basta prendere atto di una realtà che non funziona, che produce violenza e maleducazione, bisogna intervenire sul sistema in modo coeso e convergente, rimettendo in campo il rispetto, la disciplina, i valori e le regole. Senza regole non si va da nessuna parte e i primi a farne le spese saranno proprio quei genitori che avranno avallato l’incoscienza dei propri figli, per trovare rimedio alle proprie frustrazioni.

UN MOMENTO DIFFICILE
 
Di Felice Magnani
 
L’Italia di oggi è un paese che sopravvive e lo fa in molti casi cercando di non 
 
dare nell’occhio, come se tutto fosse ancora come prima, come se il vicino di 
 
casa fosse ancora il signor Rossi, cortese, rispettoso e disponibile, come se 
 
fosse ancora possibile lasciare la porta aperta o ospitare il viandante diretto 
 
verso una meta turistica. Era così negli anni cinquanta e agli inizi degli anni 
 
sessanta, quando i nostri papà facevano salire sul sellino posteriore della 
 
vespa o della lambretta autostoppisti provenienti da vari paesi europei, giunti 
 
da noi a scoprire il paese di Vacanze Italiane e quello della Dolce Vita. 
 
Quante volte ho visto mio padre arrivare a casa dei nonni con qualche 
 
autostoppista raccolto per strada. L’ospite era sacro, trovava sempre una 
 
tavola apparecchiata, pane e salame, con un buon bicchiere di vino. Gli si 
 
approntava un catino pieno d’acqua, un sapone e un asciugamano ricamato 
 
dalla nonna. L’ospite restava a pranzo o a cena, si sentiva subito parte della 
 
famiglia. Dopo anni di guerre e di paure la gente voleva riconquistare quel 
 
sentimento di fraternità che aveva dovuto nascondere per troppo tempo. 
 
Guardava avanti: immaginava, sognava, imparava a sorridere su tutto e il 
 
prossimo era la persona da conoscere, da aiutare e da condividere. Anni di 
 
grande slancio e vitalità, in cui bastava molto poco per gridare al miracolo. 
 
Anni nei quali due campioni fatti in casa come Bartali e Coppi  mandavano in 
 
visibilio uomini, donne e bambini assiepati ad applaudirli lungo le strade e i 
 
tornanti del Giro d’Italia. Erano tempi in cui giocavi in mezzo a una strada 
 
aspettando il rombo di un motore per capire se era o no il caso di correre sul 
 
marciapiede. Guardavi l’adulto con riverenza e rispetto. Non ti saresti mai 
 
permesso di dare del tu a gente più grande di te. Le regole te le insegnavano 
 
prima papà e mamma. Te le insegnavano e non le dimenticavi più. Quando 
 
un genitore parlava dovevi stare zitto, lo ascoltavi con riverenza, guai 
 
intromettersi o interrompere. Imparavi quello che era giusto e quello che non 
 
lo era. L’educazione era rigida, non si prestava al gioco della furbizia. I 
 
rapporti erano chiari e distinti, ciascuno era investito di un ruolo e di 
 
responsabilità, aveva il suo tratto di strada da compiere e doveva percorrerlo 
 
bene, senza creare problemi. Se ti prendevano a lavorare in una 
 
falegnameria o in un laboratorio di meccanica  toccavi il cielo con un dito, 
 
anche se era più il tempo che trascorrevi con la scopa in mano a spazzare la 
 
segatura e i trucioli sparsi un po’ dappertutto. Le ferie e lo stipendio iniziale 
 
erano una conquista planetaria. All’inizio era così, poi se dimostravi di essere 
 
obbediente, rispettoso e bravo nel fare le cose comandate ti facevano fare 
 
qualche passo in più. Se tutto filava per il meglio potevi aspirare  a diventare 
 
l’aiutante di campo del capo.  Non esistevano il quanto mi dai, quanti giorni di 
 
vacanze o voglio essere messo in regola, la regola era innanzitutto 
 
dimostrare di essere all’altezza della situazione. Il capo insegnava a fare 
 
bella figura e, soprattutto, il mestiere. Se passavi indenne il campo di 
 
battaglia avevi un futuro assicurato. Tutti gli artigiani più bravi, quelli che poi 
 
si sono messi in proprio e hanno fatto fortuna, hanno sofferto in silenzio, 
 
imparando strada facendo senza opporre resistenza. Lo hanno fatto con 
 
caparbietà e determinazione, perché il loro scopo era quello di mettere in 
 
piedi la tanto sospirata bottega, a costo di qualsiasi sacrificio. Non c’era 
 
spazio per i fannulloni, i perditempo, quelli che potevano tutto subito perché 
 
avevano le spalle coperte da una tessera. Ognuno metteva in campo la sua 
 
dose di amor proprio. Non c’erano alberghi a quattro o cinque stelle ad 
 
accogliere gente proveniente dalle periferie esistenziali, dovevi accettare 
 
quello che passava il convento e soprattutto dovevi meritarti la fiducia della 
 
gente, dire signorsì sempre, anche quando avresti voluto dire signor no. 
 
Abbiamo preso calci nel sedere, ma ce l’abbiamo fatta. Anche per questo 
 
amiamo le persone che si danno da fare, che lavorano con l’intento di 
 
migliorare la loro condizione sociale e quella del paese in cui vogliono vivere. 
 
Essere migranti non vuol dire aspettarsi lasagne al forno, quattrini, creme 
 
idratanti, computer portatili o beni di consumo, vuol dire mettersi a 
 
disposizione della comunità ospitante e lavorare con grande impegno e 
 
determinazione per farsi amare e apprezzare. Il mondo globale è questo: tutti 
 
per uno uno per tutti. Nella logica di una comunitaria costruzione educativa 
 
non esistono sfaccendati che giocano a pallone tutto il giorno o che si 
 
dedicano all’accattonaggio o a varie forme di sopravvivenza para o 
 
delinquenziale, il motto è: darsi da fare, non sprecare il tempo, mettersi a 
 
disposizione e lavorare con molto impegno e determinazione. E’ necessario 
 
ricreare il senso di quello che si fa, ridare fiato alla giustizia, alla legalità, e 
 
soprattutto restituire alle persone la loro dignità. Essere accoglienti non vuol 
 
dire lasciarsi massacrare, la democrazia passa anche attraverso il 
 
decisionismo, alla capacità di saper dire no con fermezza quando è 
 
necessario. Viviamo in un paese che ha perso di vista il no, che continua a 
 
far finta di niente per non pagare dazio, ma avanti di questo passo c’è solo un 
 
grande vuoto e il pericolo è quello di esserne risucchiati. E’ solo 
 
riassumendoci in pieno le nostre responsabilità e trasferendole ad altri, che 
 
sarà possibile restituire una dignità al paese Italia, noto al mondo per la sua 
 
bellezza e per la genialità dei suoi abitanti, capaci sempre di tornare a galla, 
 
anche quando le difficoltà appaiono insormontabili.

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