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DIRE LE COSE COME STANNO

di felice magnani

La miglior pubblicità? Dire le cose come stanno, avere il coraggio di essere se stessi fino in fondo, anche a costo di non essere capiti e apprezzati per questo. Di solito, in tempo di elezioni, si cerca sempre di mistificare, di giocare al rilancio, di far vedere chi è più bravo a spararle grosse, giusto per colpire nel segno, per carpire la fiducia dei cittadini. E’ una vecchia storia, che non ha mai dato risultati positivi anzi, nella maggior parte dei casi ha creato illusioni e disillusioni, ha dimostrato che la politica non è quella che viene spolverata quando l’amministratore di turno ha bisogno di voti. Dire la verità significa pagare un prezzo, ma alla lunga potrebbe davvero essere la carta vincente. La gente ha bisogno di certezze, di poter fare qualche previsione per il futuro, ha bisogno di capire qual è la realtà che l’attende, ha bisogno di fare due conti in tasca per rendersi conto se con quel tipo di politica potrà affrontare con più fiducia le difficoltà dell’oggi e del domani. Ci sono molti problemi che in questo momento sono all’ordine del giorno ed è scientificamente difficile dire quale potrebbe essere quello vincente, perché per avviare una ricostruzione vera e profonda occorrono tante situazioni concomitanti. Uno su tutti potrebbe generare un grandissimo interesse, il lavoro. Visto che proprio quest’anno si festeggiano i settant’anni della Costituzione e visto che l’articolo uno afferma che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, sarebbe oltremodo straordinario se la politica mettesse mano a questo principio, riattivando la voglia di fare e di produrre degl’italiani, magari valorizzando al massimo l’italianità del lavoro, la creatività e la fantasia dei nostri imprenditori, dei nostri artigiani, dei nostri agricoltori, la straordinaria bellezza dei nostri mari, delle nostre colline, delle nostre pianure e delle nostre montagne. L’Italia ha una varietà di offerta che nessun altro paese al mondo può vantare, soprattutto sul piano della qualità dell’ambiente in cui abbiamo la fortuna di vivere. Siamo il paese che ha punti fermi che nessun altro ha, come l’agricoltura, il turismo, la cultura, abbiamo insegnato al mondo a lavorare e oggi siamo schiavi di un immobilismo che genera malesseri di tutti i tipi. Aziende che chiudono, aziende che falliscono, aziende che se ne vanno altrove, artigiani che perdono l’entusiasmo e la voglia di continuare, contadini che abbandonano le loro terre e soprattutto una condizione di servile fiscalità che impedisce alla società di evolvere, di mettere a punto i suoi entusiasmi, le sue passioni, la sua voglia di fare, di produrre, di essere al centro di un grande rinnovamento. E allora perché chi ha il compito di portare avanti queste vocazioni non lo fa o lo fa in una misura assolutamente insufficiente? Cos’è che frena le volontà? Si può imputare tutto questo solo agli stipendi dei politici e dei faccendieri o non si tratta anche e soprattutto di una reale incapacità di gestire con competenza la grande macchina dello stato? Che cosa significa innovare? E stare al passo? Vale la pena finire senza fiato e con le gambe rotte, solo per continuare a inseguire, senza invece fermarsi un attimo a programmare un futuro più vero e adeguato alle nostre possibilità? Si può essere grandi europei mantenendo e potenziando la propria immagine nazionale? Una cosa è certa: la forza dell’Europa dipende dalla capacità di ciascuna nazione che la compone di essere all’altezza della situazione, di poter agire con grande determinazione sul piano della ricchezza interna, senza dover sottostare a inutili, quanto inadeguati balzelli. La forza dell’Europa dipende da un concorso di potenzialità che s’incontrano e si integrano, ma su un piano di natura sincronica. La politica europea diventa importante se valorizza al massimo i paesi che la compongono, se li aiuta a rilanciarsi, a dare forza alle innumerevoli ricchezze che li compongono, evitando diffidenze, invidie, vecchi retaggi e varie forme di repressione. L’Europa non è fatta di assi o di nazioni più importanti o meno importanti, ma di uomini e donne, cittadini e cittadine che insieme, unendo con entusiasmo le proprie forze e le proprie culture, cercano di realizzare qualcosa di molto importante, che va anche oltre i confini nazionali. Per questo hanno bisogno di poter agire oltre i muri e le reti della burocrazia o di sistemi fiscali repressivi che impediscono alle peculiarità di ciascuno di poter crescere e prosperare, hanno bisogno di fiducia e anche di fermezza, ma tutto deve ruotare attorno alla convinzione comune che i risultati saranno utili e positivi per tutti se tutti potranno potenziare al massimo le proprie fortune. L’Europa non deve frapporsi, mettersi in mezzo, creare disuguaglianze, ma deve essere cosciente della sua missione, una missione che parte sempre dal particolare, per giungere all’universale. La missione europea sarà tanto più importante per sé e per il mondo, se saprà fare in modo che ciascun membro si senta alfiere protagonista di questa missione, si senta libero di poter agire con la massima operosità negli ambiti in cui la sua storia si è realizzata ed evoluta. Dire le cose come stanno non significa passare in secondo piano, significa dire a tutti con la massima chiarezza quale sarà il nostro futuro, che cosa dovremo aspettarci per affrontare quella quotidianità che spesso si mette in mezzo impedendoci di vivere una vita gratificante. La politica deve dunque dare segnali veri, dimostrando che la vittoria non è mai di qualcuno o di una parte, ma di valori condivisi, amati e apprezzati da tutti, deve dire che il tempo delle sottrazioni indebite è finito e che deve iniziare quello della riconquista, sulla base di una coscienza nuova, che si mette nei panni di tutti quei cittadini che hanno sofferto e che stanno soffrendo, per aiutarli a ritrovare la fiducia in se stessi e nelle istituzioni che hanno il compito di garantirne i diritti e i doveri fondamentali.