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E’ TEMPO DI RISTABILIRE UN EQUILIBRIO (CON LA NATURA)

di felice magnani

Le scene che passano in televisione sulle condizioni ambientali del nostro paese spaventano, creano uno stato d’insicurezza che in molti casi si trasformano un rabbia, tensione, inquietudine. La bellezza viene coltivata, ma più in ambiti privati, dove la proprietà padronale si fa carico di investire, di migliorare, di creare. Dove c’è il privato di mezzo possiamo stare certi che la natura gode di una straordinaria condizione protettiva. Lo dimostrano anche il Fondo Italiano per l’Ambiente e tutte le Associazioni naturalistiche che operano nel settore, diverso è il problema quando il gestore dell’ambiente sono i Comuni, le Province, le Regioni e lo Stato. Il pubblico è quasi sempre latitante, manca di fondi, avvalla scusanti, in molti casi opera senza determinazione e con assoluta mancanza di decisionalità operativa. Gl’incendi ad esempio sono diventati un cancro e si dice che sia impossibile prevenirli. I terremoti colgono di sorpresa paesi e città che non sono allineati con le nuove regole e leggi che governano le costruzioni e i centri abitati, soprattutto dove i terremoti hanno già fatto storia. Il problema dei rifiuti è presente in mole parti del nostro paese e non viene risolto. La pulizia dell’ambiente lascia alquanto a desiderare e comunque non viene attuata con quella continuità di cui avrebbe bisogno. Succede in molti casi che chi amministra non sia neppure al corrente in quali condizioni versi il proprio paese o la propria città. Ci sono paesi in cui per mesi non vedi all’opera un netturbino, altri in cui il servizio di pulizia viene delegato non si sa a chi. In certi casi sono le cose più normali ad essere irrisolvibili, salvo poi vedere che per certe cose i soldi spuntano come funghi. L’Italia per molti aspetti continua a essere uno strano paese, dove si promette molto e si mantiene pochissimo, dove si urla alla povertà amministrativa per depistare chi rompe piani e vincoli precostituiti. A causa di tutte queste stranezze l’ambiente soffre le pene dell’inferno e la sua manutenzione assorbe tutte le risorse presenti su un determinato territorio. Bastano alcuni giorni di pioggia o una nevicata fuori programma per mettere in ginocchio paesi e città, forse perché manca una sana pianificazione a monte. In genere i problemi si affrontano al momento, quando i disastri sono compiuti e bisogna raccogliere le macerie. Ma le programmazioni dove sono? Si fanno o restano nei cassetti? Ha ancora senso parlare di amministrazioni efficienti quando in realtà si fanno le cose tanto per farle, per gettare fumo negli occhi, ma senza aver programmato per tempo interventi mirati, ad ampio raggio, ragionati e sostenuti da previsioni lungimiranti. Capita spesso di passare nelle periferie delle città e di vedere campi con accanto montagne di rifiuti. Si tratta di situazioni assurde. Risulta evidente che la politica in molti casi non rispetti la democrazia e che, invece di risolvere alla radice i problemi, chiuda gli occhi, per convenienza. E’ la solita convenienza di parte, quella dei soldi stanziati che non si sa mai dove vadano a finire. L’ambiente paga uno scotto altissimo, basta poco, basta fare una passeggiata sulle prime rampe appenniniche, prealpine o alpine per capire che sono finiti i tempi in cui l’ambiente era un luogo di rispetto. Oggi puoi incontrare di tutto: lattine, frigoriferi, strade dissestate, sentieri sporchi, antenne elettromagnetiche, cementifici che svettano come minareti, colline sventrate, animali braccati da eserciti in doppietta, disboscamenti scriteriati, piante sradicate dal vento, mostri di cemento che occupano colline, colline trasformate in zone residenziali, centri storici abbandonati a un folle destino. Puoi incontrare ville d’epoca regolarmente chiuse in un letale abbandono, che dimostrano quanto l’incuria umana abbia preso piede in un paese un tempo noto per la sua fine vena romantica e architettonica. Eppure i governi e le amministrazioni hanno attraversato le speranze di tutti, eppure ciascuno rivendicava una sua peculiarità politica, un suo primato di legalità e giustizia, una capacità propria di saper trasformare l’inferno in paradiso. Ci siamo presi in giro, abbiamo dribblato noi stessi, non rendendoci conto che così facendo abbiamo tradito le attese, negato le speranze, trasformato ciò che era veramente bello e naturale in qualcosa di spaventosamente simile a un dissesto senza speranze. Ciascuno ha inseguito il suo mito, il suo sogno, pensando che bastasse a convincere la gente di essere dalla parte del giusto. Così non è stato. Si è giocato sulla furbizia umana, senza fare i conti con la realtà, con quella realtà che un giorno ci avrebbe chiesto il conto. Spesso non si è dato ascolto alla cultura, anche a quella elementare, non si sono letti i libri dei ragazzi, anche quando in quei libri c’erano verità infantili di indubbia veridicità. Si è pensato di essere molto più bravi di tutto quello che invitava alla riflessione, rifiutando ogni forma di collaborazione, continuando a procedere a strappi, come se il mondo da governare fosse un giocattolo con cui passare il tempo, tentando di sorprendere il prossimo. Il problema è che ci siamo sorpresi a dover prendere atto dei nostri fallimenti, delle nostre carognate, di aver amministrato senza sapere cosa stava succedendo a due passi da casa nostra, con la presunzione che bastassimo a noi stessi, al nostro orgoglio, alla nostra imperizia, nascondendola dietro follie scambiate per investimenti, per realizzazioni qualitativamente importanti. Abbiamo sottovalutato l’importanza di essere onesti, di dire la verità sempre, anche quando avrebbe potuto far male per fare bene, per continuare sulla nostra strada, quella che ci avrebbe condotto al traguardo che ci eravamo posti, in barba alle attese esistenziali della gente comune. Non ci siamo resi conto che la verità non sta mai da una sola parte, nella nostra visione personale, ma nella capacità di finalizzare con coraggiose determinazioni i disagi e i problemi, studiando a fondo le situazioni e cercando delle risposte. Le risposte di solito non stanno nell’ipocrisia e nella falsità, ma nel realismo e nella concretezza con cui si affrontano insieme problemi fondamentali per la vita delle persone. Per troppo tempo abbiamo barattato la conduzione, il bene dei cittadini, facendo credere loro che parole come multifunzionale fossero una benedizione discesa dal cielo. Abbiamo preso in giro noi stessi e il prossimo, aspettando che si consumasse e che la smettesse di dimostrarci che non eravamo all’altezza e che quello che facevamo non era sufficiente per cambiare il volto di una comunità in attesa. Abbiamo trasformato l’educazione in una sorta di bene illusorio, incapace di risolvere i problemi, impedendole di fare il suo corso, di venirci in aiuto, di corrispondere positivamente alle nostre lacune, ai nostri disorientamenti, salvo lavarci le mani e la faccia e profumarci per dimostrare che la vita può avere un profumo anche senza sincerità. E’ in questo clima che l’ambiente affonda, che non trova più nessuno capace di capire quali siano le sue speranze e così si erge ancora più alta quella meravigliosa immagine del canto francescano di una natura illibata, da sfogliare con amabile delicatezza, da recitare o da leggere, per ritrovare la forza e il coraggio di ricominciare a sperare che nell’animo di ciascuno possa rinascere un pensiero d’amore nei confronti di chi ci ha fatto da madre e da sorella, ogni volta che ci siamo lasciati prendere dal panico e abbiamo perso la via della verità e della speranza. Ritrovare accordi, riabilitare vincoli, capire che siamo testimoni passeggeri con il dovere di restituzione, evitare di barattare il buon senso con l’interesse privato, agire per il bene degli altri e non in funzione del proprio, fare scelte ponderate e ragionate, pensando sempre che è in base a quello che facciamo e a come lo facciamo che dobbiamo guardare in faccia i nostri figli e sorridere, sicuri che non ci scambieranno per giocolieri della politica, dell’arrivismo, della logica del potere per il potere e magari dei loro malesseri. Ritrovare la via dello studio e della lettura, ascoltare la voce di maestre e maestri, quella di uomini e donne di grande buon senso, pensare al bene comune come a qualcosa di non nostro e proprio per questo da amare in modo speciale, ritrovare la via dell’umiltà e ogni tanto dire: “Ma io chi sono per avere l’ambizione di governare un paese, una città, un piccolo borgo, ne ho le qualità? Posso essere un esempio per gli altri? Sono sicuro di essere all’altezza della situazione? E’ giusto che il potere rimanga vincolato sempre alle stesse persone che se lo giocano ogni volta per continuare a comandare, magari per continuare a fare i propri interessi? O non è più giusto preparare con molta onestà, competenza e disponibilità nuovi giovani da inserire alla guida del paese? Quale futuro può avere un paese che si lascia governare per oltre quarant’anni dalle stesse persone? Ogni cosa ha un limite. Il limite è frutto di una chiarissima coscienza critica, è una forma sostanziale di disciplina, di convinzione costituzionale, in base alla quale capire fin dove possiamo arrivare e cosa dobbiamo fare per democratizzare sul serio un paese da troppo tempo chiuso e cementato nelle mani di faccendieri che non mollano, perché hanno perso ogni tipo di ritegno, pensando di essere diventati divinità in attesa di ascendere all’Olimpo. Mentre l’uomo prosegue nella sua corsa, la natura aspetta, ma in molti casi dimostra quanto l’inadeguatezza umana abbia un prezzo alto da pagare. Per questo abbiamo tutti il dovere di fare la nostra parte, di tirarci indietro se necessario oppure di andare avanti, ma con le idee chiare, capaci di rimettere le cose a posto senza se e senza ma. In molti casi la verità passa anche attraverso la fermezza e la convinzione che la disciplina e la decisione siano fondamentali nella costruzione di un nuovo mondo, dove ognuno abbia il sacrosanto diritto/dovere di fare la propria parte. Stare con le mani in mano e aspettare l’intervento della Provvidenza non è una via giusta da seguire, chiedere sistematicamente l’elemosina è illegale, continuare ad accogliere persone per poi lasciarle ai margini non è buona politica, buttare montagne di rifiuti nei boschi o ai margini delle strade è follia, permettere alla delinquenza di fare il bello e il cattivo tempo significa diventarne complici. In democrazia ognuno deve fare la propria parte e deve farla bene, nell’interesse della comunità.