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QUANDO SI IGNORANO I PROBLEMI

di felice magnani

I problemi vanno presi per tempo, metterli da parte, far finta di niente o cercare di minimizzarli non giova e il rischio è che si ripresentino ogni volta, magari con un volto diverso, ma abbastanza simili nella sostanza. Affrontarli significa conoscerli e farli conoscere, studiarli, discuterli, collaborare, unire le forze e le energie, cercare di trovare soluzioni adeguate, creare una coscienza comune sulle cose che riguardano la libertà, la dignità, il lavoro e la sicurezza di una comunità. Se i problemi non vengono risolti per tempo rischiano di gonfiarsi, caricarsi, amplificarsi, fino a scoppiare. Il compito di far fronte ai problemi è di tutti, ma in particolare di chi ha il compito di dettare le regole, di controllare, valutare, di verificare che si operi veramente per il bene comune e non per interessi che nulla hanno a che vedere con la natura democratica di un paese. Spostare il problema significa creare le condizioni perché si evidenzi altrove, magari con modalità ancora più drammatiche. Una società e uno stato attenti ai problemi dovrebbero evitare le sottovalutazioni. Sottovalutare è il primo passo verso una recrudescenza. Ogni problema ha una sua storia, un suo modo di essere e di manifestarsi, per cui la società deve essere in grado di prevedere e di prevenire, adottando un controllo costante. Una democrazia che si rispetti deve cioè essere in grado di capire la storia e le sue possibili evoluzioni, deve essere capace di dare risposte e soprattutto non deve avere la presunzione che tutto sia sempre sotto controllo, perché la natura umana è sistematicamente soggetta a mutamenti e alterazioni. Tutti i fatti negativi che riempiono le pagine della storia quotidiana hanno una matrice comune, la presunzione, l’idea che il pensiero di qualcuno sia più del pensiero dell’altro e che sia impossibile unire le forze per costruire una democrazia ancora più vera, più libera, più responsabile, più votata ai doveri che alla solita speculazione sulla filosofia dei diritti. La presunzione nasce da lontano, non tiene conto degli altri, parte quasi sempre da una certezza privata che non è mai certezza, ma semplicemente dall’idea che il nostro pensiero sia il migliore dei pensieri possibili. Spesso la presunzione genera opposizione, antagonismo, diffidenza. L’intelligenza è un terreno che va coltivato sempre con molta cura, onde evitare che si trasformi in utopia. I problemi hanno sempre una causa, una radice, un luogo preciso da cui sorgono e da cui si dilatano, per questo bisogna che l’attenzione nei loro confronti sia quotidiana, studiata, precisa e che tutti si sentano impegnati a far cadere i muri e le barriere che frantumano l’aspirazione democratica all’unione. In democrazia tutti devono concorrere al bene comune e chi cerca di distruggerlo con modalità eversive deve essere messo nella condizione di non nuocere alla comunità. Le leggi e le regole servono proprio a questo, a garantire che i cittadini possano vivere e operare in una condizione di assoluto benessere fisico e morale. C’è un bellissimo passaggio nel libro di Roberto Gervaso, Voglia di Cuore: “Chi dissente avendo torto non è un uomo libero, ma un ribelle che rifiuta coercizioni esterne per seguire solo il proprio estro; un uomo pieno di sé che presume di essere ciò che non è; un uomo che si pone al di sopra delle leggi, che non vuole essere giudicato perché aprioristicamente non tollera censure”. La democrazia esige che i cittadini siano informati, sappiano quello che succede e che collaborino in prima persona al bene comune, soprattutto quando questo rischia di diventare il bene di qualcuno. Essere informati, partecipare, esprimere il proprio punto di vista, essere messi nella condizione di poterlo fare è importante, per rispondere alle linee guida del dettato costituzionale. Il problema vero è che viviamo in una società dove gli uomini credono di poter negare al prossimo la possibilità di esprimersi, di negare il diritto all’esistenza e alla sua professione e dove spesso fai carriera se dici sempre sì al padrone di turno, se annulli la tua personalità. Democrazia è soprattutto maturità di pensiero, maturità di idee, esprimere fino in fondo il diritto alla costruzione di una comunità più giusta e più legale, più capace di riconoscere i propri errori e di lavorare per evitarli e migliorarli. Spesso succede che le comunità si trasformino in sette, in lobby, in gruppi e che perdano di vista l’obiettivo finale, riducendolo a una visione privatistica della realtà. E’ in questi frangenti che diventa importante avere una personalità decisa, che non vuol dire imporre agli altri la propria visione, ma lavorare perché visioni diverse possano trovare punti comuni sui quali trovare concordanze da applicare e da vivere. Superare quelle forme di divisionismo che alimentano da sempre risse e antagonismi significa capire che il paese ha bisogno di tutti e che le soluzione non sono mai unilaterali, neppure quando sono rappresentative di un qualsiasi conquista elettorale. La politica di oggi è molto selettiva, si arroga diritti che non ha, crede di poter dettare regole partendo da un assolutismo che non ammette confronti, così facendo nega il principio stesso di una democrazia compiuta e precisamente quello di operare collaborativamente con tutte quelle forze rappresentative che hanno a cuore il bene comune e dalla cui collaborazione dipende il benessere di una nazione. Non basta dunque autodefinirsi, bisogna dimostrare sul campo che l’obiettivo finale è quello fondamentale, è quello che sta veramente a cuore alla gente, quello per cui uno stato maturo si caratterizza. La coesione di fronte alle avversità è molto di più rispetto a tutto il resto, è nel senso del dovere e nella solidarietà che le esistenze si caratterizzano per quello che veramente sono, è nella convinzione che la democrazia non sia una proprietà privata che i rappresentanti ne evidenziano la specificità, dunque i problemi non vanno ignorati, soprattutto quando sono sotto gli occhi di tutti e rischiano di assumere proporzioni macroscopiche e, per molti aspetti, irrisolvibili.