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IL BISOGNO DI ASCENDERE

 

di felice magnani

Ascendere è difficile, ma non impossibile, basta risollevare lo sguardo, invertire la rotta, andare a caccia di parole, frasi, raccomandazioni, consigli, cercare un momento di solitudine per parlare con se stessi, con quel mondo di ricchezze e tesori che portiamo dentro, ma di cui ci interessiamo poco, presi come siamo dai suoni, dalle voci, dagli squilli, dai video, dal boccale di birra e dalla pizza. Ci sono momenti in cui tutto l’oro del mondo non basta per farci sentire felici, abbiamo bisogno di pensare, di riflettere, di lasciar parlare quella voce di pascoliana memoria che portiamo dentro, perché sentiamo di aver bisogno, di non bastare a noi stessi, abbiamo necessità di andare alla ricerca di qualcosa che dia vigore al nostro vivere quotidiano, ridotto spesso a colpi di testa per riprenderci da delusioni e frustrazioni. L’ascesa consente di fare il punto, di entrare in sintonia con quella spinta esistenziale che non si accontenta, che vuole trovare nuove vie di comunicazione, emozioni e sentimenti che non siano quelli costruiti sulla base di una rigorosa e soggettiva razionalità, ma aperti a nuovi confronti, a interrogazioni, a investigazioni inusuali, a un nuovo modo di essere se stessi. Ci sono casi in cui l’ascesa va preparata, alimentata, consegnata con quel garbo e quella delicatezza d’incontro che le spetta di diritto. Non si tratta di una fuga, ma di un modo diverso di relazionarsi, di posizionare una ricerca interiore capace di rinnovare, amplificare, ricostituire. Chi ascende si apre a una nuova intensità esistenziale, avverte il bisogno di parlare a se stesso, di scoprire chi sia veramente, che cosa sia più giusto fare per dare risposte adeguate a quel mondo che scuote e sobilla, che invita continuamente a modificare il tiro, a renderlo più flessibile, più umano, più attento. Il gioco della vita lo portiamo dentro, è nell’interiorità personale che il mondo si allarga o si restringe, si amplifica o perde d’intensità. Un tempo la parte ascendente della natura umana veniva coltivata con entusiasmo, incontrava sostegni adeguati, veniva addirittura fatta uscire allo scoperto e dibattuta, non si aveva paura di sembrare inadeguati o peggio ancora irrisolti. Il taglio educativo di una volta era naturalmente introspettivo, gran parte della filosofia pedagogica indirizzava l’animo umano a visitarsi, a mettersi in movimento, a porsi delle domande e a darsi delle risposte. C’era una maggiore attenzione nei confronti dell’essere e della sua storia. L’educazione era il centro, il punto d’incontro di una società che premeva per potenziare il suo profilo identitario, la sua ritrovata dignità sociale. Il passaggio della disciplina educativa era fondamentale e ogni agenzia era fiscale in questa direzione, vocata alla formazione di esseri umani capaci di vivere in armonia con le tensioni individuali e quelle sociali. L’educatore post bellico tendeva a privilegiare il decorso educativo della persona, sulla base di esperienze acquisite all’interno di nuclei familiari semplici, ma compatti, capaci di conservare la parte buona dell’esperienza vissuta sul campo. Si trattava di educatori formati per formare a loro volta, per fare in modo che la teoria trovasse esempi di sano pragmatismo educativo. Il mondo dell’educazione forniva contorni entro i quali si definiva e si configurava il cammino di ognuno. Diventava difficile poter sbagliare, in genere la prassi era condivisa e sostenuta a tutto campo, con gl’imprevisti del caso. La regola era regola, non ammetteva rielaborazioni o soggettivazioni: si applicava e basta. Oggi il clima è diverso, è diverso il sistema educativo, lasciato in molti casi in pasto a una occasionalità educativa che non trova parametri e sostegni adeguati nel lungo termine. Qual è il problema? Che spesso i punti di vista diventano antagonisti e l’ascesa viene vissuta e criticata con misure che corrispondono a una visione individualista e soggettiva della realtà. Ritrovare un sistema educativo convergente è fondamentale per rimettere insieme i cocci di una comunità rimasta spesso da sola a combattere e a lottare contro iniquità e le inadempienze di una storia che, chissà perché, privilegia sempre chi è già stato ampiamente privilegiato da madre natura.