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ABBASSARE LA MAGGIORE ETA’, UNA BUONA SOLUZIONE, MA…

di felice magnani

C’è stato un periodo della nostra vita in cui le opportunità educative esistevano, non solo, ma erano congeniali allo sviluppo societario di una natura troppo individualista. La famiglia poteva contare su ghiotte occasioni di carattere comunitario. Capitava spesso, infatti, che o le organizzazioni ecclesiali o quelle comunali o provinciali o regionali o statali favorissero le vacanze dei ragazzini e delle ragazzine in luoghi di mare o di montagna, creando momenti di svago, correlati a progetti educativi organizzati. Nelle colonie estive, ad esempio, s’imparava a convivere, a obbedire, a scandire il tempo, a non rifiutare, ad avere pazienza, ad assumersi piccole responsabilità, a non soffrire della nostalgia di casa, a provare simpatia per il volto femminile, incontrato per la prima volta fuori dagli ambiti domestici. La comunità ecclesiale era molto viva e vitale, in particolare nell’insegnamento dei valori educativi. La famiglia era convinta che i figli potessero attingere copiosamente dalla cultura religiosa. Anche nelle famiglie tradizionalmente laiche, poco inclini quindi a varie forme di sudditanza politica, morale, culturale o psicologica, si accettava di buon grado che i figli ricevessero insegnamenti con  esempi che s’incontravano nella vita di Gesù e in quella dei santi, capaci di fornire validi contributi per dare un senso più compiuto alla vita. S’imparava che accanto alla quotidianità nella sua versione materiale, ne esisteva una meno invasiva, che passava attraverso la riflessione, la contemplazione, l’idea che ci fosse un’entità superiore di riferimento. L’educazione si sforzava di far capire che oltre a corpo e mente c’erano anche cuore, emozioni, valori, regole, piccoli e grandi segreti che potevano alleggerire il peso dei vuoti o delle frustrazioni quotidiani. Capitava spesso di ascoltare parole e discorsi che costringevano l’interiorità a mettersi alla prova, a porsi a confronto, a trovare soluzioni umanamente stabili. Parole come sacro o sacralità o comandamenti o regole di vita abitavano abbastanza stabilmente nella giornata quotidiana di ragazzini e ragazzine, tutto partiva da un insegnamento che non temeva di essere giudicato sempre e per forza. Di quell’insegnamento cristiano tutti o quasi si fidavano, era difficile che diventasse oggetto di investigazione o di sottovalutazione, chi parlava di Dio godeva di un’altissima considerazione, anche umana. Il prete aveva un rapporto abbastanza frequente con le famiglie, soprattutto nei momenti difficili, quando il cristianesimo aveva bisogno di conferme immediate, di valutazioni concrete, soprattutto quando si trattava di dimostrare che Gesù faceva la differenza, ricreando con gli interessi quello che la natura umana perdeva per strada o non era in grado di consolidare. Se frequentavi l’oratorio giocavi, ma il gioco non era una ripetitività alienante e frustrante, era un modo corretto di vivere l’educazione, c’era sempre qualcuno infatti che impostava le cose, che le insegnava, nulla era lasciato al caso, anche la storia del pallone aveva le sue regole, rientrava nell’ambito di una educazione fisica capace di irrobustire il corpo e la mente.  Fior di campioni del mondo del calcio hanno infatti iniziato sui campetti oratoriali, grazie ad adulti/allenatori che insegnavano a vivere con passione, intelligenza ed entusiasmo la vita, non solo calcistica. L’educazione decolla sempre dal basso, dalle piccole cose, quelle che sembrano scontate, ma che in realtà lasciano il segno, fanno cioè capire perché è bello e importante fare quella cosa e farla bene. Il gioco regala soddisfazioni, ma solo se s’impara a viverlo nella maniera giusta, quella che dà un senso compiuto alle cose che si apprendono e che si fanno, arricchendo così la vita di aggiornamenti e di novità. Alla base di un buon apprendimento c’è sempre un’autorità che governa, che fa sentire la forza di un’emozione, la bellezza di un valore, la gioia della condivisione, dunque c’è sempre un educatore che si prende a cuore la vita, favorendone la crescita. Un bravo sacerdote, un bravo papà, un bravo allenatore, un bravo insegnante possono fare la differenza, possono modificare radicalmente una realtà a tratti ambigua e confusa, trasformandola nella convinzione che la vita è bella e che, proprio per questo, vale la pena di essere amata e protetta. Oggi manca spesso la capacità di fare le cose normalmente, insegnando come ci si deve comportare, cosa significhi vivere in una comunità, quali possibilità esistano per impostare una vita ricca di tante belle soddisfazioni, manca spesso la volontà di fare quello che si deve fare e farlo bene, di trovare delle soluzioni che risolvano positivamente i problemi. Capita spesso di passare accanto a un oratorio, di sentire parolacce e bestemmie  e di domandarsi: “Ma lì ci sarà un responsabile, ci sarà qualcuno capace di fare interventi educativi capaci di risvegliare il cuore e la mente di quei ragazzi?”. Spesso viviamo chiusi dentro interrogativi che non trovano risposte e che alimentano il disorientamento. Oggi si parla moltissimo di ambiente, quando in realtà le cose da imparare sono così semplici e consequenziarie che non hanno bisogno di grandi lezioni, ma soprattutto di esempi. Lasciare un ambiente pulito è un obiettivo che va coltivato e fatto coltivare sistematicamente. Non basta vivere la giornata in difesa dell’ambiente, l’ambiente va difeso, protetto e tenuto in ordine ogni giorno sempre, è un dovere civico. L’appartenenza è sempre una conquista, la democrazia  non è altro che un impegno comune, ma in molti casi si è persa per strada la buona volontà. Formare un cittadino non è semplice, implica un impegno educativo costante, paziente, vivo, che crea interesse, che mette alla prova, che scuote l’amor proprio e tutti quei valori che ci consentono di vivere con maggiore consapevolezza e responsabilità la nostra vita quotidiana. In molti casi la digitalizzazione ha fatto perdere il contatto con la sensibilità, è diventata alienante, non consente quasi più di riflettere sulla propria condizione, sulla vita di relazione, sull’interazione, il mondo è diventato ancora più individualista, si è chiuso ermeticamente nelle proprie convinzioni, sicuro che nella rapidità stia il segreto di risultati qualitativamente validi. Ciascuno si è creato il proprio mondo di pulsanti, di video, di suoni, di parole che non sono più parole, perché hanno perso la connessione sociolinguistica, emotiva e storica, hanno subito i danni di una evoluzione privata di anima, di movimento, di rapporti interpersonali, di momenti di confronto con se stessi e con il prossimo. Abbassare la maggiore età ha un senso se tutto il mondo che ruota attorno agli esseri umani ne comprende l’importanza, in particolare la necessità di dare un contributo educativo reale, capace di mettere il cittadino nella condizione di poter affrontare con chiara coscienza la vita che lo attende. Dentro questa logica si posiziona lo spazio delle agenzie educative, prime fra tutte, come sempre, la scuola e la famiglia, ma non solo, anche l’educazione religiosa allarga lo spazio su cui posizionare la propria volontà. Si tratta di attivare una realtà che in molti casi ha perso di spinta ideale, di capacità penetrativa, la capacità di appassionare, di motivare, di stimolare, relegando l’essere umano in una dimensione utopica e illusoria, dove la solitudine regna sovrana, impedendo in tal modo un rapporto emozionale diretto con le cose che gravitano attorno. Il mondo educativo ha un estremo bisogno di capire se quello che sta facendo è sufficiente, se va incontro al bisogno comunitario delle persone, se i giovani abbiano bisogno di inserimenti più diretti e consapevoli con quella conoscenza che, se vissuta nella giusta misura, può cambiare in meglio la condizione umana. Oggi il mondo dei giovani è spesso lasciato solo, non gode di attenzione politica, umana, sociale, morale, non produce economia, non parla il linguaggio monetaristico, è lasciato a rimuginare in un limbo dove spesso diventa difficile trovare risposte adeguate, capaci di coinvolgere. Ci si accorge di loro solo quando entrano nelle stanze proibite del vizio, della dipendenza, della subalternità sociale, o quando perdono la vita fuori dalle discoteche. Forse chi ha pensato all’abbassamento della maggiore età avrà certo immaginato che quel mondo così bello e importante non poteva essere svuotato della propria ricchezza, di quella capacità giovane e naturale di cambiare le cose, di rinnovare, di dare maggior forza e coraggio a una società ondivaga e turbolenta e così lo ha chiamato a esserci, a dimostrare che si può ancora sperare che  con il contributo di tutti si possa dare un senso compiuto a quel grande miracolo d’amore che è la vita in tutte le sue forme. Certo è che le riforme da sole non bastano, la storia lo insegna in modo molto chiaro, bisogna prepararle, studiarle, farle vivere, hanno bisogno di tempo, di servizio, di grande fermezza, di molto amore, hanno bisogno soprattutto di educatori che abbiano dimestichezza con la vita, che la sappiano sollecitare, indirizzare, che le conferiscano entusiasmo, che la sappiano far vivere, altrimenti si corre il rischio di cadere come spesso è accaduto in passato nella vacuità dei suoni, nella ripetitività e nella consumazione, lasciando spesso i giovani in balia di se stessi e di una solitudine che porta dritto dritto alla frustrazione e quindi alla dipendenza.

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