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EDUCAZIONE CHE TROVI

di felice magnani

Sono ormai lontani i tempi in cui il sistema educativo godeva di una sua identità istituzionale, lo si poteva riconoscere, apprezzare o eventualmente criticare, ma sempre in un ambito in cui i principi fondativi erano riconoscibili e accessibili. Oggi non è più così, spesso le ideologie si sono messe in mezzo e hanno determinato comportamenti e modelli personalizzati, più adatti al pensiero corrente che a una visione laica e comunitaria dei principi e dei valori su cui costruire l’armonia educativa di un paese, di una città o di una nazione. La scuola si è posizionata su questo fronte in modo non sempre omogeneo anzi, in molti casi l’omogeneità è stata vista come una forma di autoritarismo o di totalitarismo del pensiero educativo. Ricordo che un educatore metteva le gambe distese su una sedia e i piedi incrociati mentre parlava a un pubblico di educatori, se ne vantava, a un’ interpellanza rispose che l’educazione è soprattutto libertà e che il suo atteggiamento era secondario rispetto ad altri molto più rilevanti. Ha continuato nel suo atteggiamento con un’aria arrogante, perché per lui e per la sua ideologia di base era giusto così. Per molto tempo, sul terreno educativo, si sono affrontati e spesso scontrati pensieri, strategie e punti di vista letteralmente opposti e spesso in conflitto tra loro, ragion per cui nell’applicazione pratica chi subiva era la classe, costretta a posizionarsi con modalità diverse a seconda del tipo di insegnante e di strategia educativa. La diversità è una ricchezza, un patrimonio molto importante, ma quando offre l’opportunità di contemperare pensieri e modelli, di unire strategie e opportunità,  non quando genera antagonismi o visioni radicalmente in conflitto. La nota sul registro, ad esempio, può essere la soluzione a un comportamento scorretto, ma non è detto che questa presa di posizione sia assoluta, debba valere per tutti, si può benissimo intervenire anche senza scrivere, cercando di arrivare a una presa di coscienza dell’inadempienza, passando attraverso una serie di ragionamenti, senza peraltro dover per forza di cose improvvisare una punizione. L’importante è che la sintonia sorga sul problema in corso e sulla necessità di prendere posizione. Ci sono paesi e città che dedicano moltissimo del loro tempo e del loro denaro alla creazione di un sistema educativo onnicomprensivo che aiuti le comunità a convergere sulla necessità di essere unite nella lotta contro la maleducazione comune, quella che frena lo spirito e la bellezza di una crescita. Il problema è che l’educazione la si percepisce subito, non c’è bisogno di ciceroni che la divulghino o che la facciano conoscere. Il turista che viene in visita la prima cosa che osserva e che percepisce è l’ordine o il disordine naturalmente. L’ordine è ben visibile, lo puoi ricavare da tantissime cose o persone. Quando capita di entrare in una realtà disordinata, dove ciascuno fa quello che vuole in barba alle regole e alle leggi ti viene voglia di cercare luoghi dove la vita si presenta nella sua originale disponibilità umana e sociale. Certo la vita educativa di un paese dipende moltissimo dall’impegno e dalla determinazione, dalla capacità di creare energia, entusiasmo, passione, volontà. Per far amare l’educazione bisogna crederci, bisogna amarla e soprattutto farla amare, perché è l’unico modo perché possa sviluppare quella positività di comportamenti umani che danno il senso dell’energia esistenziale. L’educazione assorbe tutto, è la base sulla quale appoggiare quel sano dinamismo che anima le persone, quella voglia di mettersi in relazione con una realtà sempre più a misura d’uomo, sempre più capace di generare interesse e curiosità. Se la porta d’ingresso di un paese crolla a pezzi, chi entra resta disorientato. Partire dall’educazione non è facile, perché va insegnata. Chi ha il compito di insegnare l’educazione sono la famiglia, la scuola, lo stato, le associazioni e tutti coloro che dell’avventura esistenziale sono le protagoniste, cioè le persone. L’educazione non solo va insegnata, ma va creata sul campo, bisogna trovare sempre il modo e l’occasione di farla vivere, guai infatti lasciare che si spenga. Capita spesso di vedere che principi e valori importanti vengano lasciati in balìa della noncuranza, eppure se ben incanalati potrebbero cambiare il mondo. In molti casi si è perso il senso di quello che si fa, della sua importanza, si fanno le cose tanto per farle, non si ha coscienza del valore, non ci si preoccupa di dare un senso preciso al proprio lavoro e al tempo libero, anche perché non c’è quasi più nessuno disposto a sporcarsi le mani, perché quello dell’educatore è un lavoro che impatta direttamente con quel mondo che non vuole sentir parlare di rispetto, regola, osservanza, perché preferisce il libero arbitrio. In un sistema privo di regole sembra che tutto sia più facile, perché ognuno fa quello che vuole, ma il problema è che così facendo si arriva inesorabilmente ad esacerbati antagonismi e a varie forme di violenza. Forse vale la pena ripensare a cosa sia davvero importante per una comunità. Forse conviene rivedere con calma i nostri comportamenti, metterli in discussione, scavare e ricercare, per vedere se siamo ancora in grado di essere attenti ed entusiasti alfieri di una Costituzione che, per la sua bellezza, merita il massimo della comprensione e della dedizione da parte di tutti.

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