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EDUCAZIONE, SCUOLA E FAMIGLIA

 

di Felice Magnani

Si può interpretare la scuola in diversi modi, a seconda del tipo di insegnante, della sua personalità, della sua cultura, del modo con cui interagisce con gli studenti. Non esiste un modello unico, perché alla base c’è sempre una componente umana che non è mai uguale a un’altra. Nella mia lunga esperienza scolastica, vissuta prima come studente e poi come docente, ho avuto modo di essere al centro del sistema scuola con tutti i suoi pro e i suoi contro. Ho collaborato con studenti, professori, presidi, sindacalisti, genitori, sindaci e con dirigenti. E’ stata un’ esperienza irripetibile, dalla quale ho ricevuto moltissimo e alla quale ho dato moltissimo. Non ho rimpianti, anche se avrei potuto dare ancora molto, ma in molti casi la vita non è quella che ti aspetti, gli sgambetti arrivano all’improvviso e senza preavviso, per cui ti vedi costretto a prendere decisioni che possono far male, ma inevitabili. Come studente ho potuto osservare e riflettere sui comportamenti dei docenti, sul loro modo di essere e di agire, ritagliandomi un’esperienza personale di prim’ordine, che mi sarebbe stata molto utile dopo, quando la scelta sarebbe caduta sulla professione di docente. Non sono mai stato un secchione e neppure uno studente modello, ero semplicemente uno studente che viveva la sua dimensione con alterne fortune. Per me la scuola erano i compagni, non tutti, qualche insegnante dotato di squisite doti umane e qualche materia che riusciva a mobilitare il mio livello emotivo, stimolando la mia fantasia, l’empatia, la capacità di entrare nella parte o nel personaggio. Vivevo a trecentosessanta gradi le emozioni. Non temevo la disciplina, perché ero abituato. Avevo una famiglia meravigliosa, molto attenta al rispetto delle regole. Mio padre in particolare mi aveva fatto capire che il rispetto era la base di tutto, della vita individuale e di quella collettiva. Se mi capitava di essere ripreso da qualcuno non prendeva mai le mie difese, stava sempre dalla parte della ragione. Per lui i figli erano persone e come tali dovevano vivere in modo indipendente e corretto la loro vita. Se avessi preso un ceffone da qualcuno non sarei di certo andato a casa a piangere, avrei cercato di medicare la ferita da solo o con l’aiuto di qualche amico fidato. Ho avuto ottimi maestre e maestri che hanno lasciato il segno. Alle medie inferiori ho avuto un bravissimo insegnante di lettere che sapeva far amare i poeti  e la scuola con una squisita dolcezza, mentre altri docenti erano completamente privi della dimensione empatica, ci lasciavano spesso in uno stato di pericolosa confusione mentale. L’insegnante di lingua francese era terribile, non sorrideva mai, ci faceva fare i compiti in classe senza preavviso e in tempi ristrettissimi. Il suo sguardo era tagliente e pungente, il suo comportamento inspiegabilmente aggressivo. Alle superiori ho conosciuto l’esercizio di un’autorità fine a se stessa, tesa a dimostrare che il debole è sempre perdente, anche quando ce la mette tutta per dimostrare il contrario.  Sentivi quell’insegnante nemica, attentatrice della  tua voglia di comprensione e di umanità. C’era comunque un minimo denominatore comune che teneva insieme tutti: la disciplina. Sgarrare significava pagare un prezzo e quindi nessuno era così fesso da cercarsi rogne inutili. L’educazione civica aveva un ruolo fondamentale, dalla condotta dipendeva tutto il resto. Bastava un sette per andare a settembre con tutte le materie e rovinarsi l’estate. La scuola e la famiglia erano un corpo unico, anche se ciascuno nel proprio ordine indipendente e sovrano. Le responsabilità bisognava assumersele fino in fondo. L’educazione cominciava in famiglia e faceva sentire il suo effetto benefico all’esterno. Siamo stati educati a rispettare gli adulti, le persone più grandi di noi, quelle del tutto simili ai nostri genitori. I nostri genitori ci avevano abituato a essere educati, per cui all’interno della società si respirava un clima coeso, convergente, non basato su una falsa e ipocrita confidenza, ma sul principio che l’età fosse un bene prezioso da rispettare, da conservare e da proteggere. Davamo del lei alle persone più grandi,era un atto formale di indubbio valore. Dare del lei significava riconoscere una differenza, riflettere, sviluppare una forma di rapporto civile e corretto con il prossimo, gettare le basi di una conoscenza più attenta e approfondita, pensare all’altro come persona da rispettare e da conoscere. Si poteva dare del tu solo ai coetanei, ai compagni di scuola e a quelli di gioco. Oggi i tempi sono cambiati, perché spesso la scuola ci ha abituato a una confidenza che in molti casi determina risvolti assolutamente negativi nei rapporti interpersonali, creando varie forme di commistione e di confusione. I nostri vecchi affermavano che la confidenza faceva perdere la riverenza. Non lo dicevano per caso, ma a ragion veduta, per averlo sperimentato sul campo. La cosa più triste di questo mondo è vedere e ascoltare ragazzini che si rivolgono ad adulti dando del tu, è come legittimare la morte di un sano rapporto interpersonale, l’annullamento di una condizione che ha ragioni storiche profonde nel cuore e nella storia stessa delle persone. I nostri superiori ci hanno insegnato che la storia di ognuno è un racconto a sé, qualcosa di importante e unico, di fronte al quale non abbiamo alcun diritto di prenderci quello che non ci spetta. Un eccesso di confidenza ha portato a incalcolabili disastri generazionali. Il calo del rispetto societario è partito proprio da rapporti sbagliati, dettati in parte da varie forme di paura, da assurde strategie compensatorie. Ho conosciuto insegnanti che si facevano dare del tu per farsi amici i ragazzini, fermo restando che alla fine ne diventavano vittime, perché il tu portava inevitabilmente allo svilimento del ruolo, con tutte le conseguenze del caso. Oggi, arrivati al culmine della caduta dei rapporti interpersonali, il mondo si è appiattito, è stato privato dell’autorità positiva e così ognuno fa quello che vuole. I minorenni trattano gli adulti come se fossero compagni di gioco, fratelli e sorelle, senza porsi il problema di chi siano veramente, di come siano arrivati a essere adulti, quale cammino abbiano dovuto percorrere per crescere nel corpo e nello spirito, nella coscienza civica e in quella morale. Non vedono nell’altro un’occasione importante di conoscenza e di approfondimento, non ne percepiscono la dimensione spirituale legata alla sfera dei valori e dei sentimenti, ne colgono solo l’immagine, quella negativa propinata dalla parte più spettacolare della nostra società. E’ così che in molti casi l’adulto, l’anziano e il vecchio diventano individui superati, da appoggiare un po’ qua un po’ là giusto per toglierseli dai piedi. Con il passare del tempo abbiamo desituato la capacità di comunicare, di raccontare, di dimostrare la forza e la bellezza di un incontro. Forse è tempo di convincersi che i giovani hanno bisogno di un mondo adulto in cui credere, da apprezzare, hanno bisogno di sapere che si possono fidare, che c’è chi opera con coscienza per lasciare loro un’eredità di valori positivi da vivere. La gioventù è stata imbottita di comportamenti inadeguati, in molti casi è stata in balia del nulla, anche là dove avrebbe dovuto trovare accoglienza e protezione. Le abbiamo fatto credere che bastasse darsi del tu per essere amici e in realtà abbiamo creato le basi per una drammatica dissoluzione di ruoli e competenze. Oggi in molti casi  ci stupiamo di fronte a comportamenti oltraggiosi, offensivi, a un disagio che avanza e che spazza via ogni forma di rispetto umano. I problemi di oggi sono soprattutto di natura educativa, basta percorrere in lungo e in largo di giorno e di notte le nostre città e i nostri paesi per rendercene conto. Siamo al punto in cui non possiamo neppure contare sulla famiglia, diventata critica nei confronti di ogni forma di indirizzo educativo comunitario e la scuola, in molti casi, percorre strategie educative che non sempre collimano con le attese societarie. Siamo al punto in cui non esiste una volontà collaborativa e quel che più fa male è che è stato minimizzato il ruolo dell’autorità. Oggi esistono tante pseudo autorità che non trovano più riscontro sul campo, perché si sono delegittimate a vicenda. La storia dei diritti e dei doveri, ad esempio, è diventata un éscamotage per agire all’interno di una libertà senza confini, dove diventa difficile stabilire il limite tra il lecito e l’illecito, il giusto e l’ingiusto, ciò che si può e ciò che non si può fare. Mancano punti fermi, uguali per tutti, capaci di rimettere ordine dove regna il disordine. Credo che occorra ripensare con molta serietà alla famiglia, a quella famiglia che abbiamo amato da ragazzi, perché ci faceva sentire il profumo della dedizione, dell’amore paterno e materno, anche quando era accompagnato da tuoni e fulmini primaverili. La famiglia è sempre stata l’approdo sicuro, il punto fermo della crescita, il punto di partenza e il punto di arrivo. Nella famiglia ci siamo formati, abbiamo imparato a vivere la legalità, la condivisione, l’amore e la sofferenza, dalla famiglia abbiamo ricevuto il dono della comprensione e della dolcezza. La scuola era un prolungamento, un rafforzamento umano di notevole spessore, anche quando sbagliava il bersaglio e colpiva le parti basse. Oggi ci troviamo di fronte a un bivio, o riprendere in mano il bandolo della matassa o avviarci definitivamente verso una china molto pericolosa. Il mondo, in particolare quello giovanile, ha bisogno di punti fermi, di un sano decisionismo, dobbiamo metterlo nella condizione di vedere chiaro, di capire che la fortuna o la sfortuna dipende da noi e che bisogna imparare ad assumersi le proprie responsabilità, sempre, fino in fondo, senza delegare nessuno, senza scaricare su altri le nostre incapacità. La famiglia non deve solo proteggere, deve imparare a mettere i propri figli nella condizione di pensare al presente e al futuro, fornendo valori  chiari e certi su cui appoggiare le alterne vicende della vita. 

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