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DOMANDE E RISPOSTE

di felice magnani

Come si diventa grandi?

La vita è un grande mistero, affascinante e bellissimo. Avere la presunzione di entrare in questo mistero è assurdo, nessuno infatti, per quanto bravo, intelligente, intraprendente e acculturato, ha mai avuto la capacità umana di svelarlo, di poter dire con certezza dove cominci e dove finisca. C’è chi ha tentato di dare delle risposte, a volte scientifiche, a volte teologiche, a volte razionali, emotive, ma senza prove reali, nessuno è mai tornato per sfatare il mistero: nessuno. Il mondo religioso ha elaborato teorie sulla base anche di documenti scritti. Il cristianesimo ha creato una svolta importante, mettendo al centro della curiosità umana la parola del figlio di Dio,  a cui il Padre ha affidato il delicatissimo compito di vivere, morire e risorgere, per dimostrare che la fede può restituire fiducia e perseveranza nella ricerca di una verità che superi i confini del mistero stesso. Fuori dalla condizione teologica è molto difficile disegnare un quadro sufficientemente credibile, capace di far mettere il cuore in pace. Il cuore, nel frattempo, continua a pulsare. Pulsa sapendo e non sapendo, cosciente che il male è l’origine di tutte le disgrazie del mondo. Si diventa grandi passando attraverso il mistero della vita, lasciando al tempo lo spazio necessario di uno sguardo sull’emozione di esserci, di poter vedere, contemplare, vivere, godere, osservare. Si guarda con la speranza di poter godere a lungo, ma anche con la consapevolezza che siamo investiti di una grandissima responsabilità che richiede di essere gestita. Si diventa grandi costruendo in pienezza nel tempo che ci è stato assegnato, cercando di non buttare al vento le occasioni della vita. Non è facile dare un senso compiuto al bene che abbiamo ricevuto, ma abbiamo il compito di impegnarci, non fosse altro per una questione di riconoscenza nei confronti di Chi ci ha dato la possibilità di aprire gli occhi sul mondo e di conoscerlo. Come facciamo noi umani a stabilire esattamente dove stia di casa la verità? Come facciamo a decodificare il mosaico nel quale occupiamo il nostro unicum? Per fortuna c’è lei, la fede, a sostenere la nostra voglia di bene, il nostro desiderio di essere migliori, a darci la forza di superare una condizione  umana assolutamente bella, ma difficile da coordinare e soprattutto non facile da vivere. Anche la fede chiede di essere capita, interpretata e vissuta, ha bisogno di persone che la vivano convinti che credere possa davvero aiutare, possa rendere meno opprimente una condizione, alimentando il diritto a una speranza che vada oltre il freddo materialismo della natura umana. 

 

Ci sono momenti in cui il pessimismo supera l’ottimismo?

Nella vita di ognuno ci sono momenti difficili, momenti in cui l’ identità è messa a dura prova, ma è proprio nel momento della verità che s’impara a conoscere se stessi, i propri limiti, l’incapacità di essere quello che si vorrebbe essere. Forse per la prima volta si comprende la bellezza di  quello che si porta dentro, fragilità compresa. Il pessimismo e l’ottimismo sono facce della stessa medaglia, modi di essere di fronte al mondo, stati che generano pensiero, conoscenza, cultura, passione, fatica, impegno, lavoro. Non esiste un pessimismo che non generi ottimismo, non esiste negazione assoluta, passività assoluta, esistono modi diversi di affrontare i problemi, di fornire risposte, stati d’animo alternativi, capacità individuali di elaborare e rielaborare. La vita è grande anche per questo, perché si lascia cogliere nelle sue contraddizioni, nelle sue bellezze e nei suoi drammi, nelle sue gioie e nelle sue sofferenze. Siamo parte di un tutto che si armonizza a volte con difficoltà e che tende inesorabilmente a una convergenza. Siamo alla ricerca di una compattezza che difficilmente incontriamo, vorremmo infatti che tutto filasse via liscio, che non ci fosse il male, che gli uomini vivessero in pace, vorremmo incontrare il benessere, vorremmo insomma che la nostra vita fosse la più lineare possibile, all’insegna di sorrisi e gratificazioni, ma siamo spesso costretti a rimettere in equilibrio un eccesso di presunzione, certi che occorra lottare per vivere con dignità il nostro tempo. E’ nell’inadeguatezza che incontriamo la nostra forza, quella che consente di riemergere ogni volta, salutando con gioia una rinascita. Non c’è mai nulla di scontato. C’è sempre qualcosa da fare per ricostruire un ordine. Il pessimismo è una forma di schiavitù fisica e morale che impedisce di incontrare quella parte che aiuta a capire il senso vero e profondo della vita. L’ottimismo è utile a noi, ma anche alle persone che osservano, sperando di trovare conforto nell’esempio che hanno di fronte. Quando il pessimismo supera l’ottimismo c’è il rischio di una caduta dalla quale diventa difficile rialzarsi senza dover pagare uno scotto. A chi tocca mediare? La cultura fornisce gli strumenti umani, quelli che se ben usati aprono le porte di una conoscenza che cambia radicalmente il senso della vita, ma le vie possono anche essere altre, come la fede ad esempio, la certezza di poter contare su qualcosa che non possiamo toccare con mano, ma che alimenta quella inalterata dialettica dell’amore che si fa sentire con più forza proprio quando la presunzione del benessere crede di aver conquistato il mondo.

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