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RIPRENDIAMOCI IL PENSIERO

di felice magnani

Riprendersi il pensiero è accorgersi di essere vivi, di poter disporre di una ricchezza che ritenevamo smarrita, è mettersi di nuovo alla prova, con la certezza che non si consuma nulla e che tutto può tornare utile ed essere trasformato, soprattutto quando un progresso sconsiderato vorrebbe occupare il campo, sottraendo quel sano desiderio d’investigazione che portiamo dentro. Nel pensiero c’è la nostra voglia di essere, di fare, di creare, di costruire, c’è insomma tutta quella meravigliosa attrezzatura che consente a ogni essere umano di poter essere anche altro, di essere testimone attivo di una collaborazione che chiama a raccolta tutte le forze in campo. Pensare è adottare un sistema che consenta di capire più a fondo quel mondo che ci ruota attorno con frenetico assillo, esigendo risposte immediate. Chi pensa arriva più facilmente a una sintesi, ascolta più facilmente la voce dell’anima, quella del cuore, quella che si apre a un dialogo vivo e attivo senza disperdere nulla del patrimonio affettivo che ciascuno porta dentro di sé. Il pensiero va guidato, orientato, ha bisogno anche lui di una sistemica manutenzione, di una ragione e di uno spirito che si facciano sentire, che si alimentino di conoscenza e di rivelazione, ha bisogno di ancorarsi alla realtà e di studiarla per poterla servire. Il pensatore non vive nel nulla, non è staccato dalla realtà, ma la ricerca con determinazione, osserva e programma, visita e si anima, assorbe per assimilare ed elaborare. Di solito il pensatore è donatore di nuova conoscenza, persona dotata di uno spirito critico che non è mai negazione, ma slancio profetico. Non è come una certa filosofia popolare vorrebbe addurre, uno che vive su un altro pianeta, è uno che il pianeta lo conosce molto bene in tutte le sue forme e in tutte le sue bellezze e proprio per questo lo studia, lo ricerca, lo protegge, lo propone, lo vive con l’intenzione di custodirlo nella sua straordinaria unicità. Riprendersi il pensiero significa non lasciarsi trascinare, avere uno sguardo acceso sul mondo, soprattutto su quello che si propone come trainante, costringendo la coscienza a non rinchiudersi, a sollecitare l’aspirazione democratica alla libertà. Una libertà pensata evita la sopraffazione, stimola l’investigazione, agisce nel pieno rispetto del codice costituzionale, si allea con tutto ciò che aiuta l’essere umano a diventare sempre un pochino più umano, capace quindi di distribuire con misurata saggezza la propria voglia di identità sociale. Il pensiero è coscienza di essere, apre la strada alla vita interiore, alla capacità di regalare gratificazioni che vanno oltre i confini del materialismo moderno. Il pensiero è autorevole, dinamico, curioso, non si lascia facilmente sottomettere, pondera e giudica, predispone la prassi in cui si definiscono e si consolidano i valori di un’indagine critica. Tesi, antitesi e sintesi, restano punti e spazi in cui si dibatte e si concretizza, lasciando aperte le porte di una conoscenza che tende a formulare risposte, a mettersi in discussione per cercare di arrivare a soluzioni. In una società che in molti casi si lascia dribblare dall’inconcludenza e da una diffusa disabilità investigativa, risulta ancora più importante lasciare che il pensiero s’incunei in ciò che viviamo, ristabilendo una connessione logica tra razionale e spirituale, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, rinvigorendo la necessità di coordinare, per non lasciare nulla al caso. Il pensiero moderno in molti casi si perde, rimane prigioniero della demagogia di chi vorrebbe erigerlo a rappresentante di parte, dimenticandosi forse che la libertà esige di essere autonoma nella sua ricerca di definizione individuale e sociale. Tornare a pensare significa dare una veste logica al proprio modo di essere e di vivere, assumere un metodo di valutazione, mettendo sotto la lente d’ingrandimento i nostri comportamenti, il nostro sistema relazionale e valorizzando l’analisi come momento d’incontro con la realtà, uscendo così dalla superficialità e da un eccesso di autoreferenzialità. Spesso il pensiero  diventa preda della corruzione, si lascia condurre in un eccesso di individualismo e di narcisismo, non riesce più a dimostrare la propria capacità di creare e di innovare, di diventare bene comune. In molti casi la carenza di pensiero genera cementificazione esistenziale e così l’uomo si trova avvinghiato in varie forme di immobilismo, che gli precludono la possibilità di essere veramente libero, là dove diventa assolutamente necessario. Riabilitare la forza emancipativa del pensiero significa ritrovarsi, andare all’origine della felicità umana, della sua voglia di bello e di bene, delle sue relazioni personali e interpersonali, del desiderio di ritrovare quelle voci che in molti casi abbiamo dimenticato e di cui ci siamo illusi di poter fare a meno, prima fra tutte quella dell’anima, accompagnatrice fondamentale della nostra storia.

 

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