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I canti del coro Prealpi: ricordo di don Luigi Colnaghi che strimpella al pianoforte parlando d'arte, di musica, del Sacro Monte e dell'eremo di S.Caterina del Sasso

Ho tra le mani la pubblicazione di don Luigi Colnaghi, dal titolo "I Canti del Coro Prealpi" che don Luigi mi aveva regalato durante uno dei nostri incontri serali per la realizzazione del video su Santa Caterina Del Sasso. Ci incontravamo spesso a casa sua. Leggevo un passaggio del testo e lui, con uno sguardo pronto e convinto, si chinava sul pianoforte e componeva, sottolineando i suoi fraseggi nusicali con occhiate di sereno compiacimento. Amava tantissimo l’eremo di Santa Caterina del Sasso, che si poteva ammirare, in tutta la sua bellezza, su un poster appeso al muro, all’ingresso della sua casa.

Quando gli proposi di scrivere i testi musicali per l’eremo, il suo sguardo s’illuminò, non gli parve vero di poter comporre inediti per quel complesso architettonico che amava di un amore tutto particolare. Amava così tanto quel testo, che lo paragonava a una preghiera. Improvvisava tutto. Era bellissimo vederlo “giocare” con la tastiera alla ricerca della giusta emozione. Sul suo viso rubicondo, leggevo la gioia innocente di un giovane che poteva finalmente esprimere sentimenti coltivati quando dirigeva il suo coro durante la Messa domenicale, nella chiesetta dell’eremo.

Nelle pause parlavamo di tutto, in particolare di monsignor Pigionatti, del Sacro Monte, di Campo dei Fiori, delle Tre Croci. A questo punto canticchiava: “Stan tre croci – là sul monte – che dal vento – son sferzate, - che dal sole – son baciate – e lo sguardo – han verso il cielo...”. Ricordava ad una ad una le sue composizioni, quelle legate alla Valcuvia, alla preghiera a la Madunina dul Brinsc, alla Pierina di Cabiei, alla funivia dul Lac Magiur e così via.

Di monsignor Pigionatti apprezzava il dinamismo creativo, la fede passionale e sincera, l’amore condiviso per la montagna e per le tradizioni prealpine. In privato, don Luigi era un pacato comunicatore di sentimenti profondi, legati alla famiglia, a Cocquio, alla sua chiesa, alla vecchia mamma, alla quale era legato come la radice alla pianta e a quel Dio al quale aveva donato la sua vita terrena.

Amava la pittura, la scultura, gli affreschi, che aveva rinnovato con grande cura e amava il suo coro, allevato con la paterna affabilità di un padre che crede nell’educazione musicale come forma di emancipazione, adatta a esplorare le vie dell’amore cristiano. C’è un passaggio che lascia trasparire il carattere di questo prete mite e sanguigno allo stesso tempo, capace di geniali improvvisazioni o di restauri pensati e meditati nella sua canonica.

Scrive: “A sera, in casa, si cenava verso le otto, per cui, dopo il gioco, potevo dare spazio alla mia fantasia ripopolando il bosco dei personaggi fiabeschi a me più cari, al canto degli uccelli che dall’alto dei castani salutavano gli ultimi raggi del sole e al suono delle campane che, a tratti, dalla valle dell’Adda diffondevano i rintocchi dell’Ave Maria. Erano le campane della mia chiesa, appena dietro la collina, su a San Marcellino; erano quelle del santuario che si dondolavano dolcemente a poche decine di metri dal mio gregge sparso nel bosco dietro l’abside...Mentre il bosco si infittiva rapidamente di ombre, tutti al trotto verso casa, sperando in qualche ritardo dal lavoro di mio padre per la cena, altrimenti, da parte di mia mamma erano guai....Pensate che a trent’anni da quella data sia io mutato? Tranne i suoi capelli bianchi, nemmeno mia madre è cambiata! Ancora brontola quando a notte mi attardo al pianoforte o tra fogli di musica ed ha pure ragione nella misura di tanti anni fa, quando mi soffermavo nel bosco per attendere che tutti i campanili della valle recitassero le loro melodiose Ave Marie”.

In un passaggio sottolinea tutto il suo amore per il piccolo centro di S. Andrea, dove viveva la sua sacerdotale quotidianità: “Qui nel piccolo centro di S. Andrea, ho incontrato un gruppo di persone che mi ha permesso di rivivere queste esperienze e questi sentimenti legati alla musica, alla natura, alla montagna e così, in breve tempo, è sorto il Coro Prealpi, riscoprendo in altri ciò che è gran parte in me stesso. La fantasia, pur fra tante preoccupazioni, ha guadagnato un poco di spazio ed ha potuto esprimere in termini musicali ciò che non posso più dire solo mio, ma ciò che appartiene a tutti noi. Sono così nati non i canti di Don Luigi Colnaghi, ma i Canti del Coro Prealpi di cui mi ritengo, più che direttore, umile strumento espressivo”.

Ogni anno, nella stupenda cornice di Santa Caterina del Sasso Ballaro, padre Roberto Comolli, priore dell’eremo, ricorda Don Luigi, insieme al quel coro che rappresenta il punto di forza della passione cristiana di questo straordinario prete di casa nostra. Rileggo alcuni pensieri autobiografici di questo geniale sacerdote lombardo e ancora oggi provo un’emozione, perché riflettono la sua tempra montanara, quel suo spirito ruvido e dolce allo stesso tempo, quella forza espressiva che incuteva rispetto. Felice Magnani