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Il rosario della Rosa Bicocca e le allegre lavandaie alla Quadronna

di PIERA MALNATI      A Induno l'aveva portata l'amore.

Era arrivata da Sant'ambrogio e precisamente da via Bicocca, quella viuzza stretta senza uscita che, a Varese, appena sotto villa Toeplitz, raggiunge un prato immenso e pianeggiante, di ampio respiro che sembra incredibile essere un angolo della città .

Appena sposata, era andata a vivere in un vicolo del rione Motta, a Induno Olona, nei pressi della chiesa di santa Caterina, in una vecchia casa, quella dei suoceri, con un locale sopra l'altro ed una ringhiera sgangherata di legno scuro che lei aveva abbellito con cascate di gerani rosa, rigorosamente rosa come il suo nome.

Fu subito chiamata da tutti la Rosa Bicocca.

Ben presto la conobbero in paese per il suo carattere allegro ed espansivo...

Aveva la battuta pronta, anzi le venivano spontanei certi accenti di comicità, da essere ricercata soprattutto nelle gite fuori porta, organizzate dal prete, occasione per molti che mai si erano allontanati da Induno per scoprire località nuove, quasi sempre sedi di santuari o luoghi di culto.

Allora, oltre ai rosari recitati sul pulmann, con quella cantilena e quel latino maccheronico, di chi parla senza conoscere il significato delle parole pronunciate, il divertimento era assicurato...

A volte le scappava qualche battuta un po' " grassa", ma il Don chiudeva un occhio, anzi un orecchio....e se la rideva sotto i baffi, con quel faccione rubicondo che lo rendeva simpatico al primo sguardo.

Quando veniva organizzato un pellegrinaggio al Sacro Monte, a maggio, il mese della Madonna, lei era sempre in prima fila.

Le serate erano tiepide; nell'aria aromi e profumi si diffondevano sulle ali di una brezza leggera: erano dolci sentori di rosa o di caprifoglio selvatico, di tigli in fiore, gradevoli miscugli che, col respiro, arrivavano fino al cuore.

Da Induno, per i Mulini Grassi, su oltre Fogliaro, fino ad imboccare la via delle Cappelle, la lenta processione per lo più di donne, avanzava, sgranando il rosario.

Quello della Rosa Bicocca era di legno, di legno di ulivo, chiaro.

L'aveva ricevuto in dono, al momento delle nozze, dalle suore di Maria Ausiliatrice, che l'avevano vista alunna indisciplinata, tanti anni prima...

Arrivava dalla terra santa, da Betlemme, le avevano detto... e lei non l'aveva mai abbandonato, neanche quando, sposa, si era trasferita ad Induno.

Lo stringeva nella sua mano sudaticcia e le sembrava di trarne conforto, mentre la sua mente ritornava bambina, con quel feticcio tra le dita che sapeva  di presepe, di mamma, di fichi secchi e mandarini, di Natali lontani.

- Guai a perderlo - era stata la raccomandazione della Superiora, grassa e severa, con quei baffi scuri che le avevano sempre fatto un po' impressione...

Lei, infatti, lo conservava come un oggetto prezioso, appeso normalmente ad un chiodo arrugginito, all'entrata di casa sua e in tasca del suo immancabile grembiulone, quando recitava il rosario.

Era quello un momento in cui non aveva voglia di ridere e scherzare, sembrava un'altra donna in quella veste seria, mentre pregava convinta.

Terminato il pellegrinaggio Mariano, la corona del rosario, dalla tasca del grembiule della Rosa, ritornava al suo posto, penzoloni sul chiodo arrugginito.

Lì dove abitava, a lato della chiesetta, c'erano due scalini su cui era solita sedere, specie nei pomeriggi soleggiati estivi, ad assaporare quell'ombra buona che regalava piacevole frescura, nell'attesa che passasse qualcuno da trattenere per qualche chiacchiera fino a tirar sera.

I suoi suoceri erano morti e suo marito non tornava dal lavoro che a sera tardi.

Non era donna, lei, da stare chiusa nelle quattro mura di casa e, finite le faccende domestiche e preparata la cena, raggiungeva quello che per lei era il salotto dove riposare e rilassarsi: i gradini della Santa Caterina.

Le sue figlie, ma soprattutto il figlio Tobia, avevano un bel dire a cercare di dissuaderla da quella abitutine: non era poi un crimine, si giustificava lei, la strada era anche la sua.

In paese la cercavano tutti perché, pur ridicola e sempre allegra, era di indole bonaria e non cadeva mai nel pettegolezzo gratuito e malevolo.

Infondeva buonumore con le sue storie, in parte vere in parte arricchite dalla sua fervida fantasia, con aneddoti buffi e scanzonati che suscitavano gioiose risate in momenti piuttosto duri per tutti.

Era il dopoguerra.

In quella zona c'era la bottega, forse l'unica a Induno, quella della Maria Zancheta, che vendeva un po' di tutto: sapone e zucchero, candeggina e spazzoloni, vino e gassose, granaglie e salumi.

Lei e le donne del rione avevano preso l'abitudine, prima di raggiungere il lavatoio su, alla Quadronna, di fermarsi a comprar una mezza bottiglietta di vino, di quello buono.

Arrivate al lavatoio, la bottiglia passava di mano in mano tra lo sfregare dei panni sulla pietra grigia, nell'acqua gelida e schiumosa.

Allora sì che le battute uscivano senza freno e le risate fragorose delle lavandaie echeggiavano fino al castello, raggiungendo le orecchie del marchese, che un giorno volle conoscerla, la Rosa Bicocca.

Sua moglie, la marchesa, soffriva di depressione in quel periodo e cosa di meglio sarebbe stato che avere vicino una collaboratrice allegra e ridanciana che le avrebbe fatto allontanare paturnie e malinconie con qualche risata e momenti di piacevole allegria?

L'avrebbero pagata bene e non avrebbe più dovuto andare al lavatoio a farsi rovinare le mani dall'acqua nelle vasche di sasso; non avrebbe più dovuto centellinare quei quattro soldi per arrivare a fine mese  e non avrebbe più dovuto vivere in quella misera stamberga, senza comodità alcuna.

Al castello, al castello del marchese sarebbe stato un altra vita: forse vestiti nuovi e confortevoli, carne e roba buona da accompagnare al pane e un letto con lenzuola di seta..

E poi, al finire dell'estate, a Milano sarebbe andata a vivere.

Queste ed altre ancora erano le prospettive, le promesse ricevute per convincerla ad accettare il nuovo incarico.

Ma lei, Rosa, no, non ne volle sapere.

Chiese del tempo per riflettere, ma poi la sua decisione fu sicura e senza ripensamenti.

Era una donna del rione e lì voleva continuare a vivere.

Erano i gerani rosa, il lavatoio ombroso e le chiacchiere senza fine che la trattenevano e che le sarebbero mancati fino a farla soffrire.

Induno era il suo paese, la Motta il suo rione, la Santa Caterina la sua chiesa e il lavatoio il luogo dei suoi incontri quotidiani.

Per nulla al mondo avrebbe abbandonato quei  punti di riferimento, che da anni e anni ormai avevano accompagnato la sua vita.

Le radici, l 'ambiente e i rapporti creati tra le persone erano troppo importanti per barattarli con un pugno di monete d'oro.

No, marchese, no, grazie, io resto qui.

Passarono gli anni, i figli si sposarono lontano e solo raramente venivano a Induno a far visita alla madre.

Vedova da anni, era rimasta sola, ma benché vecchia e stanca la si vedeva talvolta ancora seduta sui gradini della Santa Caterina.

Silenziosa e senza sorrisi, le labbra piegate in una smorfia lanciava a tratti lo guardo lontano alla ricerca di qualcuno, nella speranza di un ritorno.

- Sono  la Rosa Bicocca - gridava poi  - e questa è casa mia! Sono la Rosa Bicocca....

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