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La vigna di Leonardo da Vinci a Milano... oltre la porta del tempo

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Vigna di Leonardo Milano fotografata negli anni venti da Luca Beltrami

di STEFANIA MAIDA   In corso Magenta 65 a Milano, di fronte alla chiesa di Santa Maria delle Grazie nel cui refettorio Leonardo dipinse L’Ultima Cena, si trova una porta del tempo. Varcarla significa tornare indietro di oltre seicento anni ed entrare nel giardino di casa Atellani, dove è rinata la vigna appartenuta a Leonardo da Vinci. Visitandola è impossibile non immaginare il Maestro camminare tra i filari dopo aver lavorato alla realizzazione del Cenacolo, mentre controlla e cura personalmente le sue piante e raccoglie l’uva. Grazie alla Fondazione Portaluppi, la vigna di Leonardo è l’evento di Expo decentrato in città che sta avendo maggior successo in termini di presenze e d’interesse. I visitatori sono più di cento al giorno, con picchi di cinquecento presenze nei weekend. I motivi sono due: l’interesse che da sempre suscita il nome di Leonardo e il luogo magico nel centro di Milano, a metà tra una fiaba moderna e una leggenda.

Siamo nel 1482 e il duca Ludovico Maria Sforza, detto il Moro, all’epoca coetaneo di Leonardo, chiama il Maestro a Milano. Tra i vari incarichi che gli affida, ce n’è uno in particolare che gli sta molto a cuore, l’affresco dell’Ultima Cena nel refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie che il duca vuole trasformare in un mausoleo della propria casata. Ordina anche ai suoi ingegneri di costruire un nuovo quartiere intorno alla chiesa, nel borgo delle Grazie, per alloggiare gli uomini più fedeli, tra cui lo stesso Leonardo.

Nel 1495, quando l’artista toscano si accinge ad accarezzare con i pennelli il muro del refettorio, il Moro gli regala un podere coltivato a vite tra i due fabbricati noti come case degli Atellani. Leonardo proviene da una famiglia di vignaioli e apprezza il dono. Anche i due edifici dirimpetto alla chiesa delle Grazie sono un regalo del Moro, questa volta al fedele cavaliere Giacometto di Lucia dell’Atella.

La vigna rettangolare si estende su un’area di 8300 metri quadrati. Fino al mese di aprile del millecinquecento, l’autore dei disegni del Codice Atlantico si occupa personalmente di tralci e pampini, ma gli eventi storici incombono, le truppe del re di Francia Luigi XII sconfiggono il Moro che fugge da Milano e Leonardo, un fedelissimo del duca, è costretto a lasciare la città e a rifugiarsi a Mantova. Prima di andarsene ha giusto il tempo di affittare la vigna al padre del suo allievo prediletto, Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì, con cui ha un’affettuosa amicizia.

Purtroppo, la nuova autorità francese mise subito in discussione le ultime donazioni del Moro e nel 1502 confiscò anche la vigna di Leonardo. Nel 1507, Carlo II d’Amboise, luogotenente di Luigi XII, chiese al genio di Vinci di rientrare a Milano per concludere alcune opere che aveva iniziato e l’artista ne approfittò, pur accettando, per lamentare la confisca dei filari che gli furono prontamente restituiti con tanto di scuse e regolare delibera.

Dalla lettera del luogotenente ai Maestri delle Entrate Straordinarie del 20 aprile 1507 si legge: “……dilecti nostri. Tocando il caso de magistro Lionardo fiorentino ve dicemo et commettemo che lo remettiate nel primo stato, come esso era, de la vigna sua inante che la gli fusse tolta per la Camera, et non gli fareti chel ne habia a patire spes pur de un soldo.”

Fino al 1513 Leonardo rimase a Milano, poi si spostò a Roma e poi in Francia, dove morì nel 1519. Nel testamento, redatto ad Amboise un mese prima di esalare l’ultimo respiro, ordinò che la vigna fosse divisa in due lotti uguali da assegnare rispettivamente al Salai e a Giovanni Battista Villani, il fedele servitore che lo aveva seguito in Francia. Nel 1534, un erede Villani cedette il proprio lotto al monastero di San Gerolamo mentre l’altro, alla morte del Salai avvenuta nel 1524, passò in eredità alla famiglia.

Gli Atellani rimasero proprietari dei due edifici limitrofi fino al diciassettesimo secolo, quando le case passarono di mano a vari acquirenti, fino al 1823 con l’acquisto da parte della famiglia Pianca, che diede incarico all'architettoi Asparri di ristrutturarle radicalmente; e solo dopo questi lavori, la casa degli Atellani fece la prima comparsa nelle guide turistiche milanesi.

La vigna di Leonardo cadde nell’oblio fino al 1919, quando l’ingegnere e senatore Ettore Conti acquisì la proprietà per farne la residenza di famiglia affidando al genero, l’architetto Piero Portaluppi, l’incarico di progettare una nuova ristrutturazione. Portaluppi riunì i due edifici riscoprendo affreschi e reperti che si erano accumulati in cinque secoli; e durante i lavori l’architetto Luca Beltrami, massimo storico del periodo milanese di Leonardo, fotografò i pergolati ancora esistenti.

La nuova casa Atellani fu inaugurata nel 1922 e fu ancora Portaluppi a curare i restauri seguiti ai bombardamenti e agli incendi del 1943, che danneggiarono seriamente la vigna nonché la chiesa delle Grazie. Poi fu di nuovo l’oblio. Finchè l’enologo e analista sensoriale Luca Maroni nel 1999 ricostruì le vicende del dono di Ludovico il Moro a Leonardo e identificò l’ultima particella superstite della vigna che era stata inglobata nel giardino di casa Atellani. Grazie all’interesse e all’approvazione di Letizia e Anna Castellini, nipoti di Portaluppi e suoi eredi, l'enologo effettuò un primo sopralluogo nel giardino rilevando il punto esatto dove erano stati piantati i filari.

Maroni ebbe l’intuizione vincente. Se la vigna era stata distrutta da un incendio, fu il suo ragionamento, le radici sottoterra dovevano essere ancora integre e, scavando, c’era la possibilità di trovarle e ricavarne frammenti cellulari per riportarla in vita. Il passo successivo fu coinvolgere le istituzioni cittadine. Letizia Moratti, all’epoca sindaco di Milano, diede il suo appoggio e istituì un tavolo di coordinamento tecnico-scientifico per il recupero del vigneto affidandone la direzione a Luca Maroni e come partner scientifico, al professor Attilio Scienza, docente di viticultura alla facoltà di agraria dell’università degli studi di Milano.

Il professor Scienza, affiancato dal pedologo Rodolfo Minnelli e dalla genetista Serena Imazio, nel 2007 iniziò gli scavi condotti manualmente recuperando residui vegetali interrati, ben conservati, che consentivano di estrarre il Dna delle piante. Nel 2008, dopo l’assegnazione di Expo 2015 a Milano, partì la seconda fase del progetto con la ricerca dei fondi per finanziare l’individuazione del Dna lavorando sui frammenti ritrovati. Non fu subito possibile recuperare le risorse economiche necessarie fino a quando, nel 2013, l’architetto Piero Castellini, a nome degli eredi Castellini, ha garantito i fondi per l’impresa attraverso la fondazione Piero Portaluppi.

Nel 2014, l’Università di Milano ha finalmente identificato il vitigno: si tratta di Malvasia di Candia aromatica e a questo punto restava un ultimo obiettivo scientifico da raggiungere, accertare la specie. Per i bravi tecnici dello staff accademico meneghino non è stato difficile riuscirci: comparando il Dna della vite originaria di Leonardo con quello di vari tipi di Malvasia di Candia prodotti in Italia, la genetista Serena Imazio ha individuato le più rilevanti aderenze genetiche con un clone coltivato dal consorzio di tutela dei vini doc dei colli piacentini.

Individuato il vitigno, non restava che reimpiantarlo nella casa degli Atellani. Così, il 20 marzo 2014, è rinata la vigna di Leonardo, un miracolo della scienza, dell’amore, della memoria e un duplice tributo all’ingegno italiano. Da cui si evince che l'autore della Gioconda, a tempo perso, coltivava Malvasia dei colli piacentini. Alla faccia dei grandi cru di Toscana. Nelle foto, dall'alto in basso: una veduta attuale della storica vigna, l'esterno del palazzo in corso Magenta a Milano e l'immagine del vigneto scattata negli anni venti da Luca Beltrami.

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