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IL VALORE DEL CATECHISMO

di felice magnani

Di preti ne ho incontrati parecchi. Mi hanno insegnato tante cose, hanno ampliato il mio osservatorio, mettendomi in contatto con valori e sentimenti che conoscevo, a volte non nella giusta profondità. Il primo era un santo. Lo ricordo come se fosse ora, si chiamava don Rino. Alto, magro, figura ieratica, viso scavato ma dolce, un colorito bianco, una voce sottile, attenta, sempre pronta a porgere una parola confortevole. Lo ricordo benissimo, perché quel… don Rino, don Rino…, era un ritornello frequente, un suono amico, una presenza importante. Era molto buono, pacato, aveva modi di fare eleganti, non l’ho mai visto arrabbiato, tutti gli volevano bene. Piuttosto giovane, si è ammalato, è stato per un certo periodo di tempo in una casa di cura, poi ha ripreso, ma le sue condizioni di salute non gli hanno permesso un recupero stabile. Quando se n’è andato abbiamo sofferto tutti, grandi e piccoli, perché era molto amato proprio per quella sua aria leggera, fresca e pura, che animava il cuore e la mente dei parrocchiani di fine spiritualità. A don Rino è succeduto don Elio, un prete giovane, con il quale ho stabilito fin dall’inizio un ottimo rapporto. Per qualsiasi cosa lui c’era e questo per noi giovani era fondamentale, ma aveva forse un difetto, quello di considerare e reprimere i peccati secondo una tradizione ancorata a un formalismo ferreo. Tutto doveva rientrare nel quadro di quel catechismo che avevamo imparato a memoria, non ci poteva essere spazio per considerazioni o punti di vista, dura lex sed lex. La vita della parrocchia non era assolutamente facile. A <Porta Galera> bisognava saperci fare, avere uno sguardo lungo, capace di osservare e di insegnare, di dimostrare sul campo che il catechismo non è solo belle parole, ma soprattutto azione che conquista il cuore passando attraverso l’applicazione pratica del Vangelo. Don Elio ha resistito per un po’ e poi ha dovuto lasciare. La sua partenza era nell’aria, si poteva intuire, purtroppo non aveva una salute di ferro. Il parroco? Non l’ho quasi mai visto. Era in pianta stabile nella sua magione, seduto alla scrivania tra libri e fogli. Accanto alla casa aveva un bel pezzo di terra ben coltivato. Noi ragazzi avevamo due stanzette anguste, in una c’erano due calciobalilla e l’altra la si utilizzava per gl’ incontri. Dopo anni è arrivato un bel tavolo da ping pong, troppo grande per quelle stanzette. Giocavamo, ma con i gomiti sfioravamo il muro, bisognava prendere le misure e stare attenti. Il parroco non si è mai preoccupato dei nostri spazi, lui era impegnato in ben altro. Il nostro oratorio, quello vero, lo abbiamo vissuto nei campi di periferia, dove andavamo a giocare in bicicletta e sulle salite appenniniche, dove le sfide tra ragazzi erano all’ordine del giorno. Nella sfortuna, a causa della mancanza di spazi, abbiamo avuto però la fortuna di avere accanto un prete già molto maturo, che organizzava la nostra vita fuori dai quattro muri, abbiamo così imparato che non sono solo le strutture a stabilire la qualità di un sistema educativo, ma chi collabora con te per fartelo amare anche lontano da casa. Ho frequentato il doposcuola dei padri gesuiti, tre anni di esperienze fondamentali, vissute all’insegna dell’educazione, dello sport, della cultura e della disciplina, delle vacanze in montagna, anni in cui ho avuto modo di incontrare padri che hanno lasciato un segno. Padre Francesco Bersini era il mio superiore, un superiore attento, composto, fine, elegante, capace di educare senza scomporsi, pronto anche a farti capire l’importanza del rispetto e della coerenza, buono, ma solerte nell’applicazione delle regole e delle norme di buona condotta, molto ferrato nella cultura teologica e filosofica. Padre Claudio Perani, un gesuita capace di attrarre e di costruire, molto attento ai problemi dei giovani, entusiasta e solidale, allegro e predisposto alle attività ludiche, molto deciso, gran camminatore, tenace tifoso atalantino, la squadra della sua Bergamo. Ricordo il campionato di calcio vinto con l’Atalanta sul campetto in cemento di via Melchiorre Gioia, una medaglia d’oro che non riuscii mai a prendere, perché non fui presente alla premiazione per cause di forza maggiore. Con loro mi sono predisposto allo sport, in interminabili partite di calcio e di pallavolo. La mia stima per loro mi ha portato a partire da Lavagna in bicicletta, a quasi settant’anni, per andare a ritrovare quei posti in cui abbiamo trascorso vacanze bellissime. Roncolongo, santo Stefano d’Aveto, Allegrezze, Maggiorasca, Groppo Rosso, lago delle Lame, tutti luoghi in cui ho imparato a divertirmi e a difendermi dal bullismo dei più grandi. Don Pietro Prati, per noi ragazzi, è stato un punto fermo, uno che aveva capito tutto della vita e che vedeva dove altri non vedevano, creando attenzione ed entusiasmo, era uno a cui stava a cuore l’associazionismo, lo stare insieme, il condividere, ma il tutto era parte di un piano in cui la libertà personale veniva fuori in modo responsabile e la dovevi gestire. I muri erano quelli che erano, ma il pensiero di don Pietro li animava e il nostro cuore e la nostra mente si allargavano oltre i perimetri e i confini, quel prete dalla forza incredibile ci insegnava che il mondo non era solo quello delle due stanzette e una cucina, ma quello che ci attendeva fuori. Una vita molto varia e molto ricca quella di don Pietro. E’ stato cappellano della Divisione Valdarda, la prima a entrare nella mia città liberata, fondatore dell’ONARMO, un gruppo di assistenti sociali che operava nelle fabbriche, a stretto contatto di gomito con il mondo del lavoro. Molto conosciuto dal mondo imprenditoriale e da quello operaio, aveva capito che la chiesa aveva una grande missione da compiere, aiutare le persone a qualsiasi ceto o categoria sociale appartenessero, a trovare la loro strada. Sui giovani aveva investito tantissimo, ne aveva <allevati> parecchi che lo amavano moltissimo. Per i giovani don Pietro era una papà o un fratello, sicuramente uno che la sapeva lunga e che li avrebbe aiutati a diventare uomini e donne di forte spessore umano, morale, culturale e religioso. Ti accorgevi sempre un attimo dopo che era bravissimo a farti vivere il Vangelo senza soffiartelo sul collo. Era apparentemente invisibile, ma nulla di quello che succedeva gli era estraneo. Era un sacerdote che aveva inventato il <filtro educativo>, quella relazione in cui i più grandi diventano gli educatori dei più piccoli, prendendoseli a carico. Dentro questa bellissima storia ci sentivamo stimolati e protetti, amati e orientati. Sfidare i grandi in interminabili partite di pallone o in camminate sulle dorsali appenniniche era bellissimo, ci riempiva di adrenalina, ci faceva sentire più grandi, più responsabili e amavamo alla follia tutte le cose nuove e belle che facevamo. Don Pietro Prati era un gran costruttore di anime e soprattutto di cittadini consapevoli di esserlo. Con lui imparavi la dolcezza e la fermezza del dovere, la imparavi senza soffrire, con l’idea che la sfida era la strada giusta per far emergere la tua personalità. Era fratello del comandante Prati, il mitico della Divisione Valdarda, la prima a entrare in Piacenza, liberandola dal nazifascismo. Di questo non ha mai accennato, era infatti molto schivo, di poche parole ma di molti fatti, condiva tutto con un sorriso benevolo e con una naturalissima predisposizione al fare, al dare, all’essere presente senza voler apparire, eppure lo conoscevano tutti e con tutti, importanti o no, intratteneva rapporti molto sinceri e molto cordiali. Con lui sono stato al mare, insieme sulla spiaggia, era lo zio. <Ricordati di chiamarmi zio>, mi diceva sorridendo. Doveva fare i bagni, era una consegna sanitaria, così ho avuto la possibilità di conoscere suo nipote Andrea, che oggi è un medico affermato e molto conosciuto nella mia ex città. Sono stati momenti bellissimi, vissuti insieme nel Convento della chiesa di sant’Antonio dei frati francescani di Chiavari, ho conosciuto l’aspetto umano di un prete straordinario. Don Pietro mi ha fatto respirare la bellezza senza impormela, me l’ha fatta scoprire strada facendo e nelle circostanze più impensate e ancora oggi il suo ricordo mi appare nitido, pulito, carico di riflessioni positive sulle quali continuo a costruire la mia vita. Quando ho iniziato la mia carriera di educatore agli Ospizi civili della città ho avuto un direttore molto in gamba, don Pietro Da Crema. Don Pietro mi ha aperto le porte dell’educazione giovanile. E’ stato un anno stupendo, fatto di conquiste bellissime, in cui ho avuto la possibilità di vivere e assaporare il valore della carità cristiana e quello della condivisione ma non solo, ho capito il valore dell’amicizia. L’amicizia con don Pietro è stata fantastica nella prima parte. Ricordo che una volta a casa mia, davanti ai miei genitori uscì con un’espressione che mi lasciò interdetto: “Per avere un educatore come Felice bisogna farlo fare dal falegname”. Sì, gli ho voluto veramente bene e ho creduto molto nel suo modo intelligente di condurre il collegio, di aprire e chiudere quando era necessario, con la giusta fermezza. Un anno importante per la mia crescita educativa, un anno di esperienze in cui ho avuto la possibilità di capire il significato della donazione, dello stare insieme con la necessità e il bisogno, ma anche un anno di amicizie con i ragazzi, di condivisioni sportive, di indimenticabili partite a pallone, di cavalcate al maneggio, di partite di tennis da tavolo, a calcioballilla, di sante Messe in Duomo, di lunghe camminate e passeggiate in macchina nella provincia, a caccia di momenti spensierati. Con i ragazzi dell’ex collegio Torricella ho vissuto attimi di grande intensità educativa, ho imparato a conoscere più a fondo i problemi e le loro necessità, ho capito l’importanza di dare senza l’assillo di dover ricevere. Un’esperienza determinante per la mia vita futura, quella di docente delle scuole medie. Un altro prete che è stato molto importante per la mia vita futura, che si lega a mia moglie e a Varese è stato don Gabriele Zancani, mio collega di religione alla VI° scuola media di Piacenza. Un prete fine, molto impegnato, amico dei giovani e degli scout, molto attento e sempre pronto a esserti vicino. E’ grazie a lui se sono approdato al convitto De Filippi di Varese e se ho potuto conoscere monsignor Tarcisio Pigionatti, il monsignore che mi ha sposato e di cui conservo un prezioso ricordo. Don Gabriele attraversava un momento particolare, doveva assentarsi spesso, aveva bisogno di qualcuno che lo sostituisse, un collega sicuro, capace di tenere la disciplina, di farsi rispettare. Io gli prestavo spesso il mio tempo libero, lo facevo con gioia, perché capivo che aveva bisogno. In quel momento ero il pilastro di quella scuola, godevo della stima di tutti, risolvevo molti problemi che altri non riuscivano a risolvere e credo che don Gabriele si fidasse di quel collega che ci sapeva fare. Un giorno gli parlo del mio prossimo matrimonio, della volontà di trasferirmi a Cittiglio in provincia di Varese. E’ felice per me, mi ascolta con molta attenzione come sempre e poi mi sussurra che ne parlerà in Curia a don Vittorio Pastore, allora segretario personale del vescovo di Piacenza, monsignor Manfredini. Nel giro di pochi giorni mi conferma un incontro con don Vittorio. E’ l’inizio del mio nuovo cammino in terra varesina. Il corpulento segretario varesino telefona in mia presenza a monsignore e gli dice della mia venuta a Varese. Dopo pochi giorni sono al cospetto di Monsignor Tarcisio Pigionatti, il prete forse più conosciuto della mia nuova città. Mi accoglie a braccia aperte, mi parla del vescovo, mi chiede come sta, insomma inizia una bellissima amicizia che si concluderà con la celebrazione del mio matrimonio a Gemonio. Don Gabriele è felice, sa di essere stato un apripista importante, è stato davvero grande, ha messo il primo sigillo sulla mia nuova esperienza. Di lì a poco sarebbe diventato parroco della basilica di sant’Antonino, l’antico duomo della città. Don Gabriele lo porto nel cuore, perché devo a lui se ho scoperto in anticipo l’operosità della gente con cui avrei dovuto collaborare. Non l’ho mai dimenticato, ho seguito da lontano la sua operosità, il suo essere sempre vicino al mondo dell’educazione e un giorno sono andato a trovarlo con mia moglie. E’ stato un grande e anche ora che non c’è più, lo ritengo la chiave di volta della mia vita. Don Luigi Fornari, il mio vecchio parroco, ha accompagnato il distacco dalla parrocchia nella quale ho vissuto per trent’anni. Un prete solidale, fine, molto preparato, aperto. Con lui ho imparato a respirare di nuovo un clima di entusiasmo religioso, di attenzione al catechismo e alla partecipazione. Grazie a lui sono entrato a far parte della san Vincenzo, la fondazione che si occupava economicamente e moralmente delle famiglie bisognose della parrocchia. Sono stati momenti stupendi, vissuti con uomini e donne che si donavano senza risparmio e che mi hanno insegnato ad aprire gli occhi sui problemi delle famiglie, sulla necessità di donare. Ricordo benissimo le raccomandazioni di don Luigi, quando con animo fermo e accorato mi presentava tutte le difficoltà di una nuova vita lontano dalla città che mi aveva visto nascere e crescere. Oggi lo ringrazio, perché mi ha costretto a riflettere e a prendere atto che nella vita l’amore è vero amore quando ti presenta il conto e ti costringe a fare delle scelte importanti. Nella mia esperienza varesina, ricca fin da subito di incontri e conoscenze di ogni ordine e grado, il faro guida è stato don Tarcisio, prete straordinario, capace di intrattenere rapporti con chiunque. Un prete soldato, cappellano militare, molto italiano, rispettoso dei doveri e della disciplina, un rettore a trecentosessanta gradi, capace di affascinare, di coinvolgere, di distribuire la propria intelligenza sussurrandola, con dolcezza o con fermezza, ma sempre con quella affabilità che te lo rende amico, capace di farti amare la famiglia, la patria e le persone tutte senza distinzione di sesso, di colore, di appartenenza sociale, dotato di quel pizzico di follia cristiana che ti induce a riflettere su chi sei, sulla bellezza di pregare la Madonna sempre in ogni momento, mettendola davanti a tutto nella tua vita. Monsignore, un prete amabile e scomodo, capace di privarsi di tutto pur di strappare un sorriso, bravo a coinvolgere il mondo dei ricchi sulle necessità dei poveri. Prima di sposarmi sono stato quattro mesi al suo servizio, mi sono preparato al matrimonio, fissato per il 14 di settembre del 1978. Stare con lui mi ha fatto sentire importante, mi ha aiutato a conoscere un pochino di più quella grande anima varesina, fatta di impasti speciali, in cui convergono respiri di laghi, di fiumi, torrenti e di montagna, un respiro intimo molto intenso, fatto di grandi aperture sociali, di innovazione, di un mondo del lavoro che domina l’interesse pratico della gente. Monsignore era un po’ tutto questo, imprenditore di anime, ma anche sollecitatore di iniziative benefiche, di natura educativa, sociale, imprenditoriale. Un prete molto attento alla scuola, capace di attrarre giovani provenienti da paesi africani e sudamericani, in grado di indirizzare le risorse umane verso attività pratiche capaci di far cambiare un pochino di più le sorti del mondo. Ho vissuto quattro mesi condividendo lo stesso piano con gli studenti africani e con i quali ho condiviso emozioni, sentimenti, stati d’animo e attese. Di alcuni sono diventato amico, abbiamo pranzato e cenato insieme, abbiamo parlato a lungo delle speranze del mondo senza mai stancarci, in fondo eravamo degli accolti, gente che era arrivata in un porto di quiete da cui partire per nuove avventure. Giorni bellissimi, fatti di speranze, di attese e di certezze, giorni in cui ho imparato a sognare, a conoscere, ad amare e a soffrire, perché nell’amore c’è sempre una parte che sfugge, con la quale devi fare i conti. A Cittiglio di preti ne ho visti passare parecchi, uno in particolare mi ha colpito, don Giovanni Meroni, un giovane prete comasco arrivato in periferia per rilanciare. Un prete in gamba, pieno di iniziative, con una gran voglia di fare, di proporre, di creare, un carattere forte, sanguigno, capace di grandi slanci e di affrontare i problemi di petto, senza peli sulla lingua, il tipo del pane al pane e vino al vino, ma molto attento a non dimenticare mai un compleanno, una parola di auguri, di stima e di affetto. Un prete che ho avuto come collega a scuola, con il quale ho condiviso lunghe chiacchierate sull’arte di educare. Da lui ho imparato ad amare Gesù con più energia, senza preoccuparmi troppo dello stile. Tutti i preti, anche quelli che ritengo meno fondamentali per la mia vita, mi hanno lasciato qualcosa di importante, soprattutto sul piano educativo, in particolare la percezione che sulla vita cristiana bisogna lavorarci molto e senza spaventarsi, perché ogni conquista è frutto di un cammino lungo, a volte faticoso, spesso incomprensibile, capace di stupire e di sorprendere, di deludere e di entusiasmare. Ho capito che ogni giorno da cristiano è una conquista e che non c’è nulla di scontato, bisogna saper camminare a testa alta anche quando sembra che il mondo ci cada addosso, bisogna avere sempre la forza di rialzarsi e di ringraziare Dio per essere parte attiva di quell’allegra masnada di esseri umani che compone le schiere terrene. C’è una cosa che ho imparato strada facendo, che i dogmi sono una cosa, ma la vita di tutti i giorni è un’altra. Non basta essere amici o far parte di un gruppo per aspirare alla vita eterna, occorre essere umili, quasi in silenzio, muoversi dove il terreno riserva sempre una dose di humus , dove nessuno può corrompere quello che ci è stato donato con tanta generosità e con tanto amore, coltivando sempre tutto con coerenza e pazienza, senza mai dimenticare le cose belle e significative che ci sono state donate. 

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