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SE I GIOVANI VANNO ALL’ESTERO, C’E’ QUALCOSA CHE NON VA?

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di felice magnani

Da un po’ di anni a questa parte i nostri giovani, il futuro del nostro paese, se ne vanno all’estero in cerca di lavoro. Se ne vanno dopo avercela messa tutta per restare, per trovare un posto di lavoro nella loro nazione, quella nazione di cui spesso si riempiono la bocca politici abituati a pensare più a se stessi che al paese e al suo futuro. Ma perché giovani bravi, pieni di voglia di fare, ben attrezzati sul piano competitivo, guardano altrove? Perché la nostra vera ricchezza è costretta a migrare in Europa, invece di consegnare la sua energica potenzialità al paese d’ origine? Eppure il paese ha bisogno di loro, ha un estremo bisogno di materia viva, dotata di quel pizzico di fantasia capace di ricordare anche agli smemorati che l’Italia è il paese delle eccellenze, dell’artigianato, dei primati, dell’eleganza imprenditoriale, di una cultura che molti stati europei vorrebbero avere. L’Italia è il paese del turismo, di un’agricoltura fiorente, dell’arte, della poesia e della scultura, è il paese della musica e dell’architettura, è il paese che sa far nascere fiori anche in zone desertiche, è una meta molto ambita, al punto che il mondo se la sta comprando pezzo dopo pezzo, dopo che le sue eccellenze sono state sbattute sul mercato, come se si trattasse di roba vecchia di cui disfarsi. I giovani hanno il dono della preveggenza, hanno lo spirito e la fantasia che è tipica dei giovani e di nessun altro, percepiscono tutto del mondo che li circonda, soprattutto le negligenze di chi non sa fornire risposte e continua imperterrito a pensare a se stesso e al suo tornaconto. E’ in questa chiusura generazionale che i muri crescono a dismisura, è in una cecità strisciante che i giovani si perdono, non trovando chi dia loro lo spazio e la voglia di confermare un’italianità innata. Sì, i giovani si sentono fortemente italiani, figli di un paese che ha saputo sempre rispondere, punto per punto, alla potente prevaricazione della storia, restituendole ogni volta il giusto valore della libertà, della democrazia, della piacevole fermezza di sentirsi parte integrante di un destino comune. I nostri giovani hanno il valore dell’appartenenza dignitosamente composto nel loro dna e lo conservano anche quando, con le lacrime agli occhi, vedono l’intemperanza e la negligenza e sono costretti a frequentare le stazioni e gli aeroporti per continuare a credere che loro sono il futuro non solo dell’Italia, ma del mondo. Quando il paese si ricorderà di nuovo di loro? E’ necessario morire bruciati all’ultimo piano di un grattacielo inglese per affermare quanto sia difficile costruire una vita a misura d’uomo? In molti se lo domandano e in molti continuano a sperare che quel mondo che un tempo era amato e rispettato per la sua saggezza e la sua cultura faccia in modo che le giovani generazioni possano prendere in mano il timone di una nave che fa acqua da tutte le parti. Più lasciamo i giovani ai margini, più pensiamo a noi stessi e al nostro egoismo e più la nave va a picco. C’è bisogno di aria nuova, di uno spirito nuovo, di una volontà nuova, c’è un grandissimo bisogno dell’entusiasmo di chi vuole cambiare il mondo per dimostrare che la gioventù non è una malattia, ma una straordinaria risorsa per rinnovare un tessuto sociale ampiamente compromesso da anni e anni di dittatura della protervia e dell’egoismo di gente che ha pensato solo a se stessa.