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PAROLE SANTE, MA POCO USATE

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di felice magnani

Le parole contano, eccome se contano. Ce ne sono alcune che sono passate di moda, ma chi ha una certa età le ha sentite pronunciare spesso e le ricorda con grande rispetto e con un pizzico di nostalgia. Quando eri seduto sull’autobus e vedevi salire una persona anziana ti preoccupavi immediatamente e la prima mossa era: “Prego, si segga”. Di solito ti guardavano con un sorriso e con uno sguardo affettuoso. Non respingevano mai la proposta, l’accettavano. In quel momento capivi di aver compiuto un’azione che trasmetteva benessere. Se ti capitava di muoverti e di urtare qualcuno, ti giravi immediatamente per scusarti. “Scusi, non ho fatto apposta” e tutto si ricomponeva. Poteva capitare di vedere un anziano in difficoltà, mentre tentava di attraversare la strada. Ti avvicinavi e gli sussurravi: “Posso aiutarla?”. Il vecchietto ne era ben felice. Si sentiva rassicurato. Se poi dovevi passare davanti a qualcuno chiedevi sommessamente permesso: “Scusi, posso passare?”. La vita era fatta di parole affettuose, che trasmettevano un senso di benessere. Ci si sentiva considerati e così si cercava di restituire il rispetto in tutte le forme possibili. C’era sempre un’attenzione particolare nei confronti del prossimo. Ci si poneva il problema: “Sarà contento?”, “Farò bene?”. C’era dunque una naturalissima propensione all’altro, alla persona che ti stava di fronte, forse perché eravamo stati educati a questo. I genitori di una volta non viaggiavano in mercedes, non avevano la villa, non erano deputati o senatori, ma avevano ereditato una fortissima vocazione educativa, che cercavano di trasmettere ai propri figli e alle persone che incontravano. L’educazione familiare trovava dei supporti notevolissimi all’esterno, nella società in generale, nei singoli cittadini, nelle associazioni, nell’educazione religiosa che, nella maggior parte dei casi, era anche educazione alla vita. La vecchia società contadina teneva moltissimo al rispetto. I genitori tenevano in casa i vecchi e nei loro confronti c’era una sorta di adorazione. I figli crescevano bene perché erano seguiti, potevano contare sulla saggezza dei nonni e sulla concretezza di genitori abituati a lavorare giorno e notte senza risparmio di energie, ma con gli occhi sempre molto ben aperti e attenti alla famiglia e ai suoi bisogni. I figli obbedivano, difficilmente rifiutavano un ordine o non lo eseguivano. Il detto: “L’unione fa la forza” aveva una sua compattezza morale. A una povertà di natura economica corrispondeva una solida ricchezza etica che ti faceva sentire al centro del mondo, anche quando il mondo era piccolo, privo di quegli svaghi che spesso sognavi nelle ore notturne. Le famiglie di una volta erano molto unite, anche quando avevano i loro problemi e dovevano fare di tutto per risolverli. Il padre faceva il padre, la madre faceva la madre e i figli davano una mano quando erano liberi dagl’impegni della scuola, l’impressione era quella di un’azienda felice, coesa, capace di sviluppare varie forme d’integrazione. Eppure la vita era difficile, bisognava alzarsi presto al mattino, inforcare la bicicletta e fare chilometri e chilometri per raggiungere il posto di lavoro. Per avere il pane fresco dovevi macinare un sacco di strada e così per andare a scuola, insomma ogni cosa aveva il sapore di una conquista sudata e per questo amata in modo particolare. In campagna per poter bere bisognava andare al pozzo con il secchio e al ritorno bisognava stare molto attenti a non farla uscire. Quando incontravi una persona più grande le davi del lei o del voi, mai del tu. Dare del tu era un’imperdonabile mancanza di rispetto. Nessuno si sarebbe permesso di mancare di rispetto a un adulto o di urlare sotto le finestre degli altri e soprattutto non si dicevano parolacce. Famiglie semplici, ma quanta educazione! Quanta attenzione! Quanta capacità di trasmettere valori solidi! Dopo i disastri della guerra le persone volevano costruire una società a misura d’uomo e tutti si sentivano parte in causa. Lavorare con determinazione era l’imperativo categorico. I lavori dei campi non avevano orari, ma anche quelli delle fabbriche non scherzavano, in molti casi non c’erano limiti alla Provvidenza. A distanza di anni, invece di migliorare, stiamo sprofondando in un abisso. Ci sono intere città che diventano ostaggio della delinquenza minorile, città dove diventa difficile uscire e tornare a casa, città dove il male regna sovrano e dove diventa sempre più difficile rimettere le cose a posto. L’intelligenza ha prodotto nuove forme e modelli di creatività, ma ci siamo dimenticati di allenare il cuore dell’uomo, di ampliare la bellezza della vita interiore, ci siamo dedicati all’economia e alla finanza, ma abbiamo perso per strada il rispetto e l’onestà, ci siamo dimenticati che senza sicurezza non si va da nessuna parte e la democrazia rischia di diventare il regno dell’anarchia. Forse c’è qualcosa che non va nella famiglia, nella scuola, nello stato, nella società civile, ci siamo abituati a giocare col fuoco, a sottovalutare la forza costruttiva dell’educazione, ci siamo abbandonati a una libertà che non ha più nulla di nobile e di costituzionalmente valido. Tornare indietro o andare avanti? Ogni stagione della storia ha i suoi problemi, ma una società civile deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio, di fare un esame di coscienza e di prendere le decisioni necessarie per invertire la rotta. Riflettere onestamente sul futuro della condizione umana è l’unica via praticabile per restituire un senso e un valore a una presenza che, col passare del tempo, rischia di distruggere tutto ciò che di bene la società post bellica ha tentato di fare, a costo di grandissimi sacrifici.