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JOHN KENNEDY, IL PRESIDENTE CHE PIACEVA AI GIOVANI

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di felice magnani

Tra i personaggi che hanno attraversato il nostro panorama storico all’inizio degli anni sessanta, John Kennedy ha avuto un ruolo importante. Ci siamo trovati di fronte un presidente giovane, sportivo, moderno, con un sorriso capace di spaccare anche le convenzioni più radicate. Abbiamo accolto la sua elezione come quella dell’amico della porta accanto, con cui avresti potuto giocare a tennis. Dopo le immagini un po’ stilizzate di un vecchio generale della guerra appena conclusa, come Dwigt Eisenhower, quelle di John ci facevano sentire più grandi, era come se quel personaggio, con quel suo modo di fare agile, scanzonato e sportivo, fosse un giovane con cui condividere idee e problemi. Forse per la prima volta, anche se un po’ inconsciamente, abbiamo pensato alla politica, fuori dagli schemi tradizionali cui eravamo abituati. Grazie all’aspetto provocatoriamente positivo di John, l’eco della fratellanza con il popolo americano arrivava in tutta la sua genuina freschezza. Eravamo affascinati da quello che diceva e per come lo diceva, per quel suo piglio giovane, correlato a un sorriso accattivante, pieno di simpatia e di gioia di vivere. Il suo essere democratico e cattolico insieme, ce lo faceva sentire ancora più vicino. Ammiravamo quella grande famiglia che appariva spesso sui giornali, dominata dalla figura di un elegantissimo padre irlandese. Eravamo affascinati dalle corse a piedi nudi sulle spiagge americane, da quel suo modo disincantato di parlare alle folle, soprattutto ai giovani, con i quali intratteneva rapporti di grande e appassionata solidarietà e condivisione. Era il presidente che ci aspettavamo, che sapeva capire, che voleva un mondo sganciato dai vecchi schemi, capace di rispondere alle aspirazioni di una gioventù irrequieta. Ci piaceva vederlo in compagnia di Robert, l’amatissimo fratellone ministro della Giustizia, stimato in modo particolare, il fratello/amico di cui fidarsi sempre. Siamo stati accanto a John nei momenti belli e drammatici della sua storia, caratterizzati dalla crisi di Berlino, dalla conquista della luna, siamo stati spettatori inquieti durante l’incursione nella Baia dei Porci, con il cuore in gola durante la crisi di Cuba. Lo abbiamo idealmente accompagnato nelle  lotte per i diritti civili degli afroamericani. Ci colpivano la sua attenzione per i poveri, per i disoccupati, le sue leggi a favore dell’istruzione e la determinazione con cui si attivava contro la discriminazione. Ci piacevano in modo particolare quel suo modo di porsi, la sua fermezza decisionale, il suo amore e l’ attenzione per la cultura. Con lui abbiamo iniziato a capire qualcosa di più delle difficoltà di una democrazia. Ci siamo appassionati a un modo diverso di stare dentro la pelle del mondo. Quelli di Kennedy sono stati anni di speranze, di sogni e di delusioni, finiti tragicamente nella cittadina di Dallas, nel Texas, il 22 novembre del 1963, quando il giovane presidente venne colpito a morte mentre salutava la folla su una macchina scoperta, accanto alla moglie Jaqueline. E’ stato un pomeriggio tragico, che ci ha fatto capire, forse per la prima volta, quanto fosse difficile governare. A distanza di anni il suo ricordo è ancora molto vivo e si lega in modo particolare al tema del superamento degli odi razziali che, da sempre, inquinano la vita dell’umanità.