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OLTRE LA SIEPE, L’INFINITO

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di felice magnani

L’infinito aiuta a definire meglio il finito, a togliere quella patina d’ inamovibilità, ancorata spesso alle frustrazioni materiali. Quando si parla di infinito non si può non pensare a Giacomo Leopardi e al suo senso musicale, alla sua straordinaria capacità di creare la dimensione speculativa della poesia, restituendole quella patente d’identità che la fa sembrare molto più vera, ancorata alla condizione umana e alle sue difficoltà. L’’infinito leopardiano crea la dimensione religiosa dell’infinito, costringe l’animo umano a una seppur breve, ma intensa ricerca introspettiva, superando il rischio di diventare limite oltre il quale diventa difficile immaginare una vita che non ambisca a una visione meno materiale dell’esistenza. Leopardi accoglie l’infinito e vi depone la sua inquietudine, lasciandosi immergere e accettandone i benefici. Si tratta di un infinito religiosamente umano, che rigenera l’animo, restituendogli quel senso del nulla che gode dell’accettabilità del poeta. Pensare all’infinito è come ritrovare una dimensione nuova dell’esistenza, dove tutto si ricompone senza arrecare danno, senza distogliere lo sguardo da un’accurata analisi di sé e del mondo. Per Leopardi l’infinito non è condizione permanente, ma temporanea, sorta di dinamismo che riconsegna almeno una tranquillità seppur virtuale, a fronte di un pessimismo che disorienta l’umanissimo desiderio di libertà del poeta. Nella contraddizione tra sentimento e ragione, tra giovinezza e adulta conflittualità del sapere, il pensiero del poeta di Recanati rischia di perdere la sua forza dinamica, diventando schiavo di una subalternità legata a una condizione che mina alla radice la volontà morale. Da sempre l’uomo cerca di stabilire un rapporto con l’infinito, quella parte di mondo che si ritrae misteriosa davanti agli occhi increduli della condizione umana. La carenza d’infinito genera esubero di finito, è come se l’uomo consumasse le sue forze nella ricerca di un incontro/scontro con quella realtà di cui nono riesce a circoscrivere i confini, le forme, la consistenza, la sapienza. In molti casi si affida alla bellezza, in altri alla fede, in altri ancora a una sorta di imperscrutabile coscienza di cui diventa parte in causa quasi senza accorgersene. Anche nella nostra società l’uomo naviga alla ricerca di un infinto che si possa leggere e quantificare, ma nella maggior parte dei casi non lo percepisce o ne avverte solo una non ben definita dimensione cosmica, non riesce a creare quel contatto di equilibrio e di armonia che lo incoraggi a conoscere qualcosa di più della sua condizione. L’incultura del materialismo moderno confonde le idee, amplifica le conquiste della tecnologia e della scienza, propone scenari, suscita alterazioni e incomprensioni, non permette all’animo umano di entrare pacatamente nella dimensione spirituale dell’infinito, quella che riapre l’interesse e la curiosità all’affacciarsi di meditazioni e riflessioni sui grandi interrogativi, sulla vita e sui suoi scopi, le sue finalità, le sue metamorfosi, i suoi mutamenti, le sue aspirazioni e le sue inquietudini. La tecnologia accelera i tempi, ma abbandona l’idea di concedere lo spazio a una presa di coscienza che converta l’inquietudine esistenziale in un moto propositivo, capace di spingere l’umanità verso una decodificazione più chiara e diretta di quell’armonia che governa la perfezione del mondo.