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RENATO AGLIATA: CONOSCERSI, CREDERE CON FORZA IN QUELLO CHE SI FA, AMARE LA MUSICA E INSEGNARLA CON TUTTA LA DEDIZIONE POSSIBILE

Direttore di Banda, insegnante di Trombone e di Euphonium, concertista, il giovane musicista cittigliese è un esempio di passione e di professionalità 

a cura di felice magnani

 

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Renato Agliata

 

Renato Agliata nasce a Cittiglio nel 1980. Dal 2006 al 2011 segue i corsi annuali tenuti da Fabrizio Tallachini presso il CFM di Barasso. Nel 2014/15/16 frequenta il corso di direzione di banda tenuto da Lorenzo della Fonte e Denis Salvini presso il Conservatorio “G.Cantelli” di Novara. Nel 2016 è allievo effettivo della master tenuta da R. Johnson, D. Galyen e D. Salvini con la University of Northern Iowa Synphony (USA). Segue regolarmente corsi tenuti da L. Della Fonte e D. Salvini e partecipa a masterclass tenute da Douglas Bostock, Robert Sheldon, Andrea Loss, Jacob De Haan. Dal 2008 è direttore del Corpo Musicale “Giovanni Colombo” di Sesto Calende (VA), dal 2010 della Filarmonica di Roveredo Grigioni (CH). Tra il 2011 e il 2015 è stato direttore ospite della Kon. Fanfare Eendracht Eksel (B); dal 2017 collabora come vice direttore con la Filarmonica Pregassona Città di Lugano; nel 2018 è stato direttore ospite dell’Orchestra di Fiati di Vallecamonica. Consegue il diploma di Trombone nel 2005 presso il Conservatorio “L. Marenzio” di Brescia – Darfo B.T. sotto la guida di Massimiliano Stocco. Negli anni successivi studia con Athos Castellan, Giuseppe Mendola, Gianluca Gagliardi, Vincent Lepape, Andrea Bandini, Andrea Conti, Devid Ceste. Dal 2007 è 1° trombone dell’Orchestra di Fiati della Valtellina. Dal 2011 affianca al Trombone lo studio dell’Euphonium. Ha collaborato come strumentista, tra le altre, con la Civica Orchestra di Fiati di Milano, l’Orchestra di Fiati Vallecamonica, la Civica Filarmonica di Lugano. E’ docente presso il Corpo Musicale “G. Colombo” di Sesto Calende, la Filarmonica Alto Malcantone (CH), la Filarmonica Medio Verdeggio (CH), la Filarmonica Cuviese e il Liceo Musicale “A. Manzoni” di Varese, il CFM di Barasso.

Nella musica ci sono segni che solo chi è predestinato può cogliere, ma non basta riconoscerli, bisogna farli uscire allo scoperto, coltivarli, crederci, ascoltarne il sussurro e la melodia, lasciare che facciano breccia in quell’interiorità dalla quale prendono corpo e si confermano. Renato Agliata è innamorato della musica fin da quando, ascoltando le note della Banda del suo paese, cominciava a capirne e a definirne l’importanza, con quella determinazione tipica di chi si rende conto di essere, forse, un predestinato. Una vita, la sua, condotta nell’ascensionale bellezza di suoni e strumenti, vissuti e diretti con la passione di chi crede nella forza educativa della musica, nella sua capacità di sollecitare, affinare, attrarre, formare, creare le giuste condizioni per un’esistenza più armoniosamente composta e culturalmente ricca. Renato è il giovane direttore di banda, tenace, pignolo, attento, cosciente del cammino che ha percorso e che dovrà ancora percorrere, sempre alla ricerca di conferme e confronti, acceso cultore della forza persuasiva e inclusiva della musica bandistica, dei suoi legami profondi con la storia dei paesi, delle città, delle persone e del costume, della sua capacità di riunire, armonizzare e comporre. Spirito riflessivo e per certi aspetti profetico, accetta fin dalla prima giovinezza l’idea di un legame profondo con quelle note che fanno breccia nel suo pensiero quotidiano, stimolando le sue emozioni, i suoi sentimenti, la sua voglia di formarsi e di trasmettere ad altri la convinzione che la musica possa essere davvero la via giusta per rimettere in campo umori e passioni lasciati in disparte da una società distratta da varie forme di qualunquismo e di relativismo. E’ in questa direzione che Renato lascia fluire in abbondanza la sua fede e la sua passione, è nella certezza di aver scelto la strada giusta che inizia un intenso cammino d’impegno professionale, dove nulla è lasciato al caso e dove tutto risponde all’etica di un approfondimento, senza limiti di tempo.

L'INTERVISTA

Renato, da dove è cominciato tutto?

Non c’è una data precisa, c’è piuttosto uno stimolo che si fa sentire ascoltando la banda suonare. E’ successo mentre passava proprio qui, davanti a casa: un’immagine, un ascolto e un’emozione che non mi hanno mai più lasciato. Verso i vent’anni ho focalizzato e rafforzato il senso di quella folgorazione, l’ho elaborato, ho lasciato che quell’impulso prendesse corpo, rivelasse la sua anima e mi conducesse proprio là, dove la vocazione incontra la sua conferma. A volte capita di iniziare un percorso con la convinzione di essere nel giusto, ma di comprendere quasi subito che le risposte a quello che chiedi siano già dentro di te, ti stiano aspettando, attendano che tu dia loro la possibilità di uscire allo scoperto per realizzarsi. Ciò non toglie che gli anni universitari frequentati e i dieci esami sostenuti siano stati un fondamentale momento di maturazione umana, culturale e intellettuale, utile a comprendere meglio il senso vero e profondo della mia vocazione. Approdare al Conservatorio era nel mio dna, ma dovevo fare ancora qualche passo decisivo per rendere più chiara e leggibile la mia scelta. Ho anche scoperto, strada facendo, che non mi dispiaceva insegnare, anche se all’inizio nutrivo qualche dubbio. Mi sentivo attratto dalla direzione, dall’idea di poter dirigere una banda, di aprirmi totalmente al richiamo della musica. Dopo il diploma di Trombone è uscita allo scoperto la mia vera passione, la ragione della mia vita. La direzione di banda è stata infatti la chiave di volta, mi ha consentito di realizzare un sogno, compiutamente. Ci sono traguardi che richiedono una dedizione assoluta, un impegno articolato e costante, una complementarietà di studio, competenza e preparazione per poter sperare di raggiungere l’obiettivo a cui si è dedicata la propria missione.

Come nasce la scelta del trombone?

E’ arrivata per caso, ho scoperto strada facendo che mi piaceva e ho iniziato a studiare, mi sono applicato con una certa determinazione e non mi sono più fermato. 

Direttore, insegnante, concertista, come riesci ad armonizzare questi momenti?

A seconda del ruolo professionale che occupo posso avere o ricevere sensazioni diverse. Suonare in un gruppo è vivere la materia del tuo repertorio, curare nei minimi particolari l’aspetto esecutivo, condividere la coralità di un’esecuzione, trovare la giusta armonia del gruppo. In molti casi la diversità è solo il punto di partenza, ma alla fine tutto si ricompone in quella che noi definiamo armonia musicale, la capacità di coinvolgere, di unire e di captare l’attenzione del pubblico. Nei diversi ambiti della mia professione la musica resta il filo conduttore, la materia che alimenta e produce la leggerezza o la complessità di un brano, anche se le modalità, le tecniche e le strategie possono mutare a seconda di come si evolve la relazione. Non dimentichiamo infatti che i rapporti, anche quando sono strettamente correlati a una partitura, risentono di una predisposizione umana e caratteriale. I rapporti tra direttore e banda, tra docente e discente, tra esecutore e maestro sono sì confermati dallo studio e dalla preparazione, ma risentono del clima che si riesce a creare, di come si armonizzano gli umori, le difficoltà e le fatiche che anche un impegno come il nostro, comporta. Ci sono dei momenti in cui, come direttore, mi sento addosso la pelle d’oca, sono quelli che danno l’esatta misura del lavoro che hai fatto con il gruppo, l’armonia che hai saputo creare, quel clima che amplifica e potenzia l’espressività musicale, la fa sentire ancora più viva, più sentita, più carica di risvolti umani. Far crescere un gruppo, fare in modo che quello che hai contribuito a costruire negli anni abbia un ricambio, sono soddisfazioni. La banda non è solo un’eccellente lezione di musica, ma rappresentazione solidale di competenze che, insieme, danno l’immagine del gruppo. Se la musica è il filo conduttore, il flusso caratteriale ne caratterizza e ne definisce l’insieme.

Parliamo del ruolo della banda

E’ un’associazione che opera in un determinato ambito territoriale; nasce in un paese e svolge la sua attività prevalentemente in quel paese o tutt’al più nelle vicinanze. Ha diverse funzioni. La prima, al suo interno, è quella di fare musica. Chi entra nella banda ha come scopo primario quello di fare musica e di farla bene. La banda è una scuola, quello che tu fai individualmente lo dai al gruppo e a tua volta lo ricevi, in questo modo migliori la tua capacità individuale ed entri in una dimensione storicamente più ampia e definita, dove la musica stessa diventa espressione di coralità d’impegno e di competenze che si rafforzano con lo studio e la volontà. Ogni scuola che si rispetti ha, infatti, delle regole precise che devono essere scrupolosamente osservate da tutti, per ottenere buoni risultati. La banda è il luogo in cui l’individualità diventa altruismo, si trasforma e si dà, per rafforzare la coesione del gruppo. La condivisione è un grande momento di crescita educativa, in cui le abilità dei singoli s’incontrano e si armonizzano per potenziare il risultato. E’ un po’ come la vita di un paese, che ha bisogno del concorso di tutti i cittadini, per migliorare. In banda ci si può anche divertire, ma rispettando un ordine, con disciplina. Se, ad esempio, non accetto delle regole, non ascolto gli altri o non accetto che mi vengano fatte delle osservazioni a fin di bene, se quando devo partecipare a un servizio non sto allineato o non mi presento con la divisa in ordine, non offro una buona immagine del gruppo di cui faccio parte. La banda ha anche una sua precisa configurazione estetica, che appartiene alla storia dell’ordine in generale, ha un suo modo di essere e di presentarsi, una certa eleganza di movimento, una compostezza, la somma di tutto è una bella lezione di comportamento. Vissuta in questa ottica, può diventare stimolo di natura sociale, esempio di come un certo modo di essere e di agire possa migliorare l’aspetto comportamentale di una comunità. Il divertimento arriva quando ricevo qualcosa di più, quando sono felice di quello che faccio, per come lo faccio e soprattutto quando il pubblico apprezza e sottolinea l’esibizione, con vigorosi applausi.

Quando scopri che ti trovi bene nel gruppo?

Con il passare del tempo. Il vantaggio è che la musica unisce, fa andare d’accordo, ripiana e rilancia le peculiarità caratteriali di ognuno. Sono soddisfatto quando suono un repertorio che mi piace o che è bello in sé o che viene fatto bene. Il direttore ha una funzione straordinaria, difficile e pericolosa. Per questo deve avere una formazione solida alle spalle che, purtroppo, non sempre viene considerata importante; deve conoscere molto bene il repertorio al di là di quello che la banda suonerà e soprattutto deve essere in grado di valutare se quel repertorio che verrà individuato sarà veramente adatto al gruppo e al pubblico che lo ascolterà. Ci sono domande a cui occorre dare risposte concrete, come per esempio: “Cosa è meglio fare per l’ambiente in cui suono?”. “Quelle partiture vanno bene per il tipo di concerto che devo fare?”. “Vanno bene per far crescere il gruppo? “. “Possono essere di stimolo?”. “Vanno bene per quel tipo di pubblico?”. Avere in anticipo delle certezze è difficile, forse lo capisci solo dopo che hai fatto il concerto. Il pubblico tende generalmente ad apprezzare le cose che già conosce, ma sono quelle che non conosce che lo formano, questo mi ha insegnato l’esperienza che vivo sia come suonatore sia come direttore. Se a chi ascolta dai sempre le cose che ha già sentito mille volte, si stufa e poi non verrà più, perché il pubblico è più esigente di quanto si possa immaginare, sa apprezzare le novità e anche quelle cose che noi, a volte, riteniamo essere delle stranezze, in molti casi sono proprio quelle che incontrano l’interesse del pubblico. Vale davvero sorprendere la parte inconscia, quella di cui non si conoscono le reazioni e che può determinare il successo di un concerto. E’ partendo da queste realtà che ti rendi conto della forza e della bellezza del tuo lavoro, che deve essere preparato alla perfezione, ma che può anche sorprenderti e sorprendere, dimostrando quanto la musica sia capace di entrare nell’animo umano e di scuoterlo, facendo uscire quelle emozioni inconsce, lasciate spesso in balia della superficialità e della noncuranza.

Renato, cosa deve capire il gruppo?

Che cosa vuole essere in sé. La banda ha una funzione delineata all’interno del paese, che di base è sia civile sia religiosa, ci sono infatti servizi per le feste nazionali di cui non si può fare a meno e servizi per le parrocchie, come le processioni. Per fare un esempio, a Sesto Calende, il primo maggio, andiamo al Centro Anziani, il 2 giugno in Municipio, in estate, invece, ci sono delle processioni che si svolgono nelle frazioni e alle quali partecipiamo, in dicembre i concerti di Natale, poi ci sono delle iniziative in più che il gruppo può fare. Si possono fare concerti, andare in trasferta, scegliendo il luogo e il tempo dove esibirsi, invitare gruppi, molto dipende dalle capacità, dalle risorse e dalla volontà che muove il piano realizzativo della banda.

Quale posto occupa la banda nella nostra società?

Un posto fondamentale per ragioni di carattere culturale, storico, educativo, sociale, artistico, è importante soprattutto perché muove una molteplicità di emozioni, valori, sentimenti che sono strettamente legati alla vita di relazione delle persone. Favorisce infatti l’educazione all’ascolto, la disciplina, la capacità di stare in gruppo, di convivere con le persone, è l’unico ambiente associativo che mette insieme tutte le età. Puoi andare in banda a undici, dodici, tredici anni e suonare con persone di ottant’anni, in questo modo ciascuno dei componenti si arricchisce non solo di esperienza musicale, ma soprattutto, di vita. Succede spesso, infatti, che la vita di gruppo favorisca un preziosissimo scambio di esperienze, di punti di vista, temi e problematiche sociali, anche per questo la banda è un formidabile contenitore educativo e formativo, dove i componenti imparano a rinunciare a dosi eccessive di egoismo e dove l’idea di essere unione prende piede, fino alla piena consapevolezza dell’importanza di essere squadra, di lavorare per la forza del gruppo.

Come vivi questo trasporto oggi e cosa ti aspetti dal futuro?

Credo sia importante non accontentarsi di quello che si è già imparato. Affinare, migliorare, approfondire, aggiornarsi continuamente sono obiettivi con i quali è necessario convivere se si vogliono ottenere dei risultati. All’inizio pensi di spaccare il mondo, sgomiti per farti strada, con risultati più o meno buoni e più vai avanti, più ti accorgi che devi approfondire, affinare la tecnica del gesto, la conoscenza dell’armonia e quella dell’analisi, occorre sempre migliorare, arricchire la propria cultura con materie che non hai ancora studiato e che aprono nuovi orizzonti di conoscenza musicale. Il mio prossimo obiettivo è l’ammissione al triennio di Strumentazione per Banda in Conservatorio, mi ci vorranno almeno tre anni per preparare l’ammissione ai corsi accademici e almeno altri cinque per concludere il percorso, otto anni in tutto. Ci vogliono pazienza, determinazione e soprattutto la convinzione che solo in questo modo si potranno ottenere risultati adeguati.

Come riesci a conciliare la tua attività di docente e di direttore, a farti accettare, in una società che è sempre meno predisposta alla disciplina e all’obbedienza?

 

Nella direzione di banda c’è anche tanto insegnamento, c’è tanta necessità di spiegare le cose in maniera efficace, quindi veloce, facilmente comprensibile, capire cosa va detto e cosa no; un direttore che non coltivasse almeno un po’ anche la voglia di insegnare, probabilmente potrebbe incontrare difficoltà di natura relazionale. Nell’ambito amatoriale in cui mi muovo, devi essere sempre disponibile a spiegare tante cose; in molti casi dai per scontato che il professionista già le conosca, ma non è sempre così. Mi è capitato di dirigere un’orchestra di alto livello con brani di una certa difficoltà, ma le cose le ho spiegate esattamente come se avessi avuto davanti un gruppo dal profilo più basso. Il segreto sta spesso nella chiarezza e nella semplicità con cui si affrontano le cose, nell’avere un metro e una misura per tutto, senza mai sottovalutare o sopravvalutare, puntando decisamente sulla qualità dei rapporti, sulla chiarezza e sulla convinzione che si possa sempre migliorare.

In che misura l’alfabetizzazione musicale della comunità di un paese può influire sul piano educativo?

Ogni gruppo, paese e città fanno storia a sé, ogni situazione è diversa dalle altre. Oggi si tende a guardare più a se stessi, si è persa la visione comunitaria, essendo la nostra una società caratterizzata da una forte dose di individualismo; far parte di un gruppo non è semplice, perché devi rinunciare a qualcosa, devi saperti mettere sullo stesso piano degli altri, se sei indietro devi sveltire la tua azione e metterti alla pari, se sei troppo avanti devi aspettare che gli altri si tirino su e ti raggiungano, per questo bisogna saper aiutare, avere una visione altruistica della vita, imparare a capire che la forza del gruppo sta nell’equilibrio che si riesce a raggiungere, non si può assolutamente pensare che ci sia una <punta> che vada avanti e che gli altri rimangano indietro, c’è un gioco di squadra da rispettare. La squadra si deve muovere insieme, consapevole che la forza stia nell’armonia che si riesce a creare e al raggiungimento della quale tutti devono contribuire in egual misura. Purtroppo questo tipo di difficoltà è figlia di una mentalità caratterizzata da varie forme di individualismo. Un altro problema è che si vogliono ottenere subito dei risultati, faccio clic e ho tutto quello che desidero. Non è così. Imparare a suonare, diventare parte di un tutto, richiede tempo e applicazione, disciplina e misura, si tratta di un percorso lungo. Molto dipende dalla volontà del gruppo, dal livello di motivazione, dalla voglia di riuscire, di fare bella figura, per questo bisogna avere la sensibilità e la pazienza di non precorrere i tempi, di non lasciarsi trascinare da facili entusiasmi. Ogni banda ha peculiarità e caratterizzazioni, è importante sapersi mettere in discussione, sviluppare una vocazione autocritica, imparare a decifrare e a capire che cosa sia valido e che cosa debba invece essere modificato. Uno dei problemi attuali è che ci sono meno allievi perché ci sono meno ragazzi in generale, quindi si pone il problema di allargare, di unire realtà diverse che, da sole, non sono più in grado di affrontare i problemi. Insieme si può offrire di più.

Come sono i rapporti della banda con l’apparato amministrativo locale?

La banda deve saper convivere prima di tutto con l’amministrazione comunale e con la parrocchia, i due punti fermi con i quali dovrà lavorare, l’importante è interagire positivamente senza pensare che se quello è della mia parte politica mi darà qualcosa in più, mentre invece quello che non lo è mi penalizzerà. Nella mia esperienza ho sperimentato che le diversità non hanno mai disturbato i rapporti o le individualità, molto dipende da quello che si offre e dalla determinazione con cui si perseguono gli obiettivi che si vogliono ottenere e che, di solito, coincidono con quelli del paese di riferimento. Se lavori bene, indipendentemente dal tipo di amministrazione che incontri, sarai confermato e avrai la possibilità di fare sempre meglio. Io mi trovo bene con tutti. A Roveredo, in Svizzera, ad esempio c’è una bellissima collaborazione con la Società del Carnevale, c’è soprattutto la volontà di trovare spazi comuni, d’interazione. Può succedere che la banda non venga considerata per quello che è, che rappresenta o per le potenzialità che esprime, in alcuni casi le vengono affidati ruoli marginali, molto dipende dal tipo di armonia che si viene a creare tra i vari organismi che presiedono la vita di un territorio. Nelle piccole comunità la differenza la fa il dialogo, partire da situazioni paritarie, essere disponibili alla collaborazione, non creare primati pericolosi, esercitare il buon senso come forma di coesione sociale.

Le bande hanno fatto passi da gigante, suonano e si esibiscono con modalità espressive sempre più complesse, suonano pezzi di musica classica e operistica, quasi a voler dimostrare la potenzialità dei livelli raggiunti, cosa ne pensi?

La banda può fare un sacco di cose, ha raggiunto un’elasticità tale che può permettersi di spaziare tantissimo a livello di repertorio, poi naturalmente sta al gruppo e a chi lo dirige, capire che cosa sia meglio o più indicato fare. La banda deve avere una sua identità che le deriva in misura importante anche dal repertorio. C’è un repertorio scritto per la banda, che ha origini molto più antiche di quello che si possa pensare, è sterminato e contiene capolavori che meritano di essere conosciuti. Dico questo perché non è sempre necessario appellarsi alle grandi sinfonie classiche o alle arie famose di musica operistica, per dimostrare il livello di abilità raggiunto. Si possono fare, nessuno lo vieta, però secondo il mio personalissimo punto di vista, la letteratura per banda è altro e val la pena far conoscere prima questa. La letteratura per banda è scritta per la banda, quindi è un bene. Ne parlavo proprio poco tempo fa con uno dei componenti, se ci sono dei repertori di musica sinfonica di un certo tipo e l’orchestra è in grado di affrontarli, ben vengano, ma una banda di quindici, venti persone che si mette a suonare sinfonie importanti rischia di fare un buco nell’acqua, di proporre qualcosa che al di là dell’essere conosciuto, lascia molto a desiderare come qualità e resa esecutiva.

Di che cosa ha bisogno oggi la banda?

 

Parlando di spazi, ogni banda ha bisogno di una sede sociale adeguata, dotata di una sala prove, di una sala per la scuola, di un magazzino, di un archivio, ha bisogno soprattutto di uno spazio che non sia condiviso con altri, per ragioni logistiche proprie, ha bisogno di accogliere una strumentazione che deve rimanere nella sede sociale, per non essere manipolata da nessuno. Ci sono poi bande che hanno più fortuna di altre. Durante la mia esperienza ho visto gruppi trovare accoglienza in luoghi assolutamente inadatti, addirittura in scantinati. A Roveredo la Banda ha le sue due sale, paga l’affitto e questo affitto viene poi coperto da altre sovvenzioni. Aspettare che il comune ti dia una sede può essere un’opportunità, ma sono dell’opinione che prima di chiedere occorra avere ben chiaro che cosa si stia facendo, che cosa si sia realmente in grado di dare. “Che cosa stiamo facendo noi per chiedere una sede o dei soldi?”. A Sesto Calende è ormai il sesto anno che organizziamo la manifestazione “Bande in Piazza”. L’Amministrazione l’ha sponsorizzata, ma l’Associazione deve dimostrare di esserne all’altezza, è in questa prospettiva che la collaborazione diventa operativa. Per ottenere bisogna dare, bisogna soprattutto dimostrare di essere all’altezza delle responsabilità che ci si assume. Mediamente ogni amministrazione comunale tiene conto del ruolo e della funzione che la Banda riveste nella storia della cultura e del territorio locale, quindi c’è sempre un’attenzione da parte dell’ente pubblico che, a sua volta, deve poter contare sulla forza inclusiva della banda. Sui finanziamenti ho una mia idea personale: più la banda è autonoma e più si sente libera. Sono convinto che non sia sano dipendere esclusivamente dall’autorità amministrativa o da quella parrocchiale, l’ideale è avere fonti di finanziamento diverse, come le quote associative, gli sponsor, svolgere servizi nel paese vicino, essere il più possibile autonomi. Se hai la “cannetta dell’ossigeno attaccata al comune” perché dalle altre parti non arriva niente o perché non cerchi niente, diventa un problema, dimostri di essere debole e nel momento in cui sei debole ti usano come vogliono. In un comune ogni associazione ha le sue istanze da portare avanti, ha le sue richieste finanziarie, ma resto convinto che nessuna associazione dia al territorio tanto quanto dia la banda.

Come vivono i giovani il rapporto con lo strumento musicale e con la banda?

Si tratta di un discorso complesso, di cui conosco solo la parte che vedo, che è una minoranza rispetto a quella che realmente partecipa sul territorio. L’impegno dei giovani dipende in buona parte dal tipo di messaggio che ricevono da casa, perché nessuno di noi, in un’ora o due, può fare quello che la famiglia fa nel resto della settimana. Dipende molto da che tipo di disciplina trovano. Sembra che i ragazzi non accettino di buon grado la disciplina, ma quando trovano un ambiente in cui c’è, le cose vanno meglio, i messaggi passano più velocemente, il clima è più sereno, c’è più attenzione da parte di tutti e questo è molto vantaggioso. Di solito la confusione genera confusione, la maleducazione genera maleducazione, ma in un ambiente ordinato, che rispetta le regole, è più facile star bene con se stessi e con gli altri. I giovani sanno capire quando un’ osservazione viene fatta nel loro interesse, con le giuste modalità educative. Ci sono ragazzini che ho preso a nove anni e che adesso, a diciotto, suonano volentieri in banda, il che vuol dire che l’esperienza che hanno vissuto in questi anni è stata positiva. Una cosa è certa, i giovani hanno fame di disciplina, di approdi sicuri, di potersi fidare, hanno bisogno di chi dia loro la possibilità di ritagliarsi uno spazio di dignità e di protagonismo positivo, è solo così che si formano in un rapporto diretto con la vita e i suoi valori. Tutto quello che si apprende in banda serve per creare un rapporto meno conflittuale e più armonico nella vita civile. In questo senso la banda è un ottimo serbatoio di opportunità educative a cui attingere, soprattutto quando le cose non vanno bene. In questi ultimi anni sono diventato un po’ <brusco>, quel tanto che serve per far capire con più autorevolezza le cose. L’esperienza dimostra che se alzi un attimo la voce i ragazzi non scappano perché hanno trovato un punto di riferimento sicuro, meglio essere giustamente rigidi un attimo prima, chiarendo la dinamica dei rapporti, piuttosto di arrivare in fondo con tutta una serie di problematiche irrisolte. Credo che i giovani abbiano assolutamente bisogno di punti di riferimento, quelli che spesso la società non è più in grado di dare, la musica è uno di questi e la banda rappresenta un modello credibile. L’esperienza come docente mi ha insegnato che quella disciplina così tanto vituperata e temuta, se insegnata con intelligenza e con le dovute cautele, rappresenta un argine all’arbitrarietà del costume, causa dei numerosi disagi che affliggono il sistema educativo generale. Io non ho alle spalle la scuola statale con i suoi obblighi, posso solo contare sulla mia capacità di attrarre, di far amare quello che propongo, quindi devo costruire un rapporto interpersonale positivo, basato sulla consapevolezza che a un certo tipo di comportamento corrisponda un determinato risultato.

Come vedi il ruolo della famiglia in questo tipo di scelta?

Ogni fascia d’età è un mondo con le sue necessità. I giovani hanno bisogno di una guida, di qualcuno cui appoggiarsi fino a quando non siano in grado di decollare. La famiglia può e deve essere un punto d’appoggio, rispettosa sempre della libertà dentro la quale prende forma un carattere, deve essere capace di accompagnare senza la presunzione di sostituirsi o di sottovalutare. Anche a diciotto anni si possono non avere le idee chiare, ma non per questo non è detto che non si abbiano idee o progetti da realizzare. Ci sono cammini che hanno bisogno di tempo per maturare, la vita non s’inventa, la si costruisce passo dopo passo con determinazione, studio, volontà e tanta passione. Anch’io a diciotto anni avevo dei dubbi, ero alla ricerca di conferme che tardavano ad arrivare e cercavano di farsi strada tra dubbi e incertezze. Sono convinto che sia fondamentale imparare a conoscersi sempre un pochino di più, capire chi siamo e cosa vogliamo dal mondo che ci ruota attorno, in questa direzione la famiglia può dare un contributo importante.

Renato, cosa vuoi dire a quei giovani che stanno cercando di avvicinarsi al mondo della musica, alla banda in particolare?

Di credere in quello che vogliono fare e di farlo con grande passione, mettendoci cuore, intelligenza, entusiasmo, senza mai demordere o lasciarsi sopraffare dalle frustrazioni. La musica è equilibrio, armonia, arte, cultura, bellezza e la banda è il veicolo che le consente di farsi conoscere, di entrare a pieno titolo nella storia delle persone e in quella di un paese, risvegliandone emozioni e sentimenti, entusiasmo e gioia di vivere.