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Il primo giardino di Frate Sole sul monte San Francesco

Il giornale di Varese, La Prealpina, così iniziava il primo articolo che dedicò all’inaugurazione del “Giardini di frate Sole”:
Alzi la mano chi conosce il monte San Francesco, quasi sulle pendici del Campo dei Fiori. E alzi ancora la mano chi sa dell’esistenza dei ruderi di un conventino, la cui prima indicazione di esistenza è del 1228 e il cui abbandono da parte dei francescani risale al 1478. Ebbene: sul Monte San Francesco, alto 793 metri, poco meno degli 883 metri del Sacro Monte, nascerà un luogo di incontro per chiunque voglia testimoniare il proprio amore per la natura. Il Giardino di frate Sole, così verrà chiamato,…”Per la verità, qualcuno si era occupato di questo problema, e in maniera convincente: come scoprimmo qualche tempo dopo - grazie alla cortesia del professor don Adriano Sandri, parroco di Velate, che ce ne fornì copia – su questo tema era stata scritta una ampia e ammirevole documentazione da parte dell’architetto Maria Grazia Sironi.
Ma anche questo notevole sforzo di ricerche e studi, evidentemente, era rimasto senza seguito, o senza adeguato appoggio.
Noi, comunque, avutane autorizzazione, e per sottolineare l’importanza del luogo, ne trasmettemmo copia di persona alla Provincia di Varese.
CARTINA “CAMPO DEI FIORI”
Il monte San Francesco è separato dal contiguo Sacro Monte soltanto da un avvallamento in quota (Val del Vellone).
Nei tempi antichi questi luoghi erano riuniti sotto il nome di “
monte de Vellate” o “monte de Velate” (da Velate, antico borgo ai loro piedi), che comprendeva sia il monte San Francesco che quello di Santa Maria di Velate.
Velate era allora il punto di partenza per raggiungere, per mezzo di una mulattiera piuttosto ripida, ancor oggi esistente e consigliata come percorso ambientalista (
sentiero n. 9 del Parco Regionale), la piccola chiesa e il gruppo di locali in pietra che doveva costituire l’abitazione della piccola comunità; così come la continuazione dello stesso sentiero, fin dai tempi romani e di Sant’Ambrogio, costituiva la via per giungere alla più nota cima del Santuario di Santa Maria del Monte, poco lontana.
Il borgo di Santa Maria di Velate si staccò in seguito, intorno al IX secolo, dal Comune di Velate, e con la costruzione della “Via delle Cappelle”, nel 1600, si chiamò Santa Maria del Monte, detta anche Monte Sacro. 
Restò autonomo fino al 1927, anno in cui entrò a far parte con Velate del Comune di Varese, conservando la propria denominazione di riconoscimento come Santa Maria del Monte, o Sacro Monte (recentemente nominato “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO).


Come abbiamo visto, il monte San Francesco non gode oggi di grande notorietà, neppure tra gli abitanti e le autorità della città varesina; anzi, è sconosciuto ai più. 
Così però non era in passato.
Sulla sommità di questo monte – collegata attraverso un sentiero pianeggiante di circa 200 metri alla strada asfaltata che porta al Campo dei Fiori - vi sono ancora, visibili, i resti in pietra di alcune costruzioni antiche (ben visibili, in inverno, anche dalla terrazza panoramica di Santa Maria del Monte).
Il cosiddetto 
Conventino, chiamato così per le sue piccole dimensioni, sorse sopra Velate, che a quei tempi era un rilevante centro di questi territori, più importante di Varese stessa. 
Nel
 Liber Notitiae Mediolani del prete Goffredo Da Bussero, compilato nella seconda metà del XIII 
secolo, oltre alla chiesa di S. Maria del Monte ed ai suoi altari, viene ufficialmente documentata per la prima volta anche una 
“in monte de Velate ecclesia Sancti Francisci”, la cui prima indicazione di esistenza risale al 1228.
Va perciò sottolineato, ad avvalorare l’importanza e in certo modo la sacralità del luogo, che i primi frati di questo piccolo Convento, con ogni probabilità, avevano avuto in sorte di conoscere San Francesco quando era ancora in vita.
Il Conventino era circondato da terreni, sistemati in terrazzamenti ancora ben visibili, che permettevano ai frati la coltivazione di ortaggi e la cura del bestiame.
Questa parte del monte di Velate veniva allora chiamata “in pertica”, come si deduce da alcuni documenti notarili dell’epoca, anteriori e posteriori a questa data; e da questo provenne il nome usato di San Francesco in Pertica. (L’etimologia del termine “in pertica” rimanda ad una pratica funeraria longobarda, secondo la quale i soldati uccisi venivano sotterrati sotto un lungo palo, la pertica, sulla cui cima una colomba in legno era rivolta verso il luogo in cui avevano perso la vita in combattimento.)


I Francescani si diffusero nell’attuale Lombardia già dal 
1211, e lo stesso San Francesco dimorò a Milano nel1213.
Nella primavera del 
1209 Francesco aveva sottoposto una breve Regola – la nuova forma di vita del suo Ordine – a papa Innocenzo III, che l’aveva approvata.
Il 
5 maggio 1217, al Capitolo Generale annuale che si teneva alla Porziuncola, venne stabilita la prima missione Oltralpe e Oltremare.
Nel 
1218 il papa Onorio III pubblicò la bolla “Cum dilecti” per assicurare i vescovi circa la piena cattolicità dei frati minori.
Nel 
1219 vennero decise due nuove spedizioni per Germania, Francia, ecc. Nello stesso 1219 Francesco si imbarcò ad Ancona per Acri e Damietta con i Crociati per la Terrasanta e si incontrò col Sultano Malik-el-Kamel. Partecipò a quella Crociata anche l’arcivescovo di Milano Enrico da Settala, deciso fautore dell’insediamento degli Ordini Mendicanti a Milano, che alla sua morte, nel 1230, venne poi sepolto per suo volere nella chiesa dei Minori a Milano.
Nel 
1220, al ritorno dalla Terra Santa, ottenne da Onorio III la designazione del cardinale Ugolino - dei conti dei Segni, vescovo di Ostia, in seguito papa Gregorio IX - come protettore dell’Ordine, per favorire e garantire il loro ingresso nelle città.
Il 
30 maggio 1221, nel Capitolo Generale detto “delle Stuoie”, fu approvato il testo della “Regola non bollata”, e venne stabilita una nuova spedizione in Germania, cui partecipò Tomaso da Celano, il suo futuro biografo. A questo Capitolo erano presenti oltre 5.000 frati – quando la popolazione di tutta Italia era allora di 8.500.000 persone, un poco meno dei nove milioni attuali della sola regione lombarda - compreso il ventiseienne monaco Ferdinando, il futuro Sant’Antonio di Padova, appena giunto dal Portogallo.Nella “Regola non bollata”, tra l’altro, era scritto: 
Cap. II – “…E tutti i frati portino vesti umili e sia loro concesso di rattopparle con stoffa di sacco e di altre pezze con la benedizione di Dio…”
Cap. VII – “…E i frati che sanno lavorare lavorino ed esercitino quel mestiere che già conoscono, se non sarà contrario alla salute della loro anima e che onestamente potranno fare… Tutti i frati cerchino di darsi alle opere buone; poiché sta scritto: Fa’ sempre qualche cosa di buono affinché il diavolo ti trovi occupato… Si guardino i frati, ovunque saranno, negli eremi o in altri luoghi, di non appropriarsi di alcun luogo né lo contendano ad alcuno… E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all’esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente allegri…”
Cap. VIII – “…nessun frate, ovunque sia, e dovunque vada, in nessun modo prenda con sé o riceva da altri o permetta che sia ricevuta pecunia o denaro, né col pretesto di acquistare vesti, libri, né per compenso di alcun lavoro, insomma per nessuna ragione, se non per una manifesta necessità dei frati malati…”
Per i frati negli eremi, Francesco diede poi come regola (e questo fu forse anche il caso del Conventino di Velate): “Coloro che vogliano vivere religiosamente nei romitori siano tre frati o al più quattro…” Il 29 novembre 1223 papa Onorio III approvò la Regola dell’Ordine francescano con la bolla “Solet annuere”. Sant’Antonio da Padova al Conventino.
Morto Francesco, Sant’Antonio venne eletto Ministro Provinciale della Lombardia (allora zona molto più vasta dell’attuale), carica che coprì dal 1227 al 1230. 
Il 16 luglio 1228 San Francesco venne canonizzato ad Assisi, e il giorno seguente, 17 luglio, il papa in persona pose la prima pietra della Basilica.
Essendo ovvia la presenza di San’Antonio in questa grande occasione, è logico anche immaginare il suo desiderio di onorare subito il maestro e Santo, in maniera efficace e visibile. Forse già durante il ritorno da Assisi, nel 1228, Sant’Antonio andò a Varese e nei suoi circondari , con lo scopo di fondarvi monasteri, come fece a Gallarate, Saronno, ecc. Cominciò l’opera della costruzione del convento di Varese nello stesso 1228, ed è perciò anche probabile che durante il suo soggiorno varesino dimorasse proprio al cosiddetto Conventino di Velate, unica struttura dei francescani già esistente sul luogo.Del Conventino, e delle sue vicende in quei primi secoli di francescanesimo, non si sa nulla, tranne che dovette restare in attività per più di due secoli e mezzo, se è vero che 
il suo abbandono da parte dei francescani sembra risalire al 1478, data cui si riferisce l’ultima notizia ufficiale che ne abbiamo; ad essi, poi, subentrarono i monaci Agostiniani di Sant’Ambrogio ad Nemus, che vi restarono per breve tempo. 
Il luogo allora ricadeva sotto la tutela della parrocchia di Velate; ma, data la collocazione isolata, in cima alla montagna, fra i boschi, quando il Conventino divenne disabitato non era neppure possibile custodirne in qualche modo l’ingresso. E forse a questo proposito la tradizione sostiene che la statua lignea della Madonna con bambino, conservata nell’antica chiesa di San Cassiano, abbia origine proprio dal piccolo convento.Questo abbandono si può certamente collegare a quanto accadde proprio in quegli anni. Era stato infatti eletto pontefice Sisto IV (l’ex ministro francescano Francesco della Rovere, 1471-1484), premuroso degli interessi dell’Ordine. Le sue bolle Dum fructus uberes (1472)Mare magnum (1474) e Bulla aurea(1479) accrebbero grandemente i privilegi dei Francescani. 
Da allora i minori ebbero la facoltà di accettare eredità, di predicare nelle parrocchie, di confessare, di dare sepoltura, divenendo così antagonisti del clero secolare. Evidentemente anche i frati del Conventino, in accordo coi propri superiori, poterono allora trovare un più proficuo modo di vita in luoghi meno disagiati di quello, dove peraltro, per due secoli e mezzo, avevano conservato viva la fiamma di Francesco.

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